Forse siamo stati un po’ stronzi

Quando è stata grande la nostra impronta sul pianeta Terra negli ultimi vent’anni? Troppo, quasi il 10% dei territori selvaggi. Dal 1993 al 2013 abbiamo “calpestato” un decimo delle “aree incontaminate” – quelle che, banalizzando, l’animale uomo ha lasciato in pace -, abbattendole o modificandole per adattarle alle nostre temporanee esigenze, dalla deforestazione per la trasformazione […]

CCSVI, Sclerosi Multipla e grandi novità che non lo erano

(post lungo, noioso e forse inutile, per nerd della comunicazione e del giornalismo scientifico: vi ho avvisati)

Da anni, quasi un decennio, Paolo Zamboni – medico, ricercatore e docente dell’Università di Ferrara – porta avanti una interessante battaglia scientifica sulla Sclerosi Multipla: quella sulla cosiddetta CCSVI, l’insufficienza venosa cronica cerebro-spinale. Secondo lui (e secondo molti altri ricercatori in giro per il mondo) tra le cause determinanti la Sclerosi Multipla c’è anche la CCSVI, ovvero una malformazione delle principali vene cerebrali che non sarebbero così in grado di drenare correttamente il sangue dal cervello e dal midollo spinale, contribuendo a causare i danni al sistema nervoso centrale caratteristici della malattia.

Il tutto è oggetto di una vera e propria controversia scientifica di cui ho scritto altrove (e a cui rimando) e non ho alcuna intenzione – vorrei che fosse chiaro – di schierarmi pro o contro questa teoria scientifica: non ne ho le capacità, posso solo limitarmi a seguire il dibattito, osservare e valutare le posizioni contrastanti.

Negli ultimi giorni è accaduta però una cosa che voglio raccontare. Esistono dei gruppi di malati e familiari che sostengono con molta passione e organizzazione la teoria di Zamboni: ci credono, hanno l’impressione che ci sia una chiusura ingiustificata e impropri da parte di una buona fetta della comunità scientifica – soprattutto quella della neurologia – e tentano quindi di dare risalto alle pubblicazioni scientifiche che confermano la correlazione tra CCSVI e Sclerosi Multipla. Lo fanno con molta solerzia e con un buon lavoro di traduzione delle ricerche, preparando spesso comunicati stampa pronti per i giornali i cui ‘operatori’ devono così faticare il minimo per pubblicarli e dargli una visibilità maggiore.

Tutto perfettamente legittimo.

L’ultimo caso però mi ha dato personalmente delle noie. Quando questi comunicati arrivano in redazione di solito vengono girati a me per valutare se valga la pena o meno pubblicarli. Spesso ‘passano’, altre volte no perché gli studi citati non sono così dirimenti o non hanno il carattere di ‘novità’ e ‘interesse’ per una testata locale. L’ultimo segnalava finalmente un’apertura da parte dei neurologi verso la CCSVI e il riconoscimento tanto sperato di una correlazione con la Sclerosi Multipla.

Andiamo per gradi. Prima è arrivato un comunicato che semplicemente traduceva i risultati dell’ultima ricerca pubblicata da Zamboni e da un suo collega su una rivista internazionale (il testo è quello ripreso ‘paro-paro’ da Meteoweb). Poco dopo è arrivato il comunicato dell’associazione CCSVI nella SM che ‘festeggiava’ l’importante risultato, sottolineando finalmente l’apertura alla ‘nuova teoria’ da parte della comunità dei neurologi. Sabato sia La Nuova Ferrara che l’Ansa hanno ripreso il comunicato (lo ha fatto anche Telestense). Il mio giornale no (almeno finora).

Perché?

Il primo segnale. Come da routine sono andato a leggere l’articolo di Zamboni in questione e qui è scattata la mia fase riluttante. Non tanto per l’articolo in sé, sul quale non ho motivi per metterne in dubbio la qualità e i risultati, quanto per il ‘dove’ è stato pubblicato e, conseguentemente, per il peso che assume. Di suo la ricerca non dice nulla di nuovo rispetto a quanto il prof di Ferrara va dicendo da anni, e questo è stato il primo segnale per spegnere un po’ i toni eccitati. Ma poi tutto è crollato guardando quel ‘dove’.

