CCSVI, Sclerosi Multipla e grandi novità che non lo erano

(post lungo, noioso e forse inutile, per nerd della comunicazione e del giornalismo scientifico: vi ho avvisati)

Da anni, quasi un decennio, Paolo Zamboni – medico, ricercatore e docente dell’Università di Ferrara – porta avanti una interessante battaglia scientifica sulla Sclerosi Multipla: quella sulla cosiddetta CCSVI, l’insufficienza venosa cronica cerebro-spinale. Secondo lui (e secondo molti altri ricercatori in giro per il mondo) tra le cause determinanti la Sclerosi Multipla c’è anche la CCSVI, ovvero una malformazione delle principali vene cerebrali che non sarebbero così in grado di drenare correttamente il sangue dal cervello e dal midollo spinale, contribuendo a causare i danni al sistema nervoso centrale caratteristici della malattia.

Il tutto è oggetto di una vera e propria controversia scientifica di cui ho scritto altrove (e a cui rimando) e non ho alcuna intenzione – vorrei che fosse chiaro – di schierarmi pro o contro questa teoria scientifica: non ne ho le capacità, posso solo limitarmi a seguire il dibattito, osservare e valutare le posizioni contrastanti.

Negli ultimi giorni è accaduta però una cosa che voglio raccontare. Esistono dei gruppi di malati e familiari che sostengono con molta passione e organizzazione la teoria di Zamboni: ci credono, hanno l’impressione che ci sia una chiusura ingiustificata e impropri da parte di una buona fetta della comunità scientifica – soprattutto quella della neurologia – e tentano quindi di dare risalto alle pubblicazioni scientifiche che confermano la correlazione tra CCSVI e Sclerosi Multipla. Lo fanno con molta solerzia e con un buon lavoro di traduzione delle ricerche, preparando spesso comunicati stampa pronti per i giornali i cui ‘operatori’ devono così faticare il minimo per pubblicarli e dargli una visibilità maggiore.

Tutto perfettamente legittimo.

L’ultimo caso però mi ha dato personalmente delle noie. Quando questi comunicati arrivano in redazione di solito vengono girati a me per valutare se valga la pena o meno pubblicarli. Spesso ‘passano’, altre volte no perché gli studi citati non sono così dirimenti o non hanno il carattere di ‘novità’ e ‘interesse’ per una testata locale. L’ultimo segnalava finalmente un’apertura da parte dei neurologi verso la CCSVI e il riconoscimento tanto sperato di una correlazione con la Sclerosi Multipla.

Andiamo per gradi. Prima è arrivato un comunicato che semplicemente traduceva i risultati dell’ultima ricerca pubblicata da Zamboni e da un suo collega su una rivista internazionale (il testo è quello ripreso ‘paro-paro’ da Meteoweb). Poco dopo è arrivato il comunicato dell’associazione CCSVI nella SM che ‘festeggiava’ l’importante risultato, sottolineando finalmente l’apertura alla ‘nuova teoria’ da parte della comunità dei neurologi. Sabato sia La Nuova Ferrara che l’Ansa hanno ripreso il comunicato (lo ha fatto anche Telestense). Il mio giornale no (almeno finora).

Perché?

Il primo segnale. Come da routine sono andato a leggere l’articolo di Zamboni in questione e qui è scattata la mia fase riluttante. Non tanto per l’articolo in sé, sul quale non ho motivi per metterne in dubbio la qualità e i risultati, quanto per il ‘dove’ è stato pubblicato e, conseguentemente, per il peso che assume. Di suo la ricerca non dice nulla di nuovo rispetto a quanto il prof di Ferrara va dicendo da anni, e questo è stato il primo segnale per spegnere un po’ i toni eccitati. Ma poi tutto è crollato guardando quel ‘dove’.

Il secondo segnale. La ricerca è stata pubblicata sul Journal of Multiple Sclerosis, una rivista a tema specifico del gruppo editoriale Omics, con sede in India. Non avevo mai avuto a che fare con questo gruppo dunque mi sono informato. Per prima cosa sono andato a controllare il cosiddetto impact factor della rivista: e qui è suonato un primo campanello d’allarme. La rivista stessa se lo auto-attribuisce a un valore di 1.65, piuttosto alto per essere una rivista nata da pochissimo tempo. È un impact factor non ufficiale, basato sulla presenza di 21 citazione di articoli della rivista trovati online tra il 2013 e il 2016. Alcune di queste peraltro in riviste dello stesso gruppo (e spiegherò subito perché in questo caso è importante) o di un gruppo probabilmente affine (Oatext), e su Research Gate. I miei dubbi sono cresciuti.

Il terzo segnale. Sono così andato a cercare informazioni sul gruppo editoriale Omics (i riferimenti li metto in fondo al post) e ho scoperto che è noto per essere un gruppo dedito all’editoria predatoria e ad organizzare conferenze e meeting scientifici di dubbio valore (e anche in questo caso sono predatori).

In particolare battezza le proprie riviste con nomi che ricordano molto da vicino – con la possibilità di indurre i ricercatori in confusione – quelli di riviste più vecchie, prestigiose e con un buon pedigree. Nel 2012 su 200 riviste nel proprio indice, il 60% non aveva pubblicato alcunché. Il processo di revisione degli articoli è stato segnalato come poco trasparente.

