Tre cose sul web, i giornali e i moralizzatori

L’ormai noto caso del suicidio di T.C. ci ha mostrato chiaramente due tic preoccupanti. Il primo è quello di addossare le responsabilità a una massa indefinita, il web; il secondo è la comparsa dei ‘moralizzatori’, quelli che espongono al pubblico le oscenità pensate e scritte sul caso da un utente qualunque, purché abbastanza riprovevoli nei contenuti.

Da un lato il web cattivo, che espone, diffonde, prende in giro, insulta, diventa violento; dall’altro quello ‘buono’, che espone, diffonde, prende in giro, insulta, diventa violento ma ricoperto da una glassa di moralità superiore, perché ha come fine quello di mettere alla berlina il cretino di turno.

Provo ad andare per punti.

1. Il web ‘non esiste’. La prima cosa che dovremmo fare, se davvero ci interessa trarre almeno qualcosa di positivo da una vicenda terribilmente triste, è evitare di addossare le colpe a un’entità che non esiste: il web è un’infrastruttura usata da troppe persone differenti e questo non può non limitarci nella tendenza a semplificare, mischiando la parte con il tutto. Serve, in altri termini, un po’ di ecologia del linguaggio: l’uso della metonimia dovrebbe sparire, perché diventa una semplificazione troppo distorsiva.

Questa distorsione si traduce poi in un tic diviso in due rischi: il primo è che nel dibattito pubblico e politico si portino avanti richieste di limiti, blocchi e sanzioni che limitano genericamente e ingiustamente tutti i fruitori, snaturando l’essenza stessa del web; il secondo è che identificando “il web” come l’artefice del male, si costruisca uno schermo sociale alle responsabilità personali, mettendo nello stesso calderone una grande quantità di comportamenti differenti, attribuendo loro lo stesso grado di intollerabilità sociale.

Nel caso di T.C., quando leggiamo “siamo tutti colpevoli”, “gogna del web”, “divorate dal web”, leggiamo l’attribuzione di responsabilità a chiunque, in maniera indefinita e con un’estensione di responsabilità che parte dalla stessa ragazza e dalle sue “colpe” – quando va bene chiamate “leggerezze” -, passa per gli amici orribili che hanno diffuso i video, tocca chi quei video li ha semplicemente guardati (e lì si è fermato, ma avrebbe contribuito in qualche modo alla sua popolarità) e chi ha pensato di dare sfoggio della propria etica superiore, “moralizzando” la ragazza a suon di insulti ma arriva a riguardare tutti, perché il web siamo noi, come se stessimo parlando della bocciofila sotto casa frequentata da cinque amici pensionati.

Questo è inaccettabile e dobbiamo sforzarci per renderlo tale: la vita digitale non è in sé diversa, né è separata da quella ‘reale’. È solo un altra modalità, un’estensione – per quanto per molti versi con meno confini e più libertà – che abbiamo per fare le nostre cose: comunicare, informarci, conoscere, svagarci e anche comportarci male, insultare, commettere crimini. Ma valgono le stesse regole sia giuridiche che più ampiamente sociali. Per le prime abbiamo fin troppe autorità statali competenti (?) per farle rispettare, per le seconde l’autorità, come nella ‘vita reale’, siamo in primis noi stessi, e per questo, come scrive Massimo Mantellini, la strada non può che essere quella di una cultura ed educazione digitale (che è un sottoinsieme specifico della cultura e dell’educazione più ampiamente intesi), tarata su strumenti, tecnologie e possibilità relativamente nuovi.

Se accettiamo questo, siamo in grado di accettare che le colpe non sono del “web”, dei “social network”, dei telefonini che permettono di fare e condividere filmati privati o di qualche altra diavoleria: sono dei singoli (o di gruppi ristretti) che violano le regole, siano essere con forza giuridica o ‘solo’ sociale. È in questo senso che il web non esiste.

2. Ecologia dell’informazione. Il caso di T.C. è l’esempio estremo di un sistema di informazione che non sta funzionando. Se da un lato fa volontariamente e scientemente da cassa di risonanza per la violazione della privacy dei singoli, pubblicando a ogni piè sospinto “scatti rubati”, in genere hot (o supposti tali) o comunque imbarazzanti ai vip, perché generano click; dall’altro è in prima fila quando si tratta di indicare la via della moralità pubblica quando l’eccesso si trasforma in tragedia.

