Appunti per cambiare il nostro modo di raccontare gli Ogm

  Negli ultimi giorni è stato pubblicato uno studio dell’Università di Pisa che ha “assolto” le coltivazioni di mais Ogm per quanto riguarda i loro (molto, molto, molto) presunti rischi sanitari, evidenziando che anzi, comportando una riduzione delle pericolose micotossine, risulta anche più sicuro. Si tratta di una metanalisi condotta sulle migliori ricerche effettuate negli […]

Scienza e complessità

complexityUn po’ di anni fa ero molto contrario – almeno in modo superficiale – alla “vivisezione”. Se mi aveste chiesto cosa ne pensassi degli esperimenti scientifici sugli animali, vi avrei risposto che era roba da multinazionali senza scrupoli.

Un po’ di anni fa ero anche contrario agli Ogm e alle biotecnologie nel campo agro-alimentare. Se mi aveste chiesto cosa ne pensassi, vi avrei risposto che era roba da multinazionali senza scrupoli.

Non ho ricordi precisi, ma non è improbabile che avrei dato credito anche le scie chimiche. Sicuramente, dopo aver ascoltato una conferenza di Giulietto Chiesa dal vivo, propendevo per la “teoria del complotto” sull’11 settembre.

Prendevo per buone le mirabolanti capacità della Biowashball sponsorizzata da Beppe Grillo, energia nucleare rauss. pussa via.

Non ho mai fatto ‘attivismo’, ma probabilmente solo perché non ne ho avuto l’occasione, sono rimasto senza l’impulso giusto.

Poi è successo qualcosa, non so bene cosa. So che mi sono fermato, ho orientato lo sguardo anche dall’altra parte e ho iniziato a cercare. Ho provato a leggere le opinioni di chi non la pensava come me, ad accostarle con quelle che, ai tempi, formavano anche la mia (superficiale) conoscenza delle cose.

Ho scoperto che quel che ritenevo di sapere era perlopiù sbagliato- Semplice, facile da capire, ma sbagliato.

Poi, per diverso tempo, ho avuto una specie di reazione. Sono diventato quasi un ‘talebano della razionalità’ – questo blog ancora conserva campioni di quella reazione e li tengo come memento -, convinto a volte di poter portare l’acqua della verità al mulino dei fessi dal quale ero fuggito. Ero uno da animalari in lungo e in largo per intenderci.

Nel frattempo ho frequentato un master in giornalismo scientifico, mi sono confrontato con altre persone e, anche se ci ho messo un po’, mi sono di nuovo fermato, mi sono di nuovo seduto e i ‘luoghi’ da guardare sono diventati molteplici.

Continuo a pensare che la razionalità sia l’obiettivo primario da raggiungere quando si devono prendere decisioni, e che il metodo scientifico sia il bastone più solido e concreto su cui poggiarsi e fare affidamento per non barcollare troppo. Ma penso anche che il mondo sia molto complesso e che dividere il mondo in due fazioni, da una parte i razionali, dall’altra gli scemi, sia scorretto, oltre che falso. Era un concetto che al master hanno cercato (e si continua a farlo) di costruire fin da subito, ma mi ci è voluto un po’ per apprenderlo e capirlo.

Non sto parlando delle frodi conclamate, ma dei processi che portano le persone a credere in determinate cose e perfino a battersi per esse, non di rado cercando supporti che, per quanto alla fine possano risultare deboli, sono di tipo ‘scientifico’. Oppure della necessità di considerare sempre i fattori e i contesti – sia grandi che piccoli – dai e nei quali si sono sviluppate certe idee, certe prese di posizione, certe battaglie senza limitarsi al giudizio vero/falso, giusto/sbagliato dal solo punto di vista scientifico, perché spesso non basta.

Ora, non voglio tirarvi un pippone su questa “terza fase”, però vorrei condividere alcune osservazioni fatte da Andrea Ferrero sul numero 21 (Anno 6, Primavera 2015, pagg. 62-64) della rivista del Cicap, Query, che ho trovato molto sensate e… razionali per cercare di costruire un dialogo costruttivo. Niente di risolutivo ma, credo, il punto di partenza giusto.