Inoltre è stato accusato dal Governo statunitense di usare materiali, immagini e curriculum di impiegati del National Institutes of Health (NIH) nei propri materiali promozionali, senza alcuna autorizzazione. Fa (o ha fatto) anche altro: invitare i ricercatori a pubblicare qualcosa sulle proprie riviste, senza informarli prima dei costi che avrebbero dovuto sostenere per la pubblicazione per poi accettare con molta rapidità l’articolo e chiedere il pagamento di un contributo che a volte va oltre i 2mila dollari.

Pubblicizza conferenze includendo partecipanti prestigiosi… ma ignari. E anche qui, i nomi delle conferenze pare che siano molto, troppo simili a quelle più prestigiose sugli stessi temi, spesso organizzate quasi in concomitanza.

In tre passaggi la notizia è scomparsa: lo studio in sé non ha grossi elementi di novità (è una review); la comunità dei neurologi avversa alla teoria di Zamboni non ha fatto alcun passo indietro (o avanti a seconda di come si guarda la vicenda): l’articolo è dello stesso prof che sostiene la teoria controversa e la rivista non è affatto un punto di riferimento per quella comunità; e, soprattutto, la rivista – per le pratiche adottate dal gruppo editoriale – ha un valore molto, troppo, dubbio per poter presentare uno dei suoi articoli come un punto di svolta della controversia.

Cosa rimane? Non voglio accusare i colleghi che hanno dato spazio a quei comunicati – questa volta penso mi sia andata bene e ho avuto la fortuna di aver avuto fiducia da parte della redazione nella mia decisione – ma è indubbio che noi operatori dell’informazione siamo spesso molto pigri e non dovremmo esserlo, soprattutto in questi casi in cui sono coinvolti molteplici e importanti fattori: non solo la credibilità della ricerca scientifica, ma anche le legittime speranze di molti malati. Quando si parla della salute delle persone  – e ancora di più quando in mezzo ci sono malattie così dure come la Sclerosi Multipla – dobbiamo usare i guanti di velluto, anche quando le notizie provengono dai diretti interessati, dalla parte più debole, le cui legittime aspettative e posizioni non sono affatto garanzia di una corretta informazione.

http://www.sciencemag.org/news/2013/05/us-government-accuses-open-access-publisher-trademark-infringement

http://scholarlyoa.com/2013/01/25/omics-predatory-meetings/

http://chronicle.com/article/Publisher-Threatens-to-Sue/139243/

http://scholarlyoa.com/2015/10/08/publisher-acts-suspiciously-like-omics-group/

https://en.wikipedia.org/wiki/OMICS_Publishing_Group

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Buoni propositi per l’anno nuovo: eutanasia legale

Saldato in un letto da 12 anni, non è una condizione felice. All’inizio maledicevo la tetraplegia, perché non avrei neanche potuto spararmi con le mani bloccate. Poi ho sperato che la scienza ce la faccia ad arrivare in tempo prima della mia morte e io possa riprendere a muovermi e a camminare…

Ho rivisto da poco, per due volte, una bellissima puntata di Sfide dedicata ad Ambrogio Fogar. Non ho vissuto le sue eroiche avventure in mare, negli Oceani, al Polo e nel deserto. Forse ho qualche ricordo sbiadito della trasmissione che gli avevano dato da condurre, Jonathan – dimensione avventura. Ho un ricordo più nitido di Fogar in una carrozzina o sul lettino, il viso gonfio, gli occhi che si muovono costantemente da una parte all’altra, la voce che aspetta che il respiratore faccia il suo dovere prima di uscire. Della sua lotta tra una vita di avventure ancora da vivere e quella che non finisce, imprigionata nella peggior gabbia possibile, quella del proprio corpo del quale non si ha più controllo.

Nel mio stato l’eutanasia può essere una tentazione.
Confesso che all’inizio della mia nuova realtà mi sono ritrovato a desiderarla.
Ho passato giorni e giorni a tormentare le mie sorelle, i miei familiari, gli amici più cari, i medici, quasi supplicandoli: portatemi in Olanda, dove tutto è più facile, ci sarà qualche dottore che si prende in carico il mio caso.
Ero disperato.
Per fortuna non mi hanno ascoltato.

Lo so, Ambrogio Fogar non era favorevole all’eutanasia. Non è stato Pier Giorgio Welby o Beppino Englaro, avrei potuto citare loro, sarebbe stato più semplice. Ma non ho intenzione di tirare nessuno dei tre per la giacchetta. Ognuno di loro aveva, e ha, il suo credo, i suoi pensieri, le sue idee. E sono tutte rispettabili, tutte devo entrare in gioco quando si parla di temi importanti che riguardano tutti.

Fogar, a modo suo, è stato fortunato. Davanti al suo desiderio, immagino molto forte, di morire e risparmiarsi una vita “saldato al letto”, ha trovato un muro, ma non si è schiantato: ha trovato una forza nuova, una fede probabilmente, la convinzione che ci fosse un senso superiore per quella sofferenza. Ed è una cosa sacrosanta. Ma non vale e non può valere per tutti.

