Buoni propositi per l’anno nuovo: eutanasia legale

Saldato in un letto da 12 anni, non è una condizione felice. All’inizio maledicevo la tetraplegia, perché non avrei neanche potuto spararmi con le mani bloccate. Poi ho sperato che la scienza ce la faccia ad arrivare in tempo prima della mia morte e io possa riprendere a muovermi e a camminare…

Ho rivisto da poco, per due volte, una bellissima puntata di Sfide dedicata ad Ambrogio Fogar. Non ho vissuto le sue eroiche avventure in mare, negli Oceani, al Polo e nel deserto. Forse ho qualche ricordo sbiadito della trasmissione che gli avevano dato da condurre, Jonathan – dimensione avventura. Ho un ricordo più nitido di Fogar in una carrozzina o sul lettino, il viso gonfio, gli occhi che si muovono costantemente da una parte all’altra, la voce che aspetta che il respiratore faccia il suo dovere prima di uscire. Della sua lotta tra una vita di avventure ancora da vivere e quella che non finisce, imprigionata nella peggior gabbia possibile, quella del proprio corpo del quale non si ha più controllo.

Nel mio stato l’eutanasia può essere una tentazione.
Confesso che all’inizio della mia nuova realtà mi sono ritrovato a desiderarla.
Ho passato giorni e giorni a tormentare le mie sorelle, i miei familiari, gli amici più cari, i medici, quasi supplicandoli: portatemi in Olanda, dove tutto è più facile, ci sarà qualche dottore che si prende in carico il mio caso.
Ero disperato.
Per fortuna non mi hanno ascoltato.

Lo so, Ambrogio Fogar non era favorevole all’eutanasia. Non è stato Pier Giorgio Welby o Beppino Englaro, avrei potuto citare loro, sarebbe stato più semplice. Ma non ho intenzione di tirare nessuno dei tre per la giacchetta. Ognuno di loro aveva, e ha, il suo credo, i suoi pensieri, le sue idee. E sono tutte rispettabili, tutte devo entrare in gioco quando si parla di temi importanti che riguardano tutti.

Fogar, a modo suo, è stato fortunato. Davanti al suo desiderio, immagino molto forte, di morire e risparmiarsi una vita “saldato al letto”, ha trovato un muro, ma non si è schiantato: ha trovato una forza nuova, una fede probabilmente, la convinzione che ci fosse un senso superiore per quella sofferenza. Ed è una cosa sacrosanta. Ma non vale e non può valere per tutti.

La sua storia, quella di un avventuriero formidabile che continua a lottare anche contro una vita che lo costringe in un letto, come quella di altri costretti a una vita fisicamente immobile, viene usata come esempio contrario a una legge sull’eutanasia legale. “Se loro, che potrebbero averne tutte le ragioni, sono contrari, perché noi ‘normali’ dovremmo essere favorevoli al suicidio assistito?” è il ragionamento sottostante.

Io vorrei che questo ragionamento venisse in qualche modo ribaltato. Perché Fogar non rappresenta tutti, non rappresenta il bene che si oppone al male. È una storia, la sua storia, la storia della sua personalissima vita. Per quanto bella sia stata, non può essere – la sua come quella di altri –  l’esempio cardine per la vita di tutti, la mia, la vostra, quella dei nostri amici e parenti. Così come non possono e non devono esserlo le vite di Welby ed Eluana Englaro.

Rappresentano modi diversi, opposti, di vivere una tragedia. Ma in mezzo c’è una varietà di vite e tragedie che non possiamo ignorare, né risolvere indicando quanto bravi siano gli uni e ‘malvagi’ gli altri.

In mezzo c’è, o dovrebbe esserci, la libertà. Ecco perché c’è bisogno di una legge sul fine vita. Non per costringere un “rottame senza speranza” – come diceva Montanelli – a morire, ma per evitare che continui a valere il suo opposto: costringerlo a vivere, contro tutto e, soprattutto, contro se stesso.

“Non siamo padroni del nostro destino”, sosteneva Fogar. Forse aveva ragione. Ma siamo padroni della nostra vita, dovremmo esserlo, è possibile esserlo. Andare avanti o fermarci dovrebbe essere una nostra decisione, ponderata, discussa, difficile quando, inevitabilmente, la nostra vita incrocia quella altrui, di chi ci ama e ci vuole bene e con il suo amore crea ostacoli e deviazioni ai nostri convincimenti. Ostacoli e deviazioni che sono e devono essere solo processi interiori, personali, formulati all’interno della propria ristrettissima cerchia sociale, ma in cui la parola finale spetta a una sola persona.

In quegli spazi vitali l’opinione pubblica, quella della politica, dei massimi sistemi teologici e filosofici, non deve trovare spazio se non nella misura in cui crea e tutela il perimetro di libertà personale che ci permette di essere padroni di noi stessi, liberi di scrivere o meno il punto finale della nostra storia.

Ed è dentro quel perimetro che, quando quegli ostacoli vengono superati, quando le deviazioni ci portano in una percorso in cui vediamo ancora un pezzo di strada, sia pure un sentiero, una pagina bianca ancora da scrivere, è legittimo andare avanti, vivere finché è concesso dalla natura e dalle conoscenze disponibili, chiedendo e ricevendo tutto l’aiuto possibile.

Ma quando quegli ostacoli sono troppo alti e quelle deviazioni portano nel buio della solitudine, della rabbia, dell’incomprensione e di una sofferenza ancora maggiore, allora è legittimo e giusto che la propria libertà riacquisti il proprio, grande, spazio di azione, fino ad annullarsi definitivamente con la decisione di morire e di chiedere e ricevere aiuto anche per questo.

Accrescere lo spettro d’azione dei diritti civili e delle libertà, quelli grandi come l’interruzione volontaria di gravidanza o le unioni e le adozioni per persone dello stesso sesso. Quelli un po’ più piccoli, ma rilevanti sotto molto aspetti (economici, di controllo alla criminalità, perfino di salute pubblica), come la legalizzazione della cannabis. Quelli enormi, come il testamento biologico e l’eutanasia legale. Ecco i buoni propositi per il 2016.

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