Chi non risponde non vince!

Dibattitoscienza, il gruppo di giornalisti, blogger, appassionati o interessati alla scienza nato su Facebook per iniziativa di Moreno Colaiacovo ha lanciato una lista di 10 domande su temi che hanno a che fare con la scienza, destinate ai candidati premier. L’iniziativa segue quella già portata a termine per le primarie del Pd, in cui altre domande, sempre di carattere scientifico, erano stato poste ai candidati alla guida del centrosinistra (e avevano risposto tutti).

Le domande sono state scelte tramite un voto on-line (democrazia liquida eh!) su una serie di proposte fatte nel forum del sito di dibattioscienza. Sia il voto che il forum erano aperti a chiunque avesse voluto partecipare. Le domande sono state formulate nella loro versione definitiva e alcune sono state accorpate (perché trattavano di temi simili) dando la possibilità di accedere alla rosa delle dieci prescelte ad altre due domande (le più votate fra le escluse, fra le quali la “mia” sulla sperimentazione animale nella ricerca biomedica che magari ci permetterà di capire che fine farà l’orribile emendamento Brambilla alla legge comunitaria).

Sappiamo benissimo che la legge elettorale con la quale voteremo è una ‘porcata’ e che i candidati di facciata potrebbero non corrispondere all’effettivo prossimo Presidente del Consiglio, ma a qualcuno bisognerà pur rivolgersi per conoscere quali idee verranno portate avanti in caso di vittoria.

I diretti interessati sono dunque: Mario Monti, Pierluigi Bersani, Beppe Grillo, Antonio Ingroia, Silvio Berlusconi e Oscar Giannino; li invitiamo dunque a rispondere.

Il termine per rispondere è la mezzanotte del 31 gennaio e i candidati possono inviare le risposte (max 3 cartelle – 6mila battute) all’indirizzo email info@dibattitoscienza.it.

Qui di seguito le 10 domande che potete aiutarci a diffondere su Twitter utilizzando l’hashtag #dibattitoscienza.

1) Investimenti, meritocrazia, trasparenza: quali provvedimenti intende adottare per il rilancio di università e ricerca pubblica?

2) Quali provvedimenti concreti intende adottare per favorire l’innovazione e l’investimento in ricerca delle imprese private?

3) Le direttive 20-20-20 definiscono le politiche energetiche europee. Quali azioni concrete intende adottare per garantire all’Italia un piano energetico in grado di migliorare l’efficienza e minimizzare l’impatto ambientale e il costo dell’energia?

4) Come intende occuparsi della produzione, gestione e smaltimento dei rifiuti solidi urbani, per migliorare l’impatto su ambiente e qualità della vita?

5) Quali misure concrete intende adottare per la messa in sicurezza del territorio nazionale dal punto di vista sismico e idrogeologico? E quali per stimolare il settore edilizio conciliandolo con la salvaguardia del territorio e la lotta alla criminalità organizzata?

6) Qual è la sua opinione sull’Agenda Digitale approvata dal precedente governo e quali sono le sue proposte concrete per la diffusione della banda larga in tutto il Paese?

7) La legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita è stata messa in discussione più volte negli ultimi mesi, con diverse sentenze tra cui quella della Corte di Strasburgo. Si impegnerà ad adeguare questa legge alla giurisprudenza italiana ed europea? Qual è invece la sua posizione a proposito del testamento biologico?

8) Data l’importanza della scienza e della tecnologia nella società contemporanea, quali misure intende adottare, anche a livello scolastico, per favorirne lo sviluppo e contrastare anche il diffuso analfabetismo scientifico e matematico?

9) Come pensa che il suo governo si debba occupare di modifiche climatiche causate dall’uomo? Quali interventi metterà in atto per la mitigazione e/o prevenzione dell’innalzamento dei gas serra?