Il caso di T.C. è emblematico: la sua vita è stata esposta non solo dalla diffusione ‘dal basso’, spontanea, di quei video, ma anche e soprattutto dall’interessamento dei media tradizionali. Il Fatto Quotidiano (ma non è l’unico) nel 2015 scrisse un articolo assurdo su T.C., con tanto di nome e cognome completo, foto, descrizione delle performance sessuali e, soprattutto, condendolo con congetture sulla nascita di una nuova stellina del porno. Questo ha dato una spinta sicuramente elevatissima alla diffusione di quei video e dei comportamenti distorti nei confronti della ragazza. Quando T.C. si è suicidata, gli stessi media tradizionali hanno poi fatto a gara nell’indicare le colpe del web guardone, intollerante e senza cuore, corredando al contempo gli articoli con foto sexy della ragazza (rubate dai suoi profili social) quando non da fotogrammi dei video incriminati.

Ancora una volta è inaccettabile. Rinuncio a disquisire del contrasto (mi verrebbe da dire etico) tra il ruolo dell’informazione e la ‘colonna destra di Repubblica’, ma considero solo un fatto: i video privati di una persona sconosciuta ai più che fa sesso – siano essi diffusi in maniera consenziente o meno – non sono in sé una notizia. Non c’era allora alcuna ragione per parlarne dalle colonne (o dalle pagine web) di un giornale. È, ancora una volta, l’incarnazione – questa volta con conseguenze tragiche – della rinuncia quasi totale dei media tradizionali a fare da filtro critico alle informazioni, assumendo invece il ruolo di raccoglitore di esse, con l’intento di inserirsi all’interno di una linea comunicativa già avviata, nella speranza di trarne benefici economici.

Serve allora un’ecologia dell’informazione: i media tradizionali, se davvero vogliono sopravvivere, devono sforzarsi di fare quantità con la qualità, concedendo alle informazioni irrilevanti e alle non-notizie lo spazio che si meritano, quello dentro al cestino [il discorso è ovviamente molto più complesso, ma non lo approfondirò qui].

3. La seconda faccia della medaglia. Una volta scoppiato il caso, dopo il suicidio, si è fatto vivo il secondo tic: la comparsa dei moralizzatori del web, quelli che si indignano per la cattiveria altrui, prendono l’idiota di turno come capro espiatorio tra altre centinaia di persone che hanno scritto cose magari anche peggiori, e lo espongono alla propria gogna pubblica. Questa volta il nome lo faccio, solo perché è un personaggio pubblico: Selvaggia Lucarelli.

Quel che ha fatto – prendere un orripilante post su Facebook scritto da uno sconosciuto in cui T.C. e ‘quelle come lei’, venivano insultate, gioendo per il suo suicidio  – si chiama legge del taglione: sei un coglione che scrive scemenze su una tragedia? Occhio per occhio, adesso ti metto nella stessa situazione di T.C., esposto al pubblico ludibrio, esposto agli insulti, alla cattiveria. Ma con l’autorità del tribunale morale, perché è ovvio che alla grande maggioranza degli utenti quel che hai scritto fa ribrezzo (altro esempio indiretto per capire che il web non esiste), solo che questa volta le cattiverie, gli insulti, gli inviti a togliersi la vita, sono meritati.

D’altronde quando pensiamo che il nostro senso morale sia così superiore a quello altrui da darci l’autorità di sbertucciarlo in pubblico, con tanto di nome e cognome di proposito in bella vista, è chiaro che il giochino non può che andare a puttane. È lo stesso schema, quel povero cretino e chi ha insultato T.C. quando era ancora in vita, avevano la stessa idea di Selvaggia Lucarelli e di chi poi gli ha riempito la bacheca Facebook di insulti: la mia moralità è superiore, condanno la tua ed eseguo la sentenza, con tanto di boia accorsi in massa.

Non si può condannare il massacro innescandone un altro, anche se il bersaglio è stato palesemente una testa di cazzo. Non c’è nessuna moralizzazione dei comportamenti in tutto questo, è solo una barbarie nei rapporti digitali che si aggiunge alle altre.

Se non iniziamo a spostare i termini e i toni del dibattito, alla fine rimarranno solo le macerie, poi si riprenderà come prima, fino alla prossima volta.