La sua storia, quella di un avventuriero formidabile che continua a lottare anche contro una vita che lo costringe in un letto, come quella di altri costretti a una vita fisicamente immobile, viene usata come esempio contrario a una legge sull’eutanasia legale. “Se loro, che potrebbero averne tutte le ragioni, sono contrari, perché noi ‘normali’ dovremmo essere favorevoli al suicidio assistito?” è il ragionamento sottostante.

Io vorrei che questo ragionamento venisse in qualche modo ribaltato. Perché Fogar non rappresenta tutti, non rappresenta il bene che si oppone al male. È una storia, la sua storia, la storia della sua personalissima vita. Per quanto bella sia stata, non può essere – la sua come quella di altri –  l’esempio cardine per la vita di tutti, la mia, la vostra, quella dei nostri amici e parenti. Così come non possono e non devono esserlo le vite di Welby ed Eluana Englaro.

Rappresentano modi diversi, opposti, di vivere una tragedia. Ma in mezzo c’è una varietà di vite e tragedie che non possiamo ignorare, né risolvere indicando quanto bravi siano gli uni e ‘malvagi’ gli altri.

In mezzo c’è, o dovrebbe esserci, la libertà. Ecco perché c’è bisogno di una legge sul fine vita. Non per costringere un “rottame senza speranza” – come diceva Montanelli – a morire, ma per evitare che continui a valere il suo opposto: costringerlo a vivere, contro tutto e, soprattutto, contro se stesso.

“Non siamo padroni del nostro destino”, sosteneva Fogar. Forse aveva ragione. Ma siamo padroni della nostra vita, dovremmo esserlo, è possibile esserlo. Andare avanti o fermarci dovrebbe essere una nostra decisione, ponderata, discussa, difficile quando, inevitabilmente, la nostra vita incrocia quella altrui, di chi ci ama e ci vuole bene e con il suo amore crea ostacoli e deviazioni ai nostri convincimenti. Ostacoli e deviazioni che sono e devono essere solo processi interiori, personali, formulati all’interno della propria ristrettissima cerchia sociale, ma in cui la parola finale spetta a una sola persona.

In quegli spazi vitali l’opinione pubblica, quella della politica, dei massimi sistemi teologici e filosofici, non deve trovare spazio se non nella misura in cui crea e tutela il perimetro di libertà personale che ci permette di essere padroni di noi stessi, liberi di scrivere o meno il punto finale della nostra storia.

Ed è dentro quel perimetro che, quando quegli ostacoli vengono superati, quando le deviazioni ci portano in una percorso in cui vediamo ancora un pezzo di strada, sia pure un sentiero, una pagina bianca ancora da scrivere, è legittimo andare avanti, vivere finché è concesso dalla natura e dalle conoscenze disponibili, chiedendo e ricevendo tutto l’aiuto possibile.

Ma quando quegli ostacoli sono troppo alti e quelle deviazioni portano nel buio della solitudine, della rabbia, dell’incomprensione e di una sofferenza ancora maggiore, allora è legittimo e giusto che la propria libertà riacquisti il proprio, grande, spazio di azione, fino ad annullarsi definitivamente con la decisione di morire e di chiedere e ricevere aiuto anche per questo.

Accrescere lo spettro d’azione dei diritti civili e delle libertà, quelli grandi come l’interruzione volontaria di gravidanza o le unioni e le adozioni per persone dello stesso sesso. Quelli un po’ più piccoli, ma rilevanti sotto molto aspetti (economici, di controllo alla criminalità, perfino di salute pubblica), come la legalizzazione della cannabis. Quelli enormi, come il testamento biologico e l’eutanasia legale. Ecco i buoni propositi per il 2016.

I dogmi della ricerca e quelli di Michele Serra

Golden Rice grain compared to white rice grain in screenhouse of Golden Rice plants.
Golden Rice e riso bianco (IRRI Photos/Flickr/CC BY NC-SA 2.0)

“Ma il cittadino comune non viene ulteriormente confuso?”

È la domanda che mio padre mi ha scritto in un e-mail che conteneva in allegato una lettera a Michele Serra sul Venerdì di Repubblica firmata da nove persone, ricercatori o professori universitari italiani.

ricerca

Si (ri)parla di Ogm, e i firmatari della lettera sono molto chiari: è una questione politica sì ma, a differenza di quanto sostiene Elena Cattaneo sulle colonne di Repubblica:

è falso che l’intero mondo della ricerca sia immune da ogni dubbio e schierato compatto pro-Ogm. Moltissimi scienziati e ricercatori, provvisti di credenziali di pari autorevolezza, di dubbi invece ne hanno molti.

Chi sono questi moltissimi scienziati e ricercatori? Non si sa, i nomi non vengono fatti. Quali dubbi avanzano? Boh?

Chi lo sa… ma non è questo il punto.

“Ma il cittadino comune non viene ulteriormente confuso?”

La mia risposta è sì, il cittadino viene ulteriormente confuso. Questo per il fantastico meccanismo – tipico del mondo dell’informazione – del confronto tra opinioni (opinioni, non fatti) che porta i processi decisionali, sia personali che istituzionali, a formarsi pesando quante voci ci sono da una parte e quante dall’altra. Non quali, ma quante. E se ne frega, perché poi il discorso diventerebbe troppo lungo, di quanto solide siano le basi su cui poggiano gli uni e gli altri.