10) Qual è la sua posizione in merito all’uso di animali nella ricerca biomedica? Pensa sia corretto limitare l’uso di alcune specie animali a scopo di ricerca?

http://www.dibattitoscienza.it/2013/01/11/elezioni-politiche-2013-ecco-le-domande/

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Una scuola a misura di ‘nativi digitali’

Sta circolando sul web, anche sui giornali ‘grossi’, un appello di un maestro elementare, Franco Lorenzoni. Vorrebbe che i bambini fra i 3 e gli 8 anni non avessero alcuno schermo a scuola perché, spiega, “i bambini sono sottomessi, fin dalla più tenera età, ad un bombardamento tecnologico senza precedenti e si moltiplicano le ore che, anche da molto piccoli, passano davanti a schermi di ogni misura.” Situazione che si potrebbe e dovrebbe combattere così: “La scuola, in questo contesto, deve affrontare con intelligenza e sensibilità la questione, rifiutando di appiattirsi sul presente e seguire l’onda. L’illusione che, di fronte a bambini sempre meno capaci di attenzione prolungata, li si possa conquistare lusingandoli “con gli strumenti che a loro piacciono” è assurda e controproducente.” 

Rispetto l’opinione di Lorenzoni, che da quanto ho letto ha una grande esperienza nel campo dell’insegnamento ed è uno che si da da fare. Ma mi pare un po’ l’impostazione di quei genitori che qualche decennio fa dicevano ai propri figli di leggere poco perché fa male agli occhi, di uscire di casa e giocare con gli amici e la notte spegnevano la luce in camera a quei ragazzini che ancora volevano divorare con gli occhi parole e lettere stampati sulla carta.

Lo schermo, soprattutto quello dei tablet o dei pc è oggi la nuova carta e ha, guarda caso, le stesse controindicazione di fare male agli occhi, di isolare e di essere “altro” dalla realtà che pure riesce a descrivere. La differenza principale è che la nuova tecnologia riesce a rappresentare la realtà esterna in maniera spesso più efficace di un libro classico e che permette anche un’interazione con essa, cosa che ovviamente il libro -tranne forse i libri pop-up e quelli da colorare- non ha.

Lorenzoni poi afferma: “I primi anni di scuola rischiano di trasformarsi in un tempo dove regna l’irrealtà“. E io non capisco il perché, una lavagna non è più reale di una Lim (lavagna interattiva multimediale), solo più limitata.  Arriva anche la tecnofobia mascherata dal diniego: “Non ho nulla contro la tecnologia (che tra l’altro può essere di grande aiuto per i bambini che hanno bisogni educativi speciali, come nel caso della dislessia), ma è necessario reagire alla troppa esposizione tecnologica dei più piccoli”. Ci si dimentica che anche il libro è tecnologia, così come i pastelli e i pennarelli. E si parla dei due mondi, quello classico e quello digitale come se debbano vivere in antitesi. Ma chi l’ha detto? Chi ha detto che accanto ai computer e agli schermi digitali non possano sopravvivere le matite colorate, i tricicli e i Lego? Chi ha detto che reagire alla troppa esposizione tecnologica (che non so neppure cosa voglia dire) dei bambini si risolva negando la tecnologia piuttosto che educando ad essa. Perché è qui il problema. Quando, in una società digitale, nel rapporto genitore-bambino “Chi prova ad opporsi sa quali battaglie quotidiane deve combattere in casa per limitare l’uso compulsivo di play station e videogiochi sempre più accattivanti” getta le colpe sulla tecnologia scegliendo la sua negazione come rimedio, non ha ben chiara una cosa: che la battaglia quotidiana è una questione di educazione. Se a un bambino piace infilare le dita nella presa di corrente, la soluzione non è eliminare l’elettricità in casa, ma educare il bambino e insegnargli che non si fa, facendo in modo che capisca il perché. La questione va spostata magari sulla padronanza e sulla conoscenza effettiva delle nuove tecnologie da parte degli adulti, genitori e insegnanti, che spesso si abbandonano goffamente ad esse proprio perché non ne sono padroni e non ne conoscono limiti e potenzialità. Sono cose nuove rispetto al mondo di prima e tirano fuori il solito istinto alla conservazione del mondo conosciuto, la paura del nuovo.

Paura che ben si esprime così: “Bambine e bambini hanno bisogno del mondo vero per nutrire i loro pensieri e la loro immaginazione. Hanno bisogno dei loro corpi tutti interi, capaci di toccare con mano le cose e non essere ridotti solo a veloci polpastrelli. Hanno bisogno di sporcarsi con la terra piantando, anche in un piccolo giardino, qualche seme che non sappiamo se nascerà. Hanno bisogno di essere attesi e di conoscere l’attesa, di sviluppare il senso del tatto e gli altri sensi e non limitarsi al touch screen. Se lasciamo che pensino che il mondo può essere contenuto in uno schermo, li priviamo del senso della vastità, che non è riproducibile in 3D. Gli altri e la realtà non si accendono e spengono a nostro piacimento.” 