[…] non sempre è possibile isolare i problemi da solo punto di vista scientifico e le posizioni pubbliche che prendiamo limitatamente a quel punto di vista hanno delle conseguenze più generali, di cui non possiamo ignorare la responsabilità.

Lo sottolineo perché l’esperienza mostra che è facile cadere nell’errore di pensare che il punto di vista scientifico sia l’unico che conta, errore che riassumerei nel detto “se tutto quel che hai è un martello, tutti si sembra un chiodo” (succede spesso, per esempio, nel dibattito sulla sperimentazione animale). Per evitarlo bisogna fare uno sforzo di umiltà, cosa non sempre facile, soprattutto per chi è abituato dalla discussione sull’esistenza dei fenomeni paranormali a considerare il proprio punto di vista come risolutivo.
[…] Penso che diventi ancora più importante il principio di criticare le idee anziché le persone e di evitare la divisione artificiale tra “scettici” e “fuffari”: il mondo è complicato e non esistono due fronti omogenei che si fronteggiano, ma tante divisione, diverse a seconda dell’argomento, che si intersecano tra loro.

Dovremmo inoltre evitare di difendere “la scienza” in blocco: non c’è niente di male a difenderne certi aspetti e criticarne altri. Divulgare le conoscenze scientifiche e difendere i metodi e i valori della scienza non significa ignorare i problemi della comunità scientifica o i possibili rischi delle applicazioni tecnologiche.
Per esempio, quando si parla di medicina, oltre a smascherare le bugie degli omeopati, è bene criticare anche quelle dell’industria farmaceutica.
Non è questione di “buonismo” o di politicamente corretto, ma di rigore logico e onestà intellettuale.

Ogm, calendari e banchi di scuola

Caitlin Regan-School Bus/Flickr CC BY 2.0
Caitlin Regan-School Bus/Flickr CC BY 2.0

Qualche settimana fa sono stato in un liceo di Ferrara per parlare di giornalismo – dalla carta al Web – in occasione dei 10 anni de Il Carduccino, il loro giornale scolastico. C’erano colleghi della carta stampata, della tv locale (e anche di Sky), di una specie di ‘factory’ per di giornalisti in erba e poi io a rappresentare la testata locale per la quale lavoro che, al momento, è l’unico quotidiano locale di Ferrara puramente digitale.

Ma non è di questo che voglio parlare, bensì di ciò che è capitato dopo. Devo fare un’altra premessa: prima dell’incontro ci è stato consegnato un bel calendario realizzato dalla scuola il cui tema è sostanzialmente il collegamento tra Ferrara, le sue produzioni tipiche e Expo 2015. Sfogliandolo sono capitato nel mese di settembre, dedicato agli Ogm. Anzi, dedicato ai pericoli portati dagli Ogm, sia di natura ambientale (biodiversità) che di natura sanitaria (allergie) oltre, ovviamente, di natura economica (multinazionali). Il tutto contrapposto al ruolo da ‘eroe buono’ svolto da Slow Food. Sul momento sono rimasto deluso ma ho lasciato correre.

Qualche giorno dopo ho però scritto un post su Facebook in cui invitavo insegnanti e studenti a stare più attenti, perché la “fragola-pesce” da loro citata (quella fantomatica con i geni ‘antigelo’ di un pesce dei mari del Nord) non esiste e perché non si sono mai riscontrati problemi sanitari legati agli Ogm. Con una chiusa sul ruolo delle multinazionali. Quel post non esiste più sul mio profilo, l’ho cancellato.

L’ho fatto perché ho usato toni un po’ sopra le righe, attaccando in malo modo un lavoro nel quale si è riversato tanto impegno da parte di studenti e insegnanti, pazienza se, almeno in un caso, con risultati sballati. Però non l’ho fatto di mia sponte, pentito dopo averci pensato su. L’ho fatto solo dopo aver ricevuto una email da parte di una delle insegnanti del liceo che ha visto quanto avevo scritto grazie ad alcuni studenti che in qualche modo seguono il mio profilo social.