Trovare scienziati e ricercatori – anche ‘importanti’, ma non necessariamente competenti nella specifica materia – che pensano cose molto diverse rispetto a quelle della grande maggioranza degli altri ‘esperti’, è relativamente semplice e così diventa semplice anche far apparire dal nulla una controversia nel mondo scientifico. Capita molto spesso quando si parla di riscaldamento globale, capita anche per la questione Ogm.

Ma, come scrivono nel loro eccellente libro “Contro Natura” Beatrice Mautino e Dario Bressanini, in un passo riportato da Il Post che ne ha preso un estratto

Le istituzioni della UE hanno investito, dal 1982 al 2012, più di 300 milioni di euro in ricerche sulla sicurezza degli OGM, finanziando centinaia di gruppi di ricerca pubblici, in laboratori e università. Il rapporto finale che riassume queste ricerche è esplicito:
La conclusione principale che si può trarre dagli sforzi di più di 130 progetti di ricerca, su un periodo di 25 anni e che ha coinvolto più di 500 gruppi di ricercatori indipendenti, è che le biotecnologie e in particolare gli OGM non sono, di per sé, più rischiose delle tecnologie convenzionali di breeding delle piante.

Anche l’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, nel corso degli ultimi decenni non ha trovato alcun elemento per fare distinzioni sostanziali tra sementi Ogm autorizzate per la coltivazione in Europa e le altre ottenute con altre tecniche.

Non c’è, di fatto, una controversia scientifica. Molte posizioni e ricerche che argomentavano contro gli Ogm nel corso degli anni, sono tutte crollate. Quando Serra dice che la scienza che non sa mettere in discussione se stessa contraddice i suoi stessi presupposti e titola “L’errore della ricerca? Trasformarsi in un dogma” ha ragione. Solo che  “la scienza” ha già messo più volte in discussione i suoi presupposti e ha già dato, più volte, delle risposte chiare che, lungi dall’essere dei dogmi, dovrebbero costituire il punto dal quale muoversi e andare avanti.

Come accade oggi, ad esempio, per i vaccini obbligatori, sui quali mi pare Serra si sia dichiarato a favore. Eppure anche qui, se volesse, troverebbe decine di medici e ricercatori pronti a giurare che i vaccini sono un male  nella mani di pochi che hanno in pugno la nostra salute. Perché questa differenza? Non si tratterà forse di pregiudizi non riconosciuti?

Ma l’attacco alla ricerca dogmatica è solo un chiaro pretesto. La vera questione, come afferma lo stesso Michele Serra, non è scientifica ma è politica, potentemente politica. 

Scrive il giornalista

Gli Ogm sono il mattone di un sistema di produzione agro-industriale che ha un profondissimo impatto sulla vita dei campi e dei contadini, sulla distribuzione del potere che si concentra in pochissime mani (quelle dei proprietari delle sementi), sulla crisi della biodiversità, sulla libertà di scegliere cosa coltivare, e in che modo. Non esiste solo la libertà dei ricercatori scientifici. Esiste anche la libertà dei contadini, che il sistema di produzione agro-industriale, fondato sulle sterminate colture monocolture Ogm (esempio classico la soia in Argentina) spossessa progressivamente di autonomia, di cultura, di identità.

In definitiva, mi pare di capire che gli Ogm (le cui monocolture non sono il fondamento di un bel nulla) siano il mattone con cui si recinta la libertà dei contadini e che di conseguenza porterebbe – senza spiegare come – a disastri ambientali (biodiversità) e sociali (cultura, tradizioni ma quali?).

Ed eccoli qui, allora, i veri dogmi, le vere sentenze che non ammettono discussione. Concetti espressi in bella forma e che si auto-affermano, che toccano argomenti importanti, ma che non sono riempiti di contenuti.  Se davvero ci fosse una controversia, come sarebbe possibile affermare con tale sicurezza, come fa Serra, la presenza di effetti così distruttivi per l’ambiente, per la società e le culture dei popoli?

La questione è davvero politica, ma non si può risolvere correttamente se non si prevedono vie di mezzo, ragionamenti profondi, e si portano avanti postulati indiscutibili, dove i preconcetti diventano principi di libertà.

Nella sua visione politica della questione, Serra – ad esempio – parla appunto di costrizioni delle libertà di chi lavora nei campi dovute agli Ogm, come se fossero un dato di fatto, ma non spiega cosa e quale sia quella libertà. Coltivare ciò che vuole, come vuole? Se la risposta è sì, anche coltivare Ogm è libertà, una libertà oggi negata agli agricoltori italiani.

Non so se per lui la libertà sia anche una maggiore ricchezza, per me, che non sopporto la favola della ‘decrescita felice’, essere più ricchi di prima (che non significa essere ricchi) è un mattone con cui si costruisce la libertà individuale e si accresce il benessere sociale. Serra guardi il grafico sotto (tratto da una meta-analisi del 2014) che mostra come, in media, l’adozione di colture Ogm nel mondo ha portato a una crescita di quasi il 70% dei profitti per gli agricoltori (oltre che a una riduzione dell’uso dei pesticidi del 37%).

ogm

Non sono i numeri di una tecnologia che salverà il mondo o che non comporta problemi, sono i numeri di una tecnologia che ha migliorato le condizioni di vita di molti agricoltori. Fanno davvero così schifo? Sono davvero il simbolo di una minaccia per la libertà?