E di nuovo, chi ha detto che siano due mondi opposti? Chi ha detto che non possa e debba esistere un bilanciamento ma solo un rapporto esclusivo? Il senso del tatto può essere sviluppato sia con l’interazione con gli oggetti “classici” che, in maniera complementare, tramite i touchscreen che probabilmente costituiranno l’interfaccia del loro presente e del loro futuro e che dunque devono saper conoscere e capire. Si possono benissimo sporcare le mani con la terra piantando un semino (non Ogm eh!) ed andare a vedere come funziona la vita delle piante sullo schermo di un pc e poi verificarlo nella realtà.  Non è che quando vediamo la Primavera di Botticelli  in una fotografia, ci è preclusa la soddisfazione nel vederlo dal vivo. Peraltro è un dato di fatto che i bambini di oggi siano sempre più intelligenti (effetto Flynn) e un articolo uscito su Le Scienze di novembre racconta proprio questo progresso, evidenziando come i bambini abbiano sempre una maggiore capacità astrattiva, fenomeno che non si riesce a spiegare del tutto ma che alcuni studi associano all’evoluzione tecnologica. Un articolo di Wai e Putallaz della Duke University asserisce che una parte del merito addirittura vada computata ai vide games sempre più sofisticati e ad alcuni programmi televisivi (una parte, perché l’effetto Flynn sembra essere abbastanza complesso da non poter essere ridotto a qualche causa isolata). Ciò che sta succedendo è che la nostra intelligenza (in senso ampio) si sta evolvendo in risposta al mondo nel quale viviamo. Come ho già scritto qualche post più sotto, proprio dai videogames è nata un’abilità nuova che sarà utile nella medicina robotica di oggi e di domani.

La scuola deve insegnare a vivere il proprio tempo, non quello passato. Siamo nel mezzo di una rivoluzione e se è vero che i “nativi digitali” avranno modi diversi di apprendimento, non è detto che siano peggiori (o migliori). Magari sono solo conformi a un mondo che è profondamente cambiato in pochi decenni. Forse è un po’ azzardato dirlo, ma la tecnologia digitale odierna ci sta rimodellando un po’ come ha fatto l’agricoltura (che è tecnologia) qualche millennio fa. Ci offre nuovi orizzonti e nuove facilitazioni, ovviamente col suo prezzo da pagare, come ogni cosa. Ma identificare il male nella sola presenza della tecnologia -schermi e pc- è, a mio parere, il modo peggiore per crescere i bambini di oggi.

Quando Lorenzoni scrive: “Evitiamo che anche i nostri piccoli nativi siano colonizzati precocemente e pervasivamente da tecnologie che, nei primi anni, impoveriscono la vita e l’immaginario infantile” io vorrei dirgli che i nativi colonizzati sono stati tali anche (e ovviamente non solo) perché avevano accesso a un livello di conoscenze tecnologiche molto inferiore rispetto ai conquistatori. Lance contro fucili, pepite d’oro contro banali specchi. La scuola deve offrire strumenti per conoscere il mondo dei “conquistatori” e mettercisi in pari, controllandolo perché lo si conosce, non fuggendo via impauriti perché la vita reale (e chissà cosa vuol dire) è quella stabilita in modo fisso in una specie di ‘oasi analogica senza schermi’.

Invece di rimanere ammirati e impauriti davanti a uno specchio, i nativi digitali devono imparare a usarlo, sapendo quanto vale imparando che quando si rompe corrono il rischio di tagliarsi. E come in molti altri campi, dove non arrivano i genitori può arrivare la scuola.

Ogm e l’arte di perdere il treno

Pomodori di San Marzano, un prodotto tipico che l’ingegneria genetica può salvare. Siete pronti a dirgli addio?

Fra le cinque domande che col gruppo #dibattitoscienza abbiamo proposto, grazie all’aiuto fondamentale di Le Scienze,  ai cinque candidati Pd (e che arriveranno anche quelli Pdl) ce n’era una, quella su gli Ogm, che secondo me era quella che più poteva dare la cifra dell’interesse alla scienza e della posizione, preconcetta o favorevole, su di essa.