Il secondo segnale. La ricerca è stata pubblicata sul Journal of Multiple Sclerosis, una rivista a tema specifico del gruppo editoriale Omics, con sede in India. Non avevo mai avuto a che fare con questo gruppo dunque mi sono informato. Per prima cosa sono andato a controllare il cosiddetto impact factor della rivista: e qui è suonato un primo campanello d’allarme. La rivista stessa se lo auto-attribuisce a un valore di 1.65, piuttosto alto per essere una rivista nata da pochissimo tempo. È un impact factor non ufficiale, basato sulla presenza di 21 citazione di articoli della rivista trovati online tra il 2013 e il 2016. Alcune di queste peraltro in riviste dello stesso gruppo (e spiegherò subito perché in questo caso è importante) o di un gruppo probabilmente affine (Oatext), e su Research Gate. I miei dubbi sono cresciuti.

Il terzo segnale. Sono così andato a cercare informazioni sul gruppo editoriale Omics (i riferimenti li metto in fondo al post) e ho scoperto che è noto per essere un gruppo dedito all’editoria predatoria e ad organizzare conferenze e meeting scientifici di dubbio valore (e anche in questo caso sono predatori).

In particolare battezza le proprie riviste con nomi che ricordano molto da vicino – con la possibilità di indurre i ricercatori in confusione – quelli di riviste più vecchie, prestigiose e con un buon pedigree. Nel 2012 su 200 riviste nel proprio indice, il 60% non aveva pubblicato alcunché. Il processo di revisione degli articoli è stato segnalato come poco trasparente.

Inoltre è stato accusato dal Governo statunitense di usare materiali, immagini e curriculum di impiegati del National Institutes of Health (NIH) nei propri materiali promozionali, senza alcuna autorizzazione. Fa (o ha fatto) anche altro: invitare i ricercatori a pubblicare qualcosa sulle proprie riviste, senza informarli prima dei costi che avrebbero dovuto sostenere per la pubblicazione per poi accettare con molta rapidità l’articolo e chiedere il pagamento di un contributo che a volte va oltre i 2mila dollari.

Pubblicizza conferenze includendo partecipanti prestigiosi… ma ignari. E anche qui, i nomi delle conferenze pare che siano molto, troppo simili a quelle più prestigiose sugli stessi temi, spesso organizzate quasi in concomitanza.

In tre passaggi la notizia è scomparsa: lo studio in sé non ha grossi elementi di novità (è una review); la comunità dei neurologi avversa alla teoria di Zamboni non ha fatto alcun passo indietro (o avanti a seconda di come si guarda la vicenda): l’articolo è dello stesso prof che sostiene la teoria controversa e la rivista non è affatto un punto di riferimento per quella comunità; e, soprattutto, la rivista – per le pratiche adottate dal gruppo editoriale – ha un valore molto, troppo, dubbio per poter presentare uno dei suoi articoli come un punto di svolta della controversia.

Cosa rimane? Non voglio accusare i colleghi che hanno dato spazio a quei comunicati – questa volta penso mi sia andata bene e ho avuto la fortuna di aver avuto fiducia da parte della redazione nella mia decisione – ma è indubbio che noi operatori dell’informazione siamo spesso molto pigri e non dovremmo esserlo, soprattutto in questi casi in cui sono coinvolti molteplici e importanti fattori: non solo la credibilità della ricerca scientifica, ma anche le legittime speranze di molti malati. Quando si parla della salute delle persone  – e ancora di più quando in mezzo ci sono malattie così dure come la Sclerosi Multipla – dobbiamo usare i guanti di velluto, anche quando le notizie provengono dai diretti interessati, dalla parte più debole, le cui legittime aspettative e posizioni non sono affatto garanzia di una corretta informazione.

http://www.sciencemag.org/news/2013/05/us-government-accuses-open-access-publisher-trademark-infringement

http://scholarlyoa.com/2013/01/25/omics-predatory-meetings/

http://chronicle.com/article/Publisher-Threatens-to-Sue/139243/

http://scholarlyoa.com/2015/10/08/publisher-acts-suspiciously-like-omics-group/

https://en.wikipedia.org/wiki/OMICS_Publishing_Group

I dogmi della ricerca e quelli di Michele Serra

Golden Rice grain compared to white rice grain in screenhouse of Golden Rice plants.
Golden Rice e riso bianco (IRRI Photos/Flickr/CC BY NC-SA 2.0)

“Ma il cittadino comune non viene ulteriormente confuso?”