Le “poche mani” che hanno in pugno i semi, in Italia, sono anche quelle di coop e consorzi, non solo multinazionali, ma immagino che non se ne possa parlare. E la collegata questione del ‘tradizionale’ riutilizzo dei semi trova una spiegazione relativamente semplice: gli agricoltori che hanno qualcosa in più di un un campetto di pochi ettari e qualche gallina, in genere, non riutilizzano i vecchi semi perché costa tempo e fatica e non garantisce risultati. Ricomprare i semi ogni anno offre maggiori garanzie e gli agricoltori di professione lo fanno da prima che gli Ogm arrivassero sul mercato. E anche questa è libertà. È vero che ci sono aziende che vietano il riuso se non a determinate condizioni, ma anche riprodurre e riutilizzare un articolo di Serra è vietato dal suo editore (ops) e per poter leggere quello che scrive bisogna ricomprare ogni giorno il giornale. L’ accesso all’informazione non è importante?

A differenza di quel che dice Serra e di quel che dicono i ricercatori firmatari della lettera con cui sono partito, le tecnologie sono neutre, è il loro utilizzo a non esserlo. È il loro utilizzo che può essere, anche, un problema politico e di visioni del mondo. Ma per affrontare al meglio un problema simile bisogna partire da basi solide, da un contenuto minimo di verità il più possibile oggettivo e discutere spogliandosi dei pregiudizi che tutti, indistintamente, abbiamo.

La strada politica da intraprendere è allora quella di valutare pro e contro, condizioni di utilizzo, situazioni in cui le tecnologie portano o meno beneficio. E se non ci sono pericoli concreti o potenziali (ma ragionevolmente prevedibili) deve essere lasciata la libertà di scelta, quella cosa che oggi per chi vuole coltivare Ogm non esiste senza alcuna valida ragione.

Certamente rimarrebbero altri problemi sollevati da Serra che però, a meno che non si vogliano raccontare balle pur di avere ragione, non sono generati dall’uso di Ogm: la perdita di biodiversità, la necessaria modifica dei sistemi produttivi, i diritti di chi lavora la terra, i diritti di noi consumatori, i diritti delle società che sulla crescita dell’agricoltura locale fanno e faranno a lungo affidamento per migliorare le proprie condizioni.

Tutti problemi la cui enorme complessità, così come non si risolverà grazie a una singola tecnologia, non si risolverà neppure con il bando tout court della stessa e affidandosi all’agricoltura biologica (al costo di quanta terra?) o agli orticelli di Carlo Petrini. Sarebbe semplice e bello, ma è la risposta di un pensiero politico decisamente involuto, pronto a sacrificare il benessere e la libertà altrui sull’altare dei propri pregiudizi.

Ogm e muri da abbattere

“Concrete wall” by Oula Lehtinen – Own work. Licensed under CC BY-SA 3.0

Sinceramente non capisco cosa spinga ancora Elena Cattaneo ad intervenire per l’ennesima volta sulla questione Ogm (a cui l’Italia, almeno sulla coltivazione, ha detto definitivamente no), dibattendo – seppure a distanza – con Carlin Petrini, prestandosi al giochino di Repubblica di conservare apparentemente un’equa distanza ospitando opinioni tra loro nettamente contrarie (le trovate in fondo al post).

Non lo capisco non perché non abbia chiaro che si tratta di una donna in missione “pro scienza” e “pro razionalità”, ma perché non mi capacito di come si ostini a non capire che quel tipo di interventi, la voglia di fare da baluardo contrapposto alla retorica pauperista di Slow Food, purtroppo, non servono a nulla.

Non servono a nulla perché parlare di “inganno mediatico antiscientifico” non ha alcun effetto concreto se non quello di far pensare tutti noi che – in fondo – stiamo dalla sua parte che “cazzo ha ragione, siamo in mano a degli idioti“; che sottoscriviamo pure gli spazi tra una parola e l’altra del suo discorso alla Nazione. Ma non sposta le idee di una virgola, non davanti a uno che parla di “Italia libera [dagli Ogm]”, di lavoro “con la società civile”; di produzioni moderne ma “sane, sagge, equilibrate ed eque”; di “talenti ed esperienze” di agricoltori, pescatori, cuochi, comunicatori, educatori e studenti: i nostri talenti, quelli del nostro vicino di casa, del nostro panettiere o del piccolo produttore che si arrangia e produce un formaggio o un vino che non sa di nulla ma è eccellente perché lo fa lui, perché viene dal basso e ci ricorda nostro nonno.

Ma quale inganno potrà mai uscire dalla bocca del nonno di Heidi? Cosa c’è di sbagliato in un mondo più sano, più saggio, più equo ottenuto con le battaglie della società civile? A chi importerà mai il valore infinitesimale delle produzioni bio carissime, classiste e neppure così migliori delle altre se il nostro buon nonno ci racconta di lotte, di giovani, di duro lavoro ancora da finire per abbattere il mostro finale: il Ttip che vorrebbe trasformarci in un automi di una gigantesca industria fuori controllo?