Una bella email che mi ha fatto riflettere e che è stata seguita da uno scambio di punti di vista nel quale ho cercato di spiegare perché gli Ogm non sono ciò che è stato decritto nel mese di settembre. Anziché un legittimo atteggiamento di chiusura davanti ai miei argomenti ho trovato molta apertura, perfino ringraziamenti per aver fornito informazioni più corrette e aver permesso un ampliamento del proprio punto di vista. Non solo, mi è stato anche offerto uno spazio di 10 minuti per poter spiegare la mia posizione durante la presentazione ufficiale del calendario, davanti a studenti e insegnanti, ma anche davanti ai rappresentanti delle istituzioni e del mondo produttivo locali, compresa la mia amata Coldiretti (ho dovuto declinare l’invito perché per quella data avevo, purtroppo, un altro impegno fissato e molto meno stimolante).

Insomma, ho fatto un brutta figura con un commento pubblico fuori dalle righe, forse troppo perentorio e imbevuto probabilmente della tipica arroganza di chi la sa più lunga e ci tiene a renderlo noto. Di contro ho avuto una lezione (parliamo di scuola, no?) non solo su cosa significhi scrivere parole in libertà sui social network e del loro impatto sulla sensibilità altrui (lezione che avrei dovuto aver imparato da lungo tempo), ma anche sul modo e le possibilità di imbastire un dialogo partendo da posizioni differenti, su un argomento piuttosto sensibile e pervaso da informazioni contrastanti (la loro diversa qualità è un altro discorso) come quello degli Ogm in campo alimentare.

Mi sono comportato esattamente come molti campioni della comunicazione pro-science che non sopporto più e che critico tanto e, in cambio, “l’altra parte” non ha fatto altro che spalancare i propri portoni per permettermi di portare il mio pezzettino di conoscenza all’interno del proprio ambiente. In tutto questo, l’unica cosa di cui mi meraviglio è l’essere rimasto impantanato, ancora una volta, nel basso livello comunicativo testimoniato dal mio post su Facebook.

Ed è per questo che sono molto contento di essere stato ‘costretto’ a ritornare tra i banchi di scuola, poggiare virtualmente lo zaino per terra e imparare.

Caro Michele, sul biologico piangiamo insieme

ladybird-335096_640Michele Serra sull’Amaca di oggi (sabato 25 ottobre) ha preso malissimo un video che mostrava un gioco divertente: far assaggiare a degli appassionati di cucina bio un hamburger da fast food fatto passare come un’alternativa bio, ricevendo commenti entusiasti da parte degli ignari assaggiatori. Eh vabbé, era un modo per mostrare come i nostri preconcetti influenzino anche il senso del gusto.

All’editorialista de La Repubblica la cosa non è piaciuta per nulla e l’ha presa male

Amaca

Caro Michele. Ora, non è che mi interessi troppo continuare la Guerra Santa pro o contro il biologico, però, ecco, caro Michele, non è che da sostenitore del bio (dinamico) hai poi così tanto da ridere. Quando chiedi allo “spiritoso reporter” – come se ti avesse fatto un torto personale – di fare “una bella inchiesta sullo stato dei terreni e delle falde acquifere laddove si coltiva bio e laddove si coltiva non bio” per fare dopo una gara di risate, ecco, lo hanno già fatto. E ridiamo poco tutti, consumatori bio e consumatori non bio.

Nel 2012 è stata fata una meta-analisi (una ricerca sulle ricerche) per vedere se è vero che l’agricoltura biologica ha meno impatto sull’ambiente rispetto a quella convenzionale*. E la risposta che i ricercatori hanno dato non è così netta come tu credi con un po’ di quella supponenza che abbiamo di solito quando siamo convinti di saperla più lunga degli altri. Non rideresti di più del giornalista olandese, ecco.