È la domanda che mio padre mi ha scritto in un e-mail che conteneva in allegato una lettera a Michele Serra sul Venerdì di Repubblica firmata da nove persone, ricercatori o professori universitari italiani.

ricerca

Si (ri)parla di Ogm, e i firmatari della lettera sono molto chiari: è una questione politica sì ma, a differenza di quanto sostiene Elena Cattaneo sulle colonne di Repubblica:

è falso che l’intero mondo della ricerca sia immune da ogni dubbio e schierato compatto pro-Ogm. Moltissimi scienziati e ricercatori, provvisti di credenziali di pari autorevolezza, di dubbi invece ne hanno molti.

Chi sono questi moltissimi scienziati e ricercatori? Non si sa, i nomi non vengono fatti. Quali dubbi avanzano? Boh?

Chi lo sa… ma non è questo il punto.

“Ma il cittadino comune non viene ulteriormente confuso?”

La mia risposta è sì, il cittadino viene ulteriormente confuso. Questo per il fantastico meccanismo – tipico del mondo dell’informazione – del confronto tra opinioni (opinioni, non fatti) che porta i processi decisionali, sia personali che istituzionali, a formarsi pesando quante voci ci sono da una parte e quante dall’altra. Non quali, ma quante. E se ne frega, perché poi il discorso diventerebbe troppo lungo, di quanto solide siano le basi su cui poggiano gli uni e gli altri.

Trovare scienziati e ricercatori – anche ‘importanti’, ma non necessariamente competenti nella specifica materia – che pensano cose molto diverse rispetto a quelle della grande maggioranza degli altri ‘esperti’, è relativamente semplice e così diventa semplice anche far apparire dal nulla una controversia nel mondo scientifico. Capita molto spesso quando si parla di riscaldamento globale, capita anche per la questione Ogm.

Ma, come scrivono nel loro eccellente libro “Contro Natura” Beatrice Mautino e Dario Bressanini, in un passo riportato da Il Post che ne ha preso un estratto

Le istituzioni della UE hanno investito, dal 1982 al 2012, più di 300 milioni di euro in ricerche sulla sicurezza degli OGM, finanziando centinaia di gruppi di ricerca pubblici, in laboratori e università. Il rapporto finale che riassume queste ricerche è esplicito:
La conclusione principale che si può trarre dagli sforzi di più di 130 progetti di ricerca, su un periodo di 25 anni e che ha coinvolto più di 500 gruppi di ricercatori indipendenti, è che le biotecnologie e in particolare gli OGM non sono, di per sé, più rischiose delle tecnologie convenzionali di breeding delle piante.

Anche l’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, nel corso degli ultimi decenni non ha trovato alcun elemento per fare distinzioni sostanziali tra sementi Ogm autorizzate per la coltivazione in Europa e le altre ottenute con altre tecniche.

Non c’è, di fatto, una controversia scientifica. Molte posizioni e ricerche che argomentavano contro gli Ogm nel corso degli anni, sono tutte crollate. Quando Serra dice che la scienza che non sa mettere in discussione se stessa contraddice i suoi stessi presupposti e titola “L’errore della ricerca? Trasformarsi in un dogma” ha ragione. Solo che  “la scienza” ha già messo più volte in discussione i suoi presupposti e ha già dato, più volte, delle risposte chiare che, lungi dall’essere dei dogmi, dovrebbero costituire il punto dal quale muoversi e andare avanti.

