Al secondo posto

cultura umanistaMentre buona parte della critica anti-renziana -facendo la maestrina del maestrino – si concentra sull’uso corretto o meno dell’aggettivo umanista associato a cultura usato dal Presidente del Consiglio nella sua video-lezioncina alla lavagna sulla riforma della scuola (che poi, come ben osserva Luca Sofri, una riforma non è), è passato del tutto inosservato il vero problema di quella cultura umanista.

“Nella #buonascuola (l’hashtag lo aggiungo io) chiediamo di studiare di più alcune materie, per esempio la storia dell’arte, per esempio la musica, per esempio le lingue – tutti noi sappiamo che ce n’è bisogno. Chiediamo alla scuola italiana di fare ciò che la scuola italiana ha il dovere di realizzare: vale a dire finalmente un investimento più forte rispetto al passato non soltanto sugli skills professionali, sui curricula, ma anche sull’esigenza più grande che ha un istituto scolastico che non è quella soltanto di formare un lavoratore ma è innanzitutto quella di educare un cittadino. E su questo si può discutere, io sono uno di quelli che pensa che ci vorrebbero più ore di latino (sic) nella scuola italiana. Nel progetto che abbiamo messo in campo l’idea di tornare a investire su alcune materie che erano state messe più in secondo piano non è però in contraddizione con tutto l’aspetto più scientifico, più legato alla tecnologia. Qualche giorno fa ho incontrato Fabiola Giannotti che è la direttrice del Cern o, meglio, che è stata nominata direttrice del Cern, una delle più prestigiose istituzioni di ricerca a livello mondiale, e che diventerà tale dal 1° gennaio 2016 e mi ha raccontato con entusiasmo del suo passato nel liceo classico, lei che è una delle scienziate più importanti al mondo. Perché? Perché la scuola italiana fa anche questo, però c’è bisogno di restituire pensiero, ossigeno, e questo è il secondo dei cinque punti della #buonascuola che voglio toccare”.

E il vero problema è che si trova al secondo posto in un pacchetto di novità che dovrebbe migliorare la scuola e renderla più al passo con i tempi. Ma al secondo posto non ci sarebbe dovuta essere l’esigenza di studiare di più materie come la musica e la storia dell’arte, ma quella di studiare di più e, soprattutto, meglio fisica, biologia, matematica, scienze naturali, perfino informatica e codici di programmazione che costituiscono oggi più di ieri l’essenza del mondo che ci circonda e il campo su cui si poggia (o dovrebbe poggiare) una fetta sempre più larga della cultura umanista: dalla filosofia -che la scienza contribuisce a rimodellare –  alla storia (anche dell’arte) che la scienza sempre più spesso permette di studiare in maniera più sofisticata.

Il vero problema dell’aggettivo umanista è che Renzi non avrebbe dovuto scriverlo sulla lavagna, e non perché sbagliato nella forma (in realtà è passabile).

Attenzione: non è che si dovrebbe abolire il liceo classico, proposta un po’ puerile e provocatoria: la sfida reale sarebbe quella di integrare e rivoltare i programmi odierni adeguandoli al cambiamento culturale, sociale ed economico che la tecno-scienza ha portato negli ultimo secoli e a cui la nostra scuola non si è mai adeguata. Questa sì, si potrebbe considerare una riforma.

Si tratta  – almeno a mio parere – di fare esattamente questo: un investimento più forte rispetto al passato non soltanto sugli skills professionali, sui curricula, ma anche sull’esigenza più grande che ha un istituto scolastico che non è quella soltanto di formare un lavoratore ma è innanzitutto quella di educare un cittadino.

Oggi abbiamo bisogno di mettere più di un peso nel piatto della bilancia dove sta la cultura scientifica, e dobbiamo farlo a partire da quella che vogliamo sia una buona scuola, perché è da quella parte che oggi si sviluppano conoscenze e capacità di ragionamento fondamentali: sospensione del giudizio, problematizzazione, pensiero critico e astrazione, che possono trovare molteplici risvolti pratici. Qui vanno concentrati molti degli sforzi, molti dei ragionamenti che si fanno sul futuro della scuola.

A poco vale l’espediente narrativo usato da Renzi: Fabiola Giannotti è un caso – come lo sono altre grandi menti scientifiche che hanno avuto una formazione umanistica di partenza – non una regola. Il nostro problema è creare un sistema scuola che agevoli la ‘comparsa’ di altre Fabiole Giannotti e menti anche un pelino meno dotate ma capaci di ridare slancio a questo Paese senza che siano solo e quasi esclusivamente le loro particolarissime doti, i loro personali interessi e la loro innata curiosità verso altri mondi a farle emergere: sono fattori che contano, ovviamente, ma che un sistema-scuola non può relegare al caso senza costruirgli sotto un base per farli emergere il più possibile.

Finché non ci sleghiamo dall’idea che la cultura scientifica – non a caso indicata da Renzi con un’aberrante e significativo “tutto l’aspetto più scientifico, più legato alla tecnologia” – non sia vera cultura non riusciremo a schiodarci dal pantano in cui versiamo, rischiando di affondare e affogare in un futuro non così lontano. Non basta relegare tutto a dei bandi per la diffusione della cultura scientifica nei giovani, colmando le lacune con interventi che sembrano quasi emergenziali: la soluzione deve essere sistematica, non estemporanea.

Letteratura, storia, arte, filosofia, latino, greco e musica hanno un’elevatissima dignità formativa ed educativa, questo non è e non deve essere in discussione: vanno insegnate e vanno studiate. Ma non è da quella via che oggi passa il futuro della (buona)scuola e, di conseguenza, della nostra società.

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