Secondo lo studio – di cui, dai, ci fidiamo – se è vero che, in generale, l’agricoltura bio ha un impatto positivo per l’ambiente (o meglio, ha un impatto migliore) per unità di area coltivata, così non è per unità di prodotto: se è vero che (in generale e non sempre) per 100 ettari coltivati, quelli che seguono i disciplinari bio sono più rispettosi dell’ambiente, è anche vero che quei 100 ettari bio (in generale e non sempre) tendono a produrre di meno, e così 10 carote bio magari hanno un ‘costo ambientale’ maggiore rispetto a 10 carote ‘convenzionali’.

Questo significa anche che (in generale e non sempre) per riempire la pancia delle persone con prodotti bio c’è bisogno di più territorio votato all’agricoltura con tutto quel che ne consegue. Senza tralasciare il fatto che bio non significa “senza pesticidi” ma che quei pesticidi non devono essere di sintesi, cosa che non esclude che siano altamente ‘tossici’ per la terra e le falde acquifere, come per esempio il rotenone (che è in via di eliminazione dai disciplinari proprio perché è molto tossico) o i sali di rame.

Nelle conclusioni i ricercatori fanno una considerazione che forse sia io – che ho sviluppato una specie di fobia ideologica per il bio dopo esserne stato un entusiasta sostenitore – che te dovremmo sottoscrivere, magari per provare a ridere un po di più, insieme:

There is not a single organic or conventional farming system, but a range of different systems, and thus, the level of many environmental impacts depend more on farmers’ management choices than on the general farming systems (Non c’è un singolo sistema di coltivazione biologica o convenzionale, ma uno spettro di sistemi differenti e perciò il livello di impatto ambientale dipende più dalle scelte fatte dagli agricoltori che dal sistema di coltivazione).

Non ci sono buoni-buoni e cattivi-cattivi. Bio non è sempre e per forza uguale a buono, non solo per il palato, ma anche per l’ambiente e viceversa per l’agricoltura convenzionale.

Nessuno, né il giornalista olandese, né tu, né io avremmo così tanto da ridere da quell’inchiesta che chiedi pensando di sapere già come andrebbe a finire.

Ciao,
Daniele

Nota: un confronto imparziale (anche se le affiliazioni suggerirebbero il contrario) tra bio e convenzionale lo si può trovare qui.

*La ricerca è questa

E quindi niente

da: serracchiani.eu

L’industria alimentare italiana, stando a Federalimentare, ha fatturato nel 2012 130 miliardi di euro (secondo un’analisi di Deloitte per SlowFood il valore complessivo di tutto l’agroalimentare, sarebbe di ben 250 miliardi di euro). Parliamo di cifre consistenti.

Il vino italiano, uno dei paradigmi della produzione di qualità , fattura complessivamente meno di 10 miliardi anche quando va bene come nel 2012.

Sempre nel 2012, le produzioni certificate di qualità Dop e Igp, che sono più di 250 in Italia, hanno registrato un fatturato al consumo di 12 miliardi di euro. Secondo la Cia, confederazione italiana agricoltori, però

il 97 per cento del fatturato complessivo del paniere Dop e Igp italiano è legato esclusivamente a una ventina di prodotti: Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Aceto Balsamico di Modena, Mela Alto Adige, Prosciutto di Parma, Pecorino Romano, Gorgonzola, Mozzarella di Bufala Campana, Speck Alto Adige, Prosciutto San Daniele, Mela Val di Non, Toscano, Mortadella Bologna, Bresaola della Valtellina Igp e Taleggio”

Siamo a 22 miliardi di fatturato su 130.

Il biologico, se vogliamo considerare questo marchio un marchio di qualità,  fattura meno di 5 miliardi e in alcuni casi si accavalla con gli altri due.