Come accade oggi, ad esempio, per i vaccini obbligatori, sui quali mi pare Serra si sia dichiarato a favore. Eppure anche qui, se volesse, troverebbe decine di medici e ricercatori pronti a giurare che i vaccini sono un male  nella mani di pochi che hanno in pugno la nostra salute. Perché questa differenza? Non si tratterà forse di pregiudizi non riconosciuti?

Ma l’attacco alla ricerca dogmatica è solo un chiaro pretesto. La vera questione, come afferma lo stesso Michele Serra, non è scientifica ma è politica, potentemente politica. 

Scrive il giornalista

Gli Ogm sono il mattone di un sistema di produzione agro-industriale che ha un profondissimo impatto sulla vita dei campi e dei contadini, sulla distribuzione del potere che si concentra in pochissime mani (quelle dei proprietari delle sementi), sulla crisi della biodiversità, sulla libertà di scegliere cosa coltivare, e in che modo. Non esiste solo la libertà dei ricercatori scientifici. Esiste anche la libertà dei contadini, che il sistema di produzione agro-industriale, fondato sulle sterminate colture monocolture Ogm (esempio classico la soia in Argentina) spossessa progressivamente di autonomia, di cultura, di identità.

In definitiva, mi pare di capire che gli Ogm (le cui monocolture non sono il fondamento di un bel nulla) siano il mattone con cui si recinta la libertà dei contadini e che di conseguenza porterebbe – senza spiegare come – a disastri ambientali (biodiversità) e sociali (cultura, tradizioni ma quali?).

Ed eccoli qui, allora, i veri dogmi, le vere sentenze che non ammettono discussione. Concetti espressi in bella forma e che si auto-affermano, che toccano argomenti importanti, ma che non sono riempiti di contenuti.  Se davvero ci fosse una controversia, come sarebbe possibile affermare con tale sicurezza, come fa Serra, la presenza di effetti così distruttivi per l’ambiente, per la società e le culture dei popoli?

La questione è davvero politica, ma non si può risolvere correttamente se non si prevedono vie di mezzo, ragionamenti profondi, e si portano avanti postulati indiscutibili, dove i preconcetti diventano principi di libertà.

Nella sua visione politica della questione, Serra – ad esempio – parla appunto di costrizioni delle libertà di chi lavora nei campi dovute agli Ogm, come se fossero un dato di fatto, ma non spiega cosa e quale sia quella libertà. Coltivare ciò che vuole, come vuole? Se la risposta è sì, anche coltivare Ogm è libertà, una libertà oggi negata agli agricoltori italiani.

Non so se per lui la libertà sia anche una maggiore ricchezza, per me, che non sopporto la favola della ‘decrescita felice’, essere più ricchi di prima (che non significa essere ricchi) è un mattone con cui si costruisce la libertà individuale e si accresce il benessere sociale. Serra guardi il grafico sotto (tratto da una meta-analisi del 2014) che mostra come, in media, l’adozione di colture Ogm nel mondo ha portato a una crescita di quasi il 70% dei profitti per gli agricoltori (oltre che a una riduzione dell’uso dei pesticidi del 37%).

ogm

Non sono i numeri di una tecnologia che salverà il mondo o che non comporta problemi, sono i numeri di una tecnologia che ha migliorato le condizioni di vita di molti agricoltori. Fanno davvero così schifo? Sono davvero il simbolo di una minaccia per la libertà?

Le “poche mani” che hanno in pugno i semi, in Italia, sono anche quelle di coop e consorzi, non solo multinazionali, ma immagino che non se ne possa parlare. E la collegata questione del ‘tradizionale’ riutilizzo dei semi trova una spiegazione relativamente semplice: gli agricoltori che hanno qualcosa in più di un un campetto di pochi ettari e qualche gallina, in genere, non riutilizzano i vecchi semi perché costa tempo e fatica e non garantisce risultati. Ricomprare i semi ogni anno offre maggiori garanzie e gli agricoltori di professione lo fanno da prima che gli Ogm arrivassero sul mercato. E anche questa è libertà. È vero che ci sono aziende che vietano il riuso se non a determinate condizioni, ma anche riprodurre e riutilizzare un articolo di Serra è vietato dal suo editore (ops) e per poter leggere quello che scrive bisogna ricomprare ogni giorno il giornale. L’ accesso all’informazione non è importante?