Non serve a niente.

Che fare allora? Stare zitti? Lasciare spazio solo al giubilo antiscientifico? Abbandonare il campo mentre tutto va a rotoli? No. Ma se qualcosa abbiamo perso, la abbiamo persa nonostante le lezioni di Elena Cattaneo (e di altri) sui quotidiani, nonostante le sue continue allerte sui danni da antiscientismo; nonostante i numeri, le verità vere di una scienziata dalla meritata fama internazionale. Qualcosa vorrà pur dire.

Se qualcosa abbiamo perso – e lo abbiamo perso da tanto, non oggi e non ieri – dobbiamo imparare la lezione che sembra sia continuamente sfuggita in tutti questi anni: raccontare come stanno realmente le cose, soprattutto dove si è aperta una controversia (anche se non scientifica) che si gioca sul piano sociale, politico ed economico, non è la porta per la conversione, per spostare le idee. È come voler usare la spada in mezzo a uno scontro a fuoco, un’arma che non serve a niente, se non per colpire qualcuno che ci sta abbastanza vicino. Ma, alla fine, il sangue in strada sarà il nostro.

Alimentare la controversia non farà altro che far apparire la sua voce nient’altro che, appunto, una delle voci in mezzo al coro, quando va bene sonora quanto le altre, di solito minoritaria e, soprattutto, senza che abbia una grande efficacia rispetto all’obiettivo.

Dicevo, bisogna che allora stia (stiamo) zitta (i)? No. Non so neppure quali metodi alternativi possano realmente funzionare adesso (ecco: metodi, magari da studiare e sui quali faticare). Ma credo di aver capito quello che non funziona di sicuro: cercare di abbattere un muro erigendone un altro, contrapposto, perché il risultato sono solo due muri.

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Allego gli interventi di Elena Cattaneo e Carlin Petrini comparsi oggi su La Repubblica. Sono screenshot (click per ingrandire) effettuati col cellulare da un utente di Facebook perché non riesco a recuperare i link originali.

Dacci oggi il nostro glifosato quotidiano

Foto di Mike Mozart/Flikr/CC-BY-2.0
Foto di Mike Mozart/Flikr/CC-BY-2.0

Elena Fattori è una scienziata di quelle brave, dice lei, oltre che è una super-mega-cittadina-senatrice, sempre di quelle brave. Ma soprattutto è una scienziata di quelle brave (talmente brava che, se volesse, potrebbe essere moooolto pericolosa).

Da poco ha scoperto che il RoundUp, un erbicida ad ampio spettro a base di Glifosato, è causa della celiachia. Lo ha scoperto grazie al sito web lastella.altervista (non lo linko, non voglio regalargli click, centesimi di euro e potenziali nuovi “clienti”). Una roba – per dire – che il sistema di monitoraggio dell’attendibilità e della sicurezza dei siti web WOT-Web of Trust (è un estensione per i browser che vi consiglio di usare), marchia con il bollino rosso e sul quale vi propone un avviso a tutto schermo. L’analisi è sostanzialmente questa:
lastella
È un brutto sito in poche parole, inaffidabile.
Ma non fa niente. Magari sono quegli “indipendenti” che i cattivi della Monsanto vogliono zittire e per questo li bolla in qualche modo come inaffidabili. Insomma di quelli che piacciono tanto a una buona fetta del mondo a cinque stelle. O magari no, è solo un sito pieno di fesserie. Ma, ripeto, non fa niente.
La super-mega-scienzata-cittadina-senatrice Fattori, nella discussione Facebook qua sotto ci offre l’opportunità di andare direttamente alla fonte: una ricerca scientifica pubblicata in una rivista scientifica, un paper come lo chiamano quelli che la scienza la masticano.

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Il paper (è del 2013) si chiama così: Glyphosate, pathways to modern diseases II: Celiac sprue and gluten intolerance.

Riassumendo: dice che il glifosato (e dunque il RoundUp Monsanto) provoca la celiachia, lo dicono le correlazioni statistiche. Ma non solo, il glifosato provoca il cancro (non uno specifico tumore, il cancro), disturbi alla tiroide, obesità infantile e, probabilmente, molto altro.

A chi critica l’attendibilità della ricerca, la senatrice-mega-scienziata-cittadina Fattori risponde così

Fattori

Ora, io sono un giornalista-cittadino-mega-rompicoglioni e non so leggere un paper (ma so cos’è). Quindi sul perché quel paper e l’articolo pubblicizzato dalla cittadina-mega-scienziata-senatrice Fattori dica fesserie lascio fare ad altri, tipo Giordano Masini e Beatrice Mautino su Strade.

Mi limito a fare due o tre considerazioni su chi ha pubblicato la ricerca (ma dovrei mettere il termine tra virgolette) e dove l’ha pubblicata, aiutato da chi le ha già fatte nel corso degli anni.

Il paper è pubblicato sulla rivista open access Interdisciplinary Toxicology, che è slovacca ed è nata nel 2008. Fin qui tutto bene. Ma, a dispetto del nome altisonante e dell’istituzione che gli sta dietro – la Slovak Toxicology Society (SETOX) – è una rivista, come dire… del tutto inattendibile, così come lo sono sul tema in questione i due autori.