La domanda era la seguente

Quali politiche intende adottare per la sperimentazione pubblica in pieno campo di OGM e per l’etichettatura anche di latte, carni e formaggi derivati da animali nutriti con mangimi OGM?

Fra i cinque, Bersani è l’unico che ha assunto una posizione piuttosto aperta: si alla ricerca per rimanere al passo con tutti gli altri e per valutare in futuro se possa essere o meno il caso di utilizzare gli avanzamenti tecnologici anche nei nostri campi.

Tabacci ha fatto il democristiano come solo lui sa ormai fare: vediamo cosa dice l’Europa, cosa dice la scienza, decidiamo se sperimentare ma tanto gli Ogm non servirebbero alla nostra agricoltura che si basa sulla qualità.

Matteino Renzi sa che la questione è delicata è che la maggioranza dell’opinione pubblica sta da una parte ben precisa, ergo: a hasa nostra gli ogm nun li vogliamo mica.

Puppato è per un Italia Ogm-free perché non è stato ancora dimostrato che tali prodotti siano sicurissimissimissimissimie quindi è bene utilizzare il ‘principio di precauzione’ che va tradotto in “non se ne fa niente, alla prossima. Forse”  (intanto avrà usato un pc, userà il telefonino, mangerà prodotti biologici non testati e di cui quindi non sa nulla e metterà in essere tanti altri comportamenti di cui non sa un fico secco riguardo alla loro sicurezza da qui a 12-20-30 anni).

Per Nichi Progreff gli Ogm sono il babau che sta bene in laboratorio, ma guai a tirarli fuori che è stato dimostrato che contaminano i prodotti “naturali” e fanno scendere la qualità.

Dato che in Italia c’è una vera e propria fobia verso gli Ogm, grazie a quanto instillato nell’opinione pubblica da Carlin Petrini, Mario Capanna, Dario Fo (che oltre ad essere un grande Premio Nobel è anche questo, è bene ricordarlo quando lo si prende come esperto in tutto) la Coop, i Verdi ecc ecc. mi sento di dire che  Gigino è stato perfino coraggioso nel dare la sua risposta. Gli altri sono rimasti vittime degli ideologi d’elite della sinistra, quelli che ovunque si debba dialogare di Ogm sono gli unici a parlare facendo passare la loro versione -e i loro interessi nel caso Coop- come gli unici che hanno un valore di verità.

L’altra voce non si sente mai, eppure avrebbe un sacco di cose da dire, come il fatto che non esiste alcuno studio serio che dimostri la maggiore pericolosità degli Ogm rispetto ai prodotti “naturali” o biologici. A tal proposito, gli Ogm sono ben più controllati di tutti gli altri prodotti per i quali non è obbligatorio alcun -costosissimo- studio prima dell’immissione sul mercato. E così succede che il mais geneticamente modificato -il mais Bt- sia più sano e più sicuro per l’uomo di quello “naturale” o biologico perché non richiede l’uso di pesticidi e evita che accadano cose spiacevoli nel nostro corpo: Bt sta per Bacillus turingensis, un batterio del suolo da cui è stato preso un gene e aggiunto al dna del mais che lo aiuta a contrastare gli attacchi della piralide -un parassita- la cui larva scava delle gallerie nel fusto e nelle spighe dove poi si andranno ad installare funghi patogeni i quali rilasciano le fumonisine, sostanze tossiche che giungono nel nostro organismo e bloccano l’assorbimento della vitamina B9, forse conosciuto meglio come acido folico, e le donne incinta o che hanno avuto figli sanno cosa significa. Il mais Bt si difende da solo dal parassita proprio grazie al gene modificato che fa rilasciare alla pianta una tossina che si attiva solo in un ambiente fortemente basico, mentre in un ambiente acido come quello del nostro stomaco rimane inattiva.  Tutto senza bisogno di pesticidi e fitofarmaci che, questo è sicuro, non ci fanno bene (neppure il rame e il rotenone, che essendo “naturali” sono ammessi nel biologico).

Provo ad essere più radicale. La fobia della possibilità che fra 40 anni il pomodoro Ogm che abbiamo mangiato si ricordi di non essere “naturale” e in “armonia” con le leggi di natura fa dimenticare a quasi tutti i candidati che la maggior parte delle tossine che ingeriamo sono di origine naturale. È vero che abbiamo meccanismi di difesa ma è anche vero che queste tossine sono un fattore di rischio, possono farci male. E non sappiamo quasi nulla sugli effetti a lungo a termine sulla nostra salute! Eppure nessuno pretende uno standard a rischio zero! E adesso? Come la mettiamo cari Nichi e Lauretta? Proponiamo l’applicazione del principio di precauzione direttamente sulla nutrizione? Non mangiamo e stiamo sicuri!