A differenza di quel che dice Serra e di quel che dicono i ricercatori firmatari della lettera con cui sono partito, le tecnologie sono neutre, è il loro utilizzo a non esserlo. È il loro utilizzo che può essere, anche, un problema politico e di visioni del mondo. Ma per affrontare al meglio un problema simile bisogna partire da basi solide, da un contenuto minimo di verità il più possibile oggettivo e discutere spogliandosi dei pregiudizi che tutti, indistintamente, abbiamo.

La strada politica da intraprendere è allora quella di valutare pro e contro, condizioni di utilizzo, situazioni in cui le tecnologie portano o meno beneficio. E se non ci sono pericoli concreti o potenziali (ma ragionevolmente prevedibili) deve essere lasciata la libertà di scelta, quella cosa che oggi per chi vuole coltivare Ogm non esiste senza alcuna valida ragione.

Certamente rimarrebbero altri problemi sollevati da Serra che però, a meno che non si vogliano raccontare balle pur di avere ragione, non sono generati dall’uso di Ogm: la perdita di biodiversità, la necessaria modifica dei sistemi produttivi, i diritti di chi lavora la terra, i diritti di noi consumatori, i diritti delle società che sulla crescita dell’agricoltura locale fanno e faranno a lungo affidamento per migliorare le proprie condizioni.

Tutti problemi la cui enorme complessità, così come non si risolverà grazie a una singola tecnologia, non si risolverà neppure con il bando tout court della stessa e affidandosi all’agricoltura biologica (al costo di quanta terra?) o agli orticelli di Carlo Petrini. Sarebbe semplice e bello, ma è la risposta di un pensiero politico decisamente involuto, pronto a sacrificare il benessere e la libertà altrui sull’altare dei propri pregiudizi.

Giornalisti e torri d’avorio

Leggo oggi su Prometeus magazine un’interessante riflessione di Federico Baglioni a proposito della recente manifestazione tenutasi a Roma, davanti a Montecitorio, per chiedere al Governo di non recepire le modifiche pericolosamente restrittive votate dal Parlamento alla direttiva Ue 63/2010 sulla sperimentazione animale.

Federico lamenta la scarsa attenzione dei media (se non un video de La Stampa e un servizietto orribile del Tg1) per una manifestazione pacifica con cinquecento persone che si schieravano dalla parte della ricerca. Questa è la parte che ritengo più interessante della sua analisi:

E’ brutto da dirsi, ma la notizia non era sufficientemente interessante.

Intendiamoci: so benissimo quali sono i problemi di un giornalista. Ha poco tempo, deve seguire una linea editoriale e deve stendere un articolo che venga letto da molti e che non crei un controproducente (per lui) vespaio di polemiche. Capisco che sia molto meno compromettente glissare l’argomento e parlare di altro.

Non ci sono stati scontri, non c’è stato il “sangue”

Qualcuno l’ha proprio sentito dire in piazza e la cosa, purtroppo, non mi scandalizza affatto. A differenza delle altre occasioni, non c’è stata alcuna contestazione, nessun “momento di tensione” vero o presunto che fosse, nessuna guerra tra bianchi e rossi. E’ caduto quindi lo scoop,la possibilità di dipingere l’argomento sperimentazione animale come consueta “guerra tra faide”.

“La notizia non era sufficientemente interessante”. È proprio così. In parte concordo col resto dell’analisi, nel senso che uno scontro, una contestazione, ha sicuramente un grado di notiziabilità maggiore all’interno dei quotidiani generalisti. Non sono d’accordo invece sulla parte dei problemi del giornalista: sollevare vespai fa vendere copie o guadagnare accessi sul web e non è detto che esista una linea editoriale su temi complessi come la sperimentazione animale.

Però manifestare a favore della ricerca non è molto più interessante, dal lato giornalistico, della protesta coi caschetti degli operai dell’Alcoa in Sardegna o dell’omofobia di Guido Barilla.  Le ragioni sono tante, non da ultimo l’interesse del pubblico che probabilmente tende a scemare dopo una/due volte che si tratta l’argomento (a meno che, di nuovo, non si compiano azioni eclatanti, ma in questo caso sono tali azioni a fare notizia, non il messaggio che vi sta sotto).