27 su 130, 30 su 130? Mannaggia, lo so che mi manca qualcosa ma quel rapporto numerico mi inquieta. È su quello che basiamo il nostro no -come Italia- agli ogm?  Certo, Dop e Igp e il fatturato dei vini non esauriscono il concetto di qualità, ma io vorrei capire quanto del restante abbia i canoni della “qualità” e della “specificità”. Vorrei capire dove, in quei numeri, c’è l’Italia che produce qualità e non quantità. Alla fine poi, vorrei capire dove, esattamente, l’introduzione di colture ogm andrebbe a confliggere con questi due termini. Fra i prodotti di cui sopra, ad esempio,  buona parte è ottenuta con animali nutriti con la soia, legume che importiamo per il 90% dall’estero, Argentina in primis. Per la maggior parte si tratta di soia ogm. Eppure, quei marchi trainanti, sono lì a costruire quei 12 miliardi di fatturato, sono lì che permettono ai grandi guru, agli ambientalisti spinti e ai politici di poter dire che l’Italia si regge sulla qualità, e non sulle biotecnologie.

Sto diventando un fissato degli ogm, non perché li ritenga la soluzione a tutti i mali o la cura miracolosa per l’agricoltura globale, bensì perché sono un semplice (si fa per dire), mirato, formidabile avanzamento tecnologico che può aiutare, insieme  a tante altre tecniche, il sistema produttivo agroalimentare e non capisco perché persone con una certa cultura vi costruiscano barricate attorno. Il problema è il solito: l’avanzamento tecnologico crea spesso resistenze ideologiche, paura del nuovo, attaccamento alla tradizione. Ci può stare, penso sia umano. Però è anche umano cercare di usare la ragione, fermarsi a pensare anziché ripetere “no” a pappardella con gli occhi chiusi e le mani sulle orecchie.

I conti non mi tornano, vorrei che qualcuno me li spiegasse, che mi facesse vedere che l’agroalimentare è in realtà basato sulla qualità, sulla tipicità, su una produzione fatta in una certa maniera per il 90%  e non per il 16 o il 20 o il 30%.  Datemi qualcosa, ma voglio numeri, dati, non slogan.

Sto diventando un fissato, dicevo. Talmente fissato che agli occhi di qualche interlocutore devo avere l’aria di un rompicoglioni, una specie di Gabriele Paolini degli ogm.

Ieri sera, ad esempio, c’era Debora Serracchiani alla festa provinciale del Pd di Ferrara. Dal vivo, senza Giovanni Floris, abbronzata com’era, è più bella che in tv, anche più bassa se per questo. Debora Serracchiani è da poco diventata presidente della Regione Friuli Venezia Giulia proprio mentre il suo Pd si sgretolava a Roma. Se la tira, parecchio, per questo fatto, ma è comprensibile, “vincere nonostante il Pd” è un’impresa dura. Vabbé, sto divagando perché quel che conta qui è che il Friuli Venezia Giulia è la regione dove l’agricoltore Giorgio Fidenato ha, dopo averci già provato tre anni fa e dopo che la Corte di giustizia Ue gli ha dato ragione, piantato il famigerato Mon810, mais geneticamente modificato.

Grande scandalo a palazzo. Giammai gli ogm in Italia! Nunzia De Girolamo, ministro alle politiche agricole, si appresta a promettere provvedimenti che vietino la semina di ogm in Italia, anche quelli autorizzati dall’Ue e per i quali gli stati membri non possono porre divieti, pena la possibilità che venga attivata una procedura d’infrazione che porterà all’ennesima salatissima multa ai nostri danni. Ma per preservare la qualità dell’agroalimentare italiano si fa questo e altro.

“L’agricoltura italiana non ha bisogno di Ogm. Questo è il mio impegno senza se e senza ma. Non si tratta di pregiudizio ideologico, ma piuttosto di stare ai fatti: il nostro patrimonio agroalimentare è amato in tutto il mondo per la sua tipicità e scegliere la strada degli organismi geneticamente modificati è fallimentare. Non mi farò condizionare da polemiche strumentali e voglio chiedere ai miei colleghi di governo, il Ministro Lorenzin e il Ministro Orlando, di sostenere questa lotta che è per tutti gli agricoltori, per la biodiversità e per il Paese intero dal momento che il Made in Italy è il vero potere dell’Italia. Dobbiamo firmare – ha affermato De Girolamo – il decreto anti Ogm per risolvere il nodo della coltivazione sul territorio nazionale”. (Nunzia De Girolamo all’assemblea Coldiretti -Vincere facile edizioni, 2013)