Sulle etichettature sono tutti d’accordo nel doverle fare per segnalare che il formaggio X o la carne Y è stata prodotta con animali allevati con mangimi Ogm. Io non vedo il perché, di nuovo non esiste alcuno studio che dimostri che il gene modificato passi nel prodotto finale, ma se fosse un modo per abituare i cittadini a mangiare qualcosa anche senza che ci sia scritto Ogm Free mi potrebbe star bene.

Questione qualità, sbandierata un po’ da tutti. E di nuovo, ma dove cavolo hanno trovato elementi per dire che un Ogm  diminuisce la qualità dei prodotti? Fanno forse confusione col fatto che gli Ogm più diffusi siano il mais, il colza, il cotone e la soia la cui produzione si sviluppa su larga scala? E comunque questo cosa c’entra con la qualità dei singoli prodotti? Migliorare la tecnologia agricola tramite la modificazione genetica non è niente di più e niente di meno di quello che l’uomo fa già da qualche millennio. Solo che adesso affina la tecnica in laboratorio…sai che scandalo, lo fa per migliaia di altre cose, compresa la cura dalle malattie, ma nessuno grida al pericolo.

Dato che ci siamo perché non parliamo della tipicità? Per Matteino Renzi “I nostri agricoltori sono da guinnes, con i 239 prodotti tipici italiani, il più alto numero europeo di produzioni di qualità e prodotti riconosciuti tra Dop, Igt e Stg, un fatturato al consumo di quasi 10 miliardi di euro e oltre un milione di ettari oggi condotti con metodo biologico”. Ci faccia un fischio quando quelle produzioni tipiche verranno decimate a causa di virus o parassiti senza che raddoppiare la dose di rame o di altri pesticidi porti a qualcosa. Ci faccia un fischio, insieme a Vendola e Puppato, quando si accorgerà che il “nostro” tipico pomodoro di San Marzano, decimato da due virus, è in realtà una cosa diversa da quello “originale” che la ricerca pubblica sugli Ogm avrebbe già salvato con una modificazione genetica che ne conserva al contempo tutto il patrimonio originale. La tipicità (che significa anche mangiare pomodori, non originari dell’Italia; mangiare polenta derivante dal mais che non è un prodotto da sempre italiano; accompagnarla dal baccalà che non si pesca nel Mediterraneo) è spesso il prodotto di mutazioni genetiche andate a buon fine. Per preservarla veramente bisogna fare in modo che non soccomba quando le piante e gli animali che la portano stanno perdendo la battaglia per la sopravvivenza, col rischio di sparire per sempre (con tanti saluti anche alla biodiversità, altro cavallo di battaglia). Per farlo in modo sicuro per noi umani (o almeno in modo non più rischioso) la modificazione genetica è una scelta migliore, quando possibile, rispetto all’uso dei fitofarmaci e dei pesticidi.

Vabbé, chiudo qui, ché mi sono incazzato davanti a una sinistra che, escluso Bersani -ovvero un rappresentante della politica senza idee e da rottamare e che ci ha portati fin qui- non sa essere davvero progressista, in tutti i sensi, ma vive chiusa nell’immobilismo tipico di chi ha paura del nuovo.

Quando il treno sarà passato ci ritroveremo magari tutti insieme a mangiare le ultime fette di formaggio di fossa e una pizza condita con le ultime scorte di pomodori pelati San Marzano, ci gusteremo gli ultimi scampoli della nostra tanto amata e sbandierata tipicità, uccisa da persone la cui vista non supera la punta del proprio naso.