Per Federico,

L’impressione è che quella di stare in una torre d’avorio non sia una scelta degli scienziati, ma una forma di confino cui sono costretti dai media.

E qui credo che sbagli. Uno dei grandi problemi degli scienziati è che scendono in campo a protestare quando vedono calpestata la propria libertà e, se vengono ascoltati bene, se non vengono ascoltati è perché l’Italia non ama la scienza. C’è del vero, senz’altro, ma non è così semplice e credo che il problema nasca un po’ più indietro con ampie responsabilità degli scienziati.

Per portare avanti “la causa” della scienza (qualsiasi cosa voglia dire) non basta protestare quando qualcuno sembra metterle dei paletti davanti o prende decisioni assurde (Stamina, Di Bella ma anche sperimentazione animale e Ogm) e poi continuare a fare quello che si faceva prima. È necessario fare un salto qualitativo: portare quei problemi dove c’è la possibilità di trattarli a livello politico prima e mediatico poi: le organizzazioni politiche, le associazioni e tutto il sottobosco culturale che sfocia in attività, proposte e gruppi di pensiero che influenzano chi deve prendere le decisioni e che ha più facile accesso ai media. Credo che sia ora che la cultura scientifica inizi a diffondersi su più piani. La comunità scientifica deve costituire una sua lobby, non nel senso dispregiativo che diamo in Italia a questo termine, ma nel senso di fare la stessa identica cosa che fanno gruppi super legittimati come Slow Food o Comunione e liberazione (oddio, forse ho fatto esempi non proprio positivi) o le varie fondazioni e associazioni il cui scopo è proprio quello di far emergere su più livelli possibili le proprie idee. Questo è quello che dovrebbe fare la scienza: “scendere in campo” (ho i brividi), portare le sue idee e argomentazioni sul piano politico, a tutti i livelli, non sperare che, semplicemente parlando o facendosi vedere in piazza, qualcuno ascolti ed “esegua” o pretendendo di essere chiamati in causa solo su determinati argomenti in qualità di esperti e pensare che il resto non la riguardi.

Gli scienziati, i ricercatori, intervengano allora più spesso nel dibattito politico, dicano che l’abolizione dell’Imu gli leverà X milioni di risorse per fare le importanti ricerche Y e Z, dicano che per una università in grado di crescere serve una classe politica che sappia prendere decisioni durature, dicano che il signor sindaco ha riconsegnato la città più inquinata di quanto era cinque anni prima, dicano che l’Italia spreca i fondi europei e propongano progetti, denuncino con estrema forza la burocratizzazione, i baronati e le risorse date in base al nome e non al curriculum, dicano qualcosa di politico sull’Ilva o sulla così detta green economy, dicano con forza, durezza e chiarezza che la televisione pubblica non può delegare le tematiche scientifica a Piero Angela (sempre sia lodato) per altri 30 anni e mantenere in vita (professionalmente) Roberto Giacobbo.

In mancanza di tette e culi da mettere in primo piano, l’unico modo per rendere la scienza -compresi i suoi problemi- più notiziabile è quello di rinforzarne la portata comunicativa facendola entrare nel tessuto connettivo sociale e politico. La violenza sulle donne è diventato un problema in Italia non perché siano cresciuti numericamente i reati, ma perché un forte movimento d’opinione ha focalizzato l’attenzione pubblica, di media e politica, su quel problema e si batte per trovare delle soluzioni. Le battaglie sui diritti civili hanno alle spalle associazioni di persone e gruppi di pensiero che elaborano idee e soluzioni e si trovano dei portavoce influenti che inseriscono le proprie idee nel flusso comunicativo, scatenano dibattiti e polemiche, fanno politica. Se è vero che la scienza è un grande movimento culturale, la più avanzata forma di pensiero che l’uomo abbia fin qui sviluppato, allora l’obiettivo è farla penetrare oltre le accademie, oltre gli specialisti o i semplici appassionati. È possibile che il fattore principale del nostro benessere e del nostro avanzamento debba essere relegato ad una specie di nicchia?