Per una volta il governo di larghe intese è davvero tale, dal mondo politico non si è sentita neppure una flebile vocina, non si è visto neppure un singolo dito alzato per chiedere spiegazioni. Debora Serracchiani, il mio obiettivo, ha apprezzato:

Abbiamo scritto una lettera al ministro dell’agricoltura De Girolamo, perché intervenga in una situazione in cui il Fvg è sicuramente in difficoltà, non potendo intervenire direttamente. Ho visto un intervento del ministro che va nella direzione di garantire attraverso un regolamento la possibilità di impedire la coltivazione di Ogm. Sono d’accordo. Siamo comunque consapevoli del fatto che c’e’ una normativa comunitaria che sembra andare in direzione opposta e che puo’ creare dei problemi. Credo che l’Italia – ha concluso Serracchiani – debba a tutti i livelli far valere la propria condizione di specificità. (Agenzia Asca)

Accidenti, mi son detto, neppure i giovani del Pd, quello che dovrebbero guidare il partito nel futuro, hanno una posizione aperta sulla questione. Sarà colpa mia che sono rimasto alle vecchie distinzioni fra progressisti e conservatori.  Ho deciso così di approfittare del fatto che la presidente del FVG venisse a Ferrara per farmi spiegare la sua posizione e farmi finalmente illuminare su come e quanto si produce bene in Italia, senza problemi, anche senza ogm.

Sarò sincero, all’inizio avevo l’intenzione di presentarmi in veste polemica. Sono partito con l’idea di chiederle: ma tu, Debora Serracchiani del Pd, come fai ad essere d’accordo con un provvedimento che viola le regole europee e poi magari affermare che sempre tu, Debora Serracchiani, non sei mica come loro, i berlusconiani, che se ne fottono della legge se non va bene al loro boss. Rete 4, satellite, multe, Craxi, solo per fare esempi quasi calzanti, do you rembember? Però poi ho desistito, se parti così mica ti rispondono.

Così ieri ho aspettato la fine del dibattito fra lei e il segretario regionale del partito e mi sono fatto largo fra chi chiedeva autografi, chi voleva stringerle la mano, darle un biglietto da visita, farle i complimenti. Ho aspettato, al momento giusto l’ho guardata negli occhi e ho avanzato la mano per presentarmi. Mi ha detto “ciao” e poi si è girata a parare con qualcun’altro. Mannaggia, no, non così, non sono qui per toccare la mia politica preferita.

Sono rimasto lì e, incrociando di nuovo il suo sguardo, timidamente ho chiesto:

-posso rubarle due minuti?

-dimmi- mi ha risposto, ma già il suo sguardo da avvocato era sospettoso.

-senta, le volevo chiedere una cosa sulla questione ogm

-ah sì- fa lei,

-per cortesia, perché non prova a riconsiderare la sua posizione?

Beeeep, domanda sbagliata

-non credo sia possibile,  sono contraria, ritengo gli ogm nocivi per la produzione di qualità del Friuli”- mi risponde lei, come se fosse un ovvietà, col sorriso di una che davanti ha un tipo strambo che fa domande sceme;

-ma perché? -provo pacatamente ad incalzarla- quali dati le fanno pensare una cosa del genere?

Se avesse avuto il carattere dello scomparso Paolo Frajese mi avrebbe probabilmente preso a calci e poi sarebbe tornata tranquillamente da chi attendeva gli autografi, ma Debora Serracchiani è una donna a modo, si è solo girata e ha deciso che questo Paolini pro ogm con l’accento sardo spostato a Ferrara che fa domande idiote su temi importanti, semplicemente, non è degno di considerazione.

Quindi? Quindi niente, purtroppo, ma ve lo volevo raccontare.