Partiamo dalla rivista. C’è già chi le ha fatto le pulci, è un insegnante di scienze alle scuole superiori (si chiama Mr Dr Science Teacher, al secolo Paul K. Strode) poi ripreso da Jeffrey Beall sul suo blog in cui osserva criticamente le riviste open access come la nostra. Quello che viene fuori è indicativo:

The journal’s editor-in-chief is Michal Dubovický. According to Dr. Paul Strode, author of the blog Mr. Dr. Science Teacher:

Dubovický has 53 career publications according to the Web of Science. Since June of 2008, when Interdisciplinary Toxicology was launched, he has published 27 times. Two of those publications were editorials in Interdisciplinary Toxicology and 10 were full length papers in the journal. So, 40% of Dubovický’s publications over the last six-and-a-half years are in his own journal!

Tradotto per tutti, anche per la Fattori: il caporedattore della rivista scientifica, nonché direttore del SETOX fino al 2013 aveva pubblicato dal 2008 53 articoli scientifici, 27 dei quali (il 40%) da quando è nata la sua rivista, sulla sua rivista.

Tagliando corto: Intedisciplinary Toxicology è un giornalaccio, una rivistaccia, nata probabilmente per permettere ad alcuni ricercatori di pubblicare i loro articoli e scrivere qualcosa nei loro curriculum. Ma sono articoli “civetta”, poco utili per la comunità scientifica (se non per capire cosa non fare e stare attenti al proliferare di riviste simili) ma molto utili per soddisfare la vanità, le mire di notorietà degli autori e, possibilmente, utili per influenzare alcuni processi decisionali pubblici (ad esempio la ‘lotta’ agli Ogm o alle multinazionali come la Monsanto).

Passiamo agli scienziati autori dell’articolo: Anthony Samsel e Stephanie Seneff.  Sono entrambi due computer-scientist, il primo è un consulente professionista in pensione con due articoli scientifici pubblicati in carriera, la seconda è vicina all’età pensionabile (se non l’ha già superata) e lavora al Dipartimento di Intelligenza Artificiale del MIT.

Negli ultimi anni entrambi i computer-scientists sono diventati mega espertoni di glifosato e delle sue implicazioni sulla salute umana. Niente di male intendiamoci, se non fosse che i loro articoli “scientifici”  sul tema compaiono sempre e irrimediabilmente in riviste “civetta”, come probabilmente è Interdisciplinary Toxicology e come sicuramente è quella in cui venne originariamente pubblicato lo studio che stiamo discutendo: Entropy, un giornale che, per farvi pubblicare qualcosa, vi chiede soldi, tanti soldi, e dove dal 2012 al 2013 i due nostri eroi hanno pubblicato (insieme o con altri) 8 articoli, spendendo quasi 11mila dollari.

Questo è livello qualitativo della ricerca di cui la Fattori si è fatta paladina nella sua lotta alla Monsanto, agli Ogm e a Godzilla.

Ora, ritorniamo al consiglio della mega-cittadina-super-scienziata-senatrice Fattori: ammetto di non saper leggere un paper in molti casi e per questo chiedo aiuto a chi lo sa fare quando ne ho bisogno. Mi permetto però di fare un rilievo ulteriore, che sta alla base e riguarda l’altro pezzettino della sua invettiva contro noi cialtroni: sapere cosa sia un paper scientifico significa anche sapere dove questo viene pubblicato, da chi viene pubblicato e il suo livello di credibilità. Non perché sia impossibile che una rivista mediocre e poco affidabile pubblichi un giorno una ricerca di buon livello (tutto può capitare), ma perché è mooolto probabile che una rivista mediocre e poco affidabile pubblichi delle tremende cialtronate scritte da cialtroni improvvisantisi esperti. Capita anche ai “pezzi grossi”, figuriamoci se non capita alle riviste civetta a cui interessa fare rumore, chiasso, più che contribuire davvero alla conoscenza di tutti.

Ma saranno dubbi e cautele che Monsanto mi avrà instillato con l’ultimo bonifico…

Fonti e approfondimenti sul caso: 

http://scholarlyoa.com/2015/01/08/anti-roundup-glyphosate-researchers-use-easy-oa-journals-to-spread-their-views/

https://mrdrscienceteacher.wordpress.com/2014/12/28/glyphosate-pseudoscience/

http://scienceblogs.com/insolence/2014/12/31/oh-no-gmos-are-going-to-make-everyone-autistic/

http://www.huffingtonpost.com/tamar-haspel/condemning-monsanto-with-_b_3162694.html

http://stradeonline.it/scienza-e-razionalita/1328-no-la-celiachia-non-ha-nulla-a-che-fare-con-il-roundup-e-con-gli-ogm

http://www.ilpost.it/2015/04/12/glifosato-ogm/

http://italiaxlascienza.it/main/2015/08/elena-fattori-il-glifosate-e-il-morbo-celiaco/

Scienza e complessità

complexityUn po’ di anni fa ero molto contrario – almeno in modo superficiale – alla “vivisezione”. Se mi aveste chiesto cosa ne pensassi degli esperimenti scientifici sugli animali, vi avrei risposto che era roba da multinazionali senza scrupoli.