La smettano allora di dire e pensare “siamo solo scienziati”, di aver paura di calpestare qualche piede e di pretendere l’attenzione mediatica e politica solo quando le decisioni politiche gli passano accanto, perché così, giusto o sbagliato che sia, non funziona. Se la politica e l’informazione sono miopi quando si parla di scienza, la colpa sta anche (ma non solo, ovviamente) in chi non si è curato troppo della salute di quegli occhi e oggi non riesce a trovargli un buon oculista.

#iostoconlaricerca

Oggi è giovedì 19 settembre 2013.

L’associazione Pro-Test organizza a Roma una manifestazione per chiedere al Governo di recepire la direttiva europea 63/2013 sulla sperimentazione animale così com’è -perché è frutto di un buon compromesso fra esigenze della ricerca e rispetto degli animali- e abbandonare gli emendamenti votati ad agosto con gran consenso trasversale da parlamentari distratti o pseudo-informati. Il rischio è quello di vedere la ricerca bio-medica italiana seriamente azzoppata da una politica miope (la stessa che aveva autorizzato la disponibilità di qualche milione di euro per mettere alla prova l’obbrobrio Stamina), che prende decisioni senza neppure ascoltare gli esperti e i diretti interessati, ma è sempre più incline a soddisfare la pancia e quasi mai il cervello.

Ecco, dato che non potrò andare a Roma e scendere in piazza, lo dico almeno da qui: #iostoconlaricerca (e con i ricercatori).

Cattivi maestri

Più volte ho scritto da queste parti sull’utilità dell’informatica e della sua diffusione -anche se non soprattutto nel suo utilizzo ludico– nelle scuole per la promozione di un utilizzo consapevole. Ma i cattivi maestri sono sempre dietro l’angolo, uno di questi è la Peta, nota associazione animalista, famosa per le sue azioni eclatanti in difesa (o presunta tale) del benessere degli animali.

Va da sé che la stessa associazione sia largamente contraria alla sperimentazione sugli animali, da loro enfaticamente chiamata vivisezione. Proprio per “sensibilizzare” le persone su questa battaglia, fortemente ideologica prima che etica, la Peta ha sfornato un videogioco retrò, stile anni ’90, dal nome Care Fight, in cui noi impersoniamo un abile esperto di arti marziali, un vendicatore, che trovandosi chissà come dentro un laboratorio in cui il sangue fa parte della tapezzeria, dopo aver dialogato con un cheerleader semi nuda (tranquilli genitori, è la cosa meno diseducativa di tutto il gioco) deve combattere orde di sadici e vecchi ricercatori muniti di siringone colmo di sangue innocente, liberando al contempo gli animali (cani e gatti, mica moscerini) chiusi nelle gabbie.

I dialoghi fra personaggi, tutti in forma scritta come nella migliore tradizione, sono ampiamente diseducativi ma dal lato della Peta -che da questo lato ha poco da imparare- hanno una grande forza comunicativa: i “cattivi” fanno spesso riferimento al divertimento nel far soffrire le cavie e al fatto che la legge glielo consenta senza problemi.

La guerra santa contro i ricercatori si fa, per ora, con dei colpi d’arti marziali digitali. Dico “per ora” non a caso. Il disclaimer -ovvero quel simpatico accordo in cui la Peta (ma questo capita per il 99% dei programmi informatici) rifiuta ogni responsabilità derivante dall’utilizzo improprio del software  che accettiamo se proseguiamo nell’utilizzo-  è infatti molto ambiguo:

Non male l’uso del termine “assault”: “per cortesia mantenete le vostre aggressioni [o attacchi o gli altri sinonimi che volete usare] contro gli sperimentatori entro i limiti della legalità nella vita reale”, nel frattempo divertitevi a pestarli in quella digitale sperando che le cose cambino, come sembra trasparire dalla prima frase: “è ancora illegale prendere a pugni in faccia chi sperimenta sugli animali”. Sembra una specie di speranza recondita che presto le cose cambino e si possa passare dalla fantasia digitale alla pratica.