Qualche spunto:

Un documento pdf di 20 pagine (potete scaricarlo, stamparlo e leggerlo con calma essendo scritto in maniera semplice e in italiano) nel quale molte domande e molti dubbi instillati (o “propanati” come direbbe Capanna) nell’opinione pubblica trovano precisa risposta, anche con rinvio a studi scientifici per chi volesse approfondire: http://www.siga.unina.it/circolari/Fascicolo_OGM.pdf

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2007/11/ogm-dibattito.shtml?uuid=8434e9ae-8ee7-11dc-a6c8-00000e251029&DocRulesView=Libero

http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2010/02/12/dieci-risposte-a-carlo-petrini-sugli-ogm/

http://spataro-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2008/11/07/la-versione-sbagliata-di-vandana/

http://www.salmone.org/

http://lavalledelsiele.com/

Dai videogiochi alla sala operatoria

Avete mai pensato che vostro figlio, quello che sta ore e ore attaccato al pc o alla tv, con un joystick in mano a giocare con i videogiochi, stia acquisendo nuove abilità invece che rincoglionirsi seduto sul divano?

Se state pensando che “no, meglio che esca con gli amici o che si metta a studiare”, provate invece a sentire questa: uno studio della UTMB (University of Texas Medical Branch at Galveston) ha dimostrato come ragazzi che hanno passato ore usando il joystick e guardando uno schermo abbiano sviluppato una notevole capacità di coordinazione mano-occhio e abilità di usare le mani tali da poter essere seriamente paragonate a quelle di medici chirurghi che “apprendono la tecnica” della chirurgia robotica (Robotic Assisted Surgery).

Il test ha misurato le capacità degli studenti e dei praticanti su 20 differenti parametri di abilità e 32 step di apprendimento utilizzando un simulatore di chirurgia robotica. Quel che ne uscito è che il background di abilità di chi spende parte del suo tempo -almeno 2 ore- con un joystick in mano è migliore di quello dei praticanti medici!  Senza aver fatto pratica specifica per l’utilizzo della tecnologia in questione, gli studenti erano già in possesso di abilità più sviluppate rispetto ai medici praticanti (il tutto si è ovviamente capovolto nei test in cui le capacità di controllo del robot sono diventate inutili).

Significa una sola cosa ben riassunta da Sami Kilic, il responsabile dello studio che avuto l’idea proprio guardando suo figlio passare il tempo sui videogiochi: “Molti medici praticanti di oggi non hanno mai imparato la chirurgia robotica alla scuola di medicina. Vedendo però gli studenti con una migliore esperienza spazio-visuale e una migliore coordinazione mano-occhio, frutto del del mondo di efficienza tecnologica nel quale sono immersi, dovremmo ripensare a come istruire al meglio questa generazione“.

Ovvero, alcune abilità tecniche utili nei campi tecnologici che sono oggi nuove per alcuni, sono già state acquisite dai più giovani grazie al fatto di essere immersi più a fondo nella tecnologia e quindi bisognerà aggiornare i percorsi di studio utilizzando queste nuove abilità come nuovo perno. I giovani hanno cioè già acquisito alcune abilità per avere padronanza del mezzo anche se il mezzo è ancora una novità. A pensarci bene è un dato normale nel mondo tecnologico degli ultimi decenni, dove il padre non sa accendere (o quasi) un personal computer utile per scrivere una relazione o pagare le tasse mentre il figlio smanetta non solo col pc ma anche con i pc in miniatura come gli smartphone o i tablet o supporti sempre più nuovi e diversi ma che sa già come utilizzare. Basta vedere le scuole, dove c’è una sempre maggiore spinta verso l’ingresso, a fianco dei soliti strumenti come libri e quaderni, di supporti tecnologici nuovi come i tablet -o i pc in generale- che gli studenti sanno già usare, facendo diventare questa “abilità tecnologica” una nuova base per sviluppare nuovi paradigmi nell’istruzione. Pensiamo ad esempio agli studenti di architettura di oggi che difficilmente sono in grado di utilizzare riga e squadrette per progetti complicati e neppure gli viene richiesta una grande abilità nel farlo ma che sono anni luce avanti nell’utilizzo dei software di progettazione per pc rispetto ai loro colleghi di qualche decennio fa.

. E allora -fermo restando che un buon libro rimane un buon libro e che una pizza con gli amici vale più di due ore passate ad ammazzare mostri virtuali- potrebbe essere che, al di là degli eccessi, anche l’utilizzo dei videogiochi non sia nient’altro che la realizzazione di nuovi modi di pensare e acquisire capacità da parte dei giovani (e qualche meno giovane ormai)  immersi in un mondo che ormai si nutre di quei nuovi modi di pensare e di quelle nuove capacità.