 

Batteri maledetti, noi e la produzione di animali

I nostri nemici giurati, forse i nemici con la ‘n’ maiuscola, sono i batteri. O meglio, le infezioni da alcuni batteri dato che sappiamo che con una grossa quantità di essi conviviamo pacificamente e, anzi, viviamo in simbiosi (basti pensare alla flora batterica intestinale). Ma una cosa è certa: trovare batteri nocivi  e resistenti agli antibiotici è per noi una minaccia di primo grado, da allarme rosso. Il problema è che sono sempre di più e che proprio la ricerca sugli antibiotici efficaci è oggi sempre più dura sia per via dei risultati sia per via di investimenti non proprio primari nel settore.

I motivi sono due: o i batteri hanno una naturale resistenza agli antimicrobici che noi conosciamo o che abbiamo sintetizzato oppure, e qui siamo spesso direttamente responsabili, i batteri hanno sviluppato una resistenza dopo essere entrati in contatto con i farmaci. È uno degli esempi più classici di evoluzione per selezione naturale facilmente osservabile dall’uomo (e, a proposito, oggi è il Darwin Day).

Ma perché da anni l’antibiotico resistenza è diventato un grosso problema per l’umanità (ma anche per gli animali con cui abbiamo a che fare di solito)? Perché, sintetizzo: a) usiamo gli antibiotici anche quando non ne abbiamo bisogno e contribuiamo a selezionare i batteri che gli resistono; b) usiamo troppi antibiotici nella produzione di animali (solitamente destinati al macello) per farli crescere di più e meglio: sto parlando dei c.d. antibiotici promotori della crescita che vengono utilizzati non a scopo terapeutico-sanitario ma per motivi legati all’industria alimentare.

Questo secondo fattore ha fatto si  che nel 2006 l’Ue emanasse un regolamento, il 1831/2003, che vieta l’utilizzo di antibiotici promotori della crescita negli animali. Nel 1999 era stata invece vietato l’utilizzo solo per gli antibiotici che trovavano anche un uso terapeutico nell’uomo. Il problema è che queste misure non sono sufficienti e che in molti paesi la regolamentazione in materia è piuttosto blanda.

Il più grosso produttore e consumatore di antibiotici ad esempio, la Cina, li utilizza in modo sostanzialmente indiscriminato e sicuramente poco regolato nella produzione di animali e questo è un grosso fattore quando si parla di resistenza. Alcuni ricercatori hanno infatti studiato dei maiali da produzione di alcune imprese cinesi ed hanno trovato in totale  149  ‘geni della resistenza’ (ovvero i geni che conferiscono ai batteri la resistenza agli antibiotici), con livelli che sono risultati da 192 fino a 28mila volte superiori ai livelli rilevati nel campione di controllo.

Questi dati sono più indicativi in senso generale se pensiamo che gli animali assorbono male il farmaco e dunque lo espellono con le feci, ovvero con quello che poi diventerà il concime per l’agricoltura e che dunque finirà nella terra dove viene coltivato il grano o l’insalata come nelle falde acquifere la cui acqua poi finirà per irrigare qualche campo o nei nostri bicchieri: è il primo passo per la diffusione dei geni della resistenza su vasta scala.

Ecco perché è necessario che anche la produzione di animali trovi una regolamentazione più stringente non solo per quanto riguarda la sua sostenibilità, che è un altro, grosso problema e forse il più chiacchierato, ma anche per quanto riguarda l’uso di antibiotici per scopi non strettamente legati alla salute degli animali stessi e dell’uomo: ne va della nostra salute e della nostra stessa vita.

Alcune fonti:

http://msutoday.msu.edu/news/2013/unchecked-antibiotic-use-in-animals-may-affect-global-human-health/

http://www.ilpost.it/2011/11/20/la-fine-dellera-antibiotica/

http://www.sicurezzaalimentare.it/sicurezza-produttiva/Pagine/Antibiotico-resistenzaesicurezzaalimentareinEuropaRapportodellaOMSpubblicato.aspx

http://europa.eu/rapid/press-release_IP-11-1359_it.htm?locale=en

http://www.nature.com/nrmicro/journal/v9/n12/full/nrmicro2693.html

http://www.salute.gov.it/farmaciVeterinari/paginaInternaMenuFarmaciVeterinari.jsp?id=1449&lingua=italiano&menu=antibiotici