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La salute e il lato buono di internet

Internet è un grande strumento di comunicazione, questo lo sanno anche i sassi e dirlo è ormai diventato una space di mantra. La sua libertà, più o meno ampia, comporta che chiunque possa scrivere ciò che vuole e che chiunque possa informarsi su ciò che gli interessa come e dove vuole. Rimane il problema della credibilità delle fonti che sulla rete sono spesso nascoste quando non del tutto assenti. È spesso assente anche una verifica della plausibilità delle notizie che è -grossolanamente- ciò che dovrebbe distinguere il lavoro giornalistico dallo semplice scribacchiare sul web (spessissimo non è così, anche perché è un’attività sempre più difficile, ma  questo è un problema a parte).

Uno dei campi in cui le informazioni sbagliate hanno un grande potenziale dannoso è quello della salute/medicina. Una pratica particolare che credo coinvolga più o meno tutti è quella infatti di cercare informazioni riguardo alle malattie che ci colpiscono o che hanno colpito qualcuno a noi vicino. Anche qui si trova di tutto online e spesso è meglio resistere all’impulso di gugolare in cerca di risposte mediche: si rischiano l’ipocondria e la paranoia a leggere i resoconti delle persone, oppure ci si improvvisa medici di se stessi applicando sintomi letti su wikipedia in rapporto a quello che succede a noi o agli amici/parenti. Quando va bene andiamo dal medico e dopo 10 minuti (sempre che la visita arrivi così lontano) pensiamo che lui si sbagli e che noi ne sappiamo di più.

Quando va male si incappa nella trappola omoeopatica o di tutte le altre medicine alternative che promettono guarigioni naturali e indolori alla faccia dei produttori di medicine brutti e cattivi.

Quando va male male male, complice uno stato di disperazione e rassegnazione, la trappola è quella dei guaritori simil filippini, quelli che estirpano il male a mani nude senza ferirci o che ci impongono le mani manco fossero Gesù cristi o re francesi taumaturghi in grado di sanare lebbrosi e scrofolosi.

Eppure, il solo fatto che su internet si possano trovare tante informazioni che hanno a che fare con la salute sembra avere un lato molto positivo, almeno negli Usa.

Secondo uno studio condotto su 2489 persone fra i 40 e i 70 anni da Chul-joo Lee,dell’Università dell’ Illinois at Urbana-Champaign, Jeff Niederdeppe della Cornell University, e Derek Freres,  dell’Università della Pennsylvania e pubblicato sul Journal of Communication, gli americani, specie i meno abbienti e meno ‘letterati’ grazie ad internet cambiano la loro visione “fatalista” sui tumori. In sostanza, avere accesso a una serie di informazioni riguardo i tumori, la loro prevenzione e il loro trattamento scombina la forma mentis che traduce il cancro in una mera questione di fortuna o ‘fato’ e riduce questa visuale fatalista in favore di una più razionale.

Il bello è che secondo i ricercatori questa ‘riduzione’ si ha fra le classi di popolazione più ignoranti e questo non può non significare che l’accesso alla conoscenza, seppure non profonda, è un fattore fondamentale per cambiare i punti di vista nella propria vita. Essere convinti che un tumore dipenda dalla fortuna/sfortuna o dalla volontà di qualche divinità e sapere che invece un fattore fondamentale è lo stile di vita, compreso quello alimentare, fa tutta la differenza del mondo nella prevenzione. Così come la fa sapere che esistono cure (anche se non per tutto) che possono allungare la speranza di vita quando non sconfiggere totalmente il cancro, donando -laddove possibile- speranza anziché rassegnazione a qualcosa che si pensa sia al di là del controllo non solo personale ma proprio umano.

Avere facile accesso alla conoscenza è ciò che contraddistingue la nostra società, tanto che qualcuno la chiama proprio “società della conoscenza”. È uno dei grandi vantaggi che noi umani di oggi abbiamo nei confronti di chi ci ha preceduti non solo per poter essere potenzialmente sempre più liberi, ma anche per essere -imparando a conoscerla e capirla- sempre più padroni della nostra salute e dunque della nostra vita.

Internet, se ben usato, si mostra così come un potente antidoto contro l’ignoranza (e l’irrazionalità).