Un po’ di anni fa ero anche contrario agli Ogm e alle biotecnologie nel campo agro-alimentare. Se mi aveste chiesto cosa ne pensassi, vi avrei risposto che era roba da multinazionali senza scrupoli.

Non ho ricordi precisi, ma non è improbabile che avrei dato credito anche le scie chimiche. Sicuramente, dopo aver ascoltato una conferenza di Giulietto Chiesa dal vivo, propendevo per la “teoria del complotto” sull’11 settembre.

Prendevo per buone le mirabolanti capacità della Biowashball sponsorizzata da Beppe Grillo, energia nucleare rauss. pussa via.

Non ho mai fatto ‘attivismo’, ma probabilmente solo perché non ne ho avuto l’occasione, sono rimasto senza l’impulso giusto.

Poi è successo qualcosa, non so bene cosa. So che mi sono fermato, ho orientato lo sguardo anche dall’altra parte e ho iniziato a cercare. Ho provato a leggere le opinioni di chi non la pensava come me, ad accostarle con quelle che, ai tempi, formavano anche la mia (superficiale) conoscenza delle cose.

Ho scoperto che quel che ritenevo di sapere era perlopiù sbagliato- Semplice, facile da capire, ma sbagliato.

Poi, per diverso tempo, ho avuto una specie di reazione. Sono diventato quasi un ‘talebano della razionalità’ – questo blog ancora conserva campioni di quella reazione e li tengo come memento -, convinto a volte di poter portare l’acqua della verità al mulino dei fessi dal quale ero fuggito. Ero uno da animalari in lungo e in largo per intenderci.

Nel frattempo ho frequentato un master in giornalismo scientifico, mi sono confrontato con altre persone e, anche se ci ho messo un po’, mi sono di nuovo fermato, mi sono di nuovo seduto e i ‘luoghi’ da guardare sono diventati molteplici.

Continuo a pensare che la razionalità sia l’obiettivo primario da raggiungere quando si devono prendere decisioni, e che il metodo scientifico sia il bastone più solido e concreto su cui poggiarsi e fare affidamento per non barcollare troppo. Ma penso anche che il mondo sia molto complesso e che dividere il mondo in due fazioni, da una parte i razionali, dall’altra gli scemi, sia scorretto, oltre che falso. Era un concetto che al master hanno cercato (e si continua a farlo) di costruire fin da subito, ma mi ci è voluto un po’ per apprenderlo e capirlo.

Non sto parlando delle frodi conclamate, ma dei processi che portano le persone a credere in determinate cose e perfino a battersi per esse, non di rado cercando supporti che, per quanto alla fine possano risultare deboli, sono di tipo ‘scientifico’. Oppure della necessità di considerare sempre i fattori e i contesti – sia grandi che piccoli – dai e nei quali si sono sviluppate certe idee, certe prese di posizione, certe battaglie senza limitarsi al giudizio vero/falso, giusto/sbagliato dal solo punto di vista scientifico, perché spesso non basta.

Ora, non voglio tirarvi un pippone su questa “terza fase”, però vorrei condividere alcune osservazioni fatte da Andrea Ferrero sul numero 21 (Anno 6, Primavera 2015, pagg. 62-64) della rivista del Cicap, Query, che ho trovato molto sensate e… razionali per cercare di costruire un dialogo costruttivo. Niente di risolutivo ma, credo, il punto di partenza giusto.

[…] non sempre è possibile isolare i problemi da solo punto di vista scientifico e le posizioni pubbliche che prendiamo limitatamente a quel punto di vista hanno delle conseguenze più generali, di cui non possiamo ignorare la responsabilità.

Lo sottolineo perché l’esperienza mostra che è facile cadere nell’errore di pensare che il punto di vista scientifico sia l’unico che conta, errore che riassumerei nel detto “se tutto quel che hai è un martello, tutti si sembra un chiodo” (succede spesso, per esempio, nel dibattito sulla sperimentazione animale). Per evitarlo bisogna fare uno sforzo di umiltà, cosa non sempre facile, soprattutto per chi è abituato dalla discussione sull’esistenza dei fenomeni paranormali a considerare il proprio punto di vista come risolutivo.
[…] Penso che diventi ancora più importante il principio di criticare le idee anziché le persone e di evitare la divisione artificiale tra “scettici” e “fuffari”: il mondo è complicato e non esistono due fronti omogenei che si fronteggiano, ma tante divisione, diverse a seconda dell’argomento, che si intersecano tra loro.

Dovremmo inoltre evitare di difendere “la scienza” in blocco: non c’è niente di male a difenderne certi aspetti e criticarne altri. Divulgare le conoscenze scientifiche e difendere i metodi e i valori della scienza non significa ignorare i problemi della comunità scientifica o i possibili rischi delle applicazioni tecnologiche.
Per esempio, quando si parla di medicina, oltre a smascherare le bugie degli omeopati, è bene criticare anche quelle dell’industria farmaceutica.
Non è questione di “buonismo” o di politicamente corretto, ma di rigore logico e onestà intellettuale.

Distanze

Ma se uno come Davide Vannoni sente l’esigenza di prendere le distanze da te, suo ex compare di nefaste avventure, tu, Marino Andolina che tipo di persona sei?

Vannoni scarica Andolina e prende le «distanze»

 

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