La cosa più spiacevole, ma questo è un parere del tutto personale, è che il giochino è divertente e coinvolgente, proprio come lo erano i giochini di quegli anni.

 

Fonti:

http://www.guardian.co.uk/science/brain-flapping/2013/jun/19/video-games-to-promote-science

http://speakingofresearch.com/2013/06/13/petas-mixed-martial-assault-on-scientists/

http://features.peta.org/cage-fight-mma-game/

 

Giulio Golia, una mamma e la vera ricerca

Si è tanto parlato del metodo Vannoni, quello che curerebbe malattie rare grazie all’utilizzo di cellule staminali. Non sto qui a riassumere tutta la vicenda perché ormai il web è pieno (qui, quo e purtroppo anche qua ad esempio) e perché Giulio Golia de Le Iene ha ottenuto share e probabilmente contratti futuri grazie ad un’operazione balorda: puntare sul labile confine fra disperazione e speranza per costruire servizi televisivi dannosi e pericolosi. Il metodo cura miracolosa ostacolata dal potere è sempre il solito, basta prendere i risultati che ci piacciono, solo quelli, portarli in Tv con tanto vittimismo e poggiare sul dolore e sulla determinazione alla speranza di un’amorevole famiglia con una figlia in grossa difficoltà. Grazie a questo pessimo giornalismo, frutto non di un errore nella percezione della notizia, ma di reiterata e ottusa ignoranza di chi quella notizia l’ha creata, Giulio Golia, una buona fetta di opinione pubblica si è orientata a favore del metodo Vannoni e della Stamina Foundation come accadde tempo addietro con Di Bella ma per fortuna non ancora a quei livelli di barbarie mediatico-scientifica (per quella aspettiamo Antonio Ricci e i striscianti servizi).

Per questo riporto qui una bellissima risposta che una madre ha lasciato nella pagina Facebook di Giulio Golia, una risposta che rinfranca l’anima e che spero determini i ricercatori a lavorare con ancora più determinazione e comunicare con più insistenza, perseveranza, capillarità e qualità anche su temi difficili. Grazie a questa mamma che pur nell’estrema difficoltà ha la forza e la razionalità di rimanere aggrappata al ramo più solido, che anche se non le parla e non la consola, lavora per lei senza inganni, al suo fianco, tra mille difficoltà, storture, problemi, errori, passioni, piccoli e grandi passi: la scienza.

“Le dico io di cosa si deve vergognare, non sono un medico o una ricercatrice, ma una mamma di una bambina affetta da SMARD1. Lei sta mettendo a rischio la vera ricerca quella che un domani vicino o lontano può veramente fare qualcosa per i nostri figli. Con tutto questo caos mediatico messo su per un po di audience rischia di far cambiare le regole che tutelano noi e i nostri piccoli. Noi genitori non siamo in grado a volte, per il troppo amore, di prendere le giuste decisioni e per questo ringrazio i medici quelli veri.. Sa cosa succederà se tutti regolamenti verranno messi in discussione o cambiati, se le leggi sulla sperimentazione verranno modificate? Aumenteranno i ciarlatani e truffatori mettendo in serio pericolo tanti e tanti pazienti piccoli e grandi…. So cosa significa ricevere una diagnosi che ti sconvolge la vita, il dolore che si prova nel vedere che la malattia porta via piano piano qualcosa al proprio figlio e la parte peggiore l’ impotenza, non poter fare nulla se non sperare e mettersi nelle mani della ricerca, e lottare cercando di portare il proprio bambino nelle condizioni migliori a quel domani dove sono sicura che i nostri meravigliosi ricercatori troveranno la cura. Non so se si rende veramente conto di quello che ha provocato, ma le assicuro niente di buono. Sa quanti genitori credono in buona fede a quello che lei e il Professore di lettere dite, credono davvero che esiste la cura del secolo che cura tutti i mali, rischiando di abbandonare le cure che possono rallentare il decorso della malattia.Spero che le parole di una semplice mamma la facciano riflettere un po, ma non credo.”