Basta NIMBY

Windfarms not welcome here - geograph.org.uk Author: Nick Smith This