 

Fonte:http://www.utmb.edu/newsroom/article8061.aspx

Curiosità, scienza e crescita economica

In questi giorni bui per la nostra economia e per il nostro futuro, in cui si sente tanto parlare di ripartenze, investimenti, revisione della spesa (anzi no, spending review), crescita, decrescita ecc ecc ma poco di scienza (tranne dalle parti di Super Quark) che invece potrebbe essere il volano per una reale ripresa e una reale stabilità futura. Quando lo si fa, in ambito politico perlomeno, purtroppo le cose non vanno bene. Pietro Greco, su Scienzainrete, ha scritto un bell’articolo che ci spiega il perché, e io lo ripropongo qui.

Il titolo è La scienza di base alla prova delle sirene pragmatiste.

 

C’è un’idea di politica della ricerca che si sta facendo strada in Italia e anche in Europa: dobbiamo fare come negli Stati Uniti d’America. Farci guidare dalla legge dura ma efficiente del mercato. Niente più lussi, dunque. Niente più ozi intellettualmente appaganti. Per far crescere l’economia occorre rinunciare a finanziare la “bella” scienza di base, che produce conoscenze non immediatamente utili, e finanziare con fondi pubblici, mobilitando gli scienziati pagati con soldi pubblici, lo sviluppo rapido di prodotti innovativiche possono essere immediatamente messi sul mercato. Il tutto sarà anche esteticamente meno appagante, ma è molto più redditizio.

Questa idea è quasi sempre solo abbozzata. È più uno slogan che un piano. Tuttavia produce effetti concreti. Anche perché molti economisti e soprattutto molti commentatori di economia, più o meno autorevoli, pensano che non c’è migliore regolatore possibile, anche in fatto di produzione di nuova conoscenza, che il mercato. Sebbene sia solo abbozzata, sebbene sia poco più che uno slogan, quest’idea produce effetti concreti. In Italia, per esempio, i finanziamenti alla ricerca di base – o, come si dice oggicuriosity-driven – tendono a diminuire fino a rischiare di scendere, in molti settori, sotto la soglia della sopravvivenza, come ha denunciato tra gli altri e con più forza degli altri Fernando Ferroni, il presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) proprio mentre i suoi ricercatori ottenevano risultati scientifici di assoluto valore, contribuendo in maniera determinante a quella “cattura” del bosone di Higgs di cui ha parlato il mondo intero. Ma l’idea sta producendo effetti concreti anche in Europa. A questa filosofia pragmatista, infatti, è largamente ispirato Horizon 2020, il piano di investimenti dell’Unione Europea che dovrà sostituire, a partire dal 2014 e fino, appunto, al 2020, il VII Programma Quadro.

Ebbene, questa idea è tre volte sbagliata. Predica il falso quando afferma che, per muovere l’economia, occorre un investimento pubblico e una mobilitazione degli scienziati accademici nello sviluppo rapido di prodotti innovativi da immettere sul mercato. Predica il falso quando dice che la ricerca di base o curiosity-driven è un lusso che non possiamo permetterci in tempi di vacche magrissime. E predica il falso, infine, quando sostiene che questo è il modello market-oriented che ha successo negli Stati Uniti d’America.

Scienzainrete ha, anche di recente, cercato di smascherare i primi due falsi, quelli relativi al valore decisivo, anche economico, della scienza di base finanziata con fondi pubblici. Conviene ora smascherare il terzo falso, quello secondo cui negli Stati Uniti la grande capacità di innovazione tecnologica è il frutto di investimenti diretti da parte del governo federale. È vero, invece, il contrario. Dall’immediato dopoguerra a oggi negli Stati Uniti c’è stato un patto chiaro tra governo federale e imprese: lo stato finanzia la scienza di base o curiosity-driven e le imprese finanziano lo sviluppo tecnologico.

Da oltre sei decenni il patto funziona. Il governo federale investe ormai ogni anno in ricerca ben oltre 100 miliardi di dollari. Le imprese investono in sviluppo tecnologico ben oltre 200 miliardi di dollari. Gli investimenti pubblici riguardano sia la ricerca militare che quella civile. Limitiamoci, per semplicità, a quella civile. Il governo federale ha due agenzie principali attraverso cui finanza la ricerca di base o curiosity-driven: il National Institutes of Health (NIH), che seleziona e finanzia progetti in ambito biomedico e laNational Science Foundation (NSF) che seleziona e finanzia i progetti di ricerca nell’ambito delle altre discipline scientifiche.
Sono questi le due più grandi officine di produzione di nuova conoscenza negli Stati Uniti e nel mondo. Il meccanismo di finanziamento è semplice. Tutti possono presentare progetti: gruppi e singoli che lavorano in università e laboratori, pubblici e privati. I progetti vengono finanziati sulla base della loro qualità scientifica, non sulla base delle loro possibili applicazioni immediate. La competizione per i grants (per i finanziamenti) è durissima, ma tutti sanno che la selezione è fondata sul merito. Il combinato disposto di grandi risorse disponibili e di efficacia della selezione garantisce un’elevata qualità media della ricerca. In campo biomedico, per esempio, il 90% delle formule completamente nuove nella produzione dei farmaci sono state prodotte, come rileva Marcia Angell, per molti anni alla direzione del New England Journal of Medicine, da ricercatori finanziati dagli NIH, sebbene gli investimenti in ricerca e sviluppo delle imprese private sia quasi dieci volte superiore.

Perché allora le imprese investono ben oltre 200 miliardi di dollari ogni anno in ricerca e, soprattutto, sviluppo? Beh, perché cercano di tradurre in beni commerciali le nuove conoscenze fondamentali prodotte dagli scienziati con fondi pubblici.

In realtà il cerchio dell’innovazione si chiude anche perché lo stato federale, al di là dei finanziamenti a NIH e NSF, propone in continuazione grandi progetti – dalla conquista spaziale negli anni ’60 alla guerra contro il cancro degli anni ’70 alla costruzione di nuovi sistema d’arma – che evocano una formidabile domanda di alta tecnologia. Domanda che le imprese sono stimolate a soddisfare. Ne deriva che proprio nella patria del liberismo economico la ricerca scientifica è sostanzialmente sottratta alla logica del mercato. Non è market-oriented. È lo sviluppo tecnologico che, invece, è lasciato al mercato, anche se la mano pubblica è tutt’altro che invisibile e tutt’altro che leggera.

Se dunque in Italia e in Europa si intende seguire il modello americano, è questo modello niente affatto pragmatista e niente affatto liberista che dovrebbe essere realizzato.

In realtà anche negli Stati Uniti, come in tutto il mondo, le sirene pragmatiste cantano. E, secondo alcuni, il loro canto sta ottenendo risultati concreti. Il professor Paolo Bianco, del Dipartimento di Medicina Molecolare dell’università La Sapienza di Roma, su Il Sole 24 Ore ha fatto di recente notare, per esempio, che la pressione delle grandi imprese farmaceutiche (Big Pharma) sta portando il governo federale lungo una strada inesplorata: il finanziamento dello «sviluppo rapido di prodotti rapidamente commerciabili, direttamente da parte di ricercatori accademici e startup companies create ad hoc». Ne sono un esempio il finanziamento, per 14 milioni di dollari, di strategie che rendano possibile l’acquisto della sequenza del proprio genoma con appena 1.000. O anche la nascita del National Center for Advancements in Translational Science (NCATS), con un bilancio di ben 2 miliardi di dollari per anno, il cui obiettivo è proprio quello di ottenere quello che le imprese private non riescono più a fare: la realizzazione di beni immediatamente utilizzabili e commerciabili.

L’approccio pragmatista sembra essere quello prevalente anche tra le potenze scientifiche emergenti (Cina, India, Brasile). Il rischio è evidente: è come se si portassero sempre nuovi cavalli ad abbeverarsi a una fiume (il fiume delle nuove conoscenze), mentre a monte si costruisce una diga sempre più alta. Prima o poi il fiume si inaridisce. E i cavalli non avranno più nulla da bere.

Non è un’ipotesi di scuola. In passato è già avvenuto. Come ha raccontato Lucio Russo in un bel libro di qualche anno fa, La rivoluzione dimenticata, l’eccesso di pragmatismo dei romani ha ucciso la scienza ellenistica. E mentre il delitto si consumava nessuno aveva più gli occhi per avvedersene. La fine della scienza è stata tra le cause della crisi economica plurisecolare che ha investito l’Europa in quelli che oggi chiamiamo i “secoli bui” del Medio Evo.

Sono passati quasi due millenni prima che la scienza venisse riscoperta. E l’economia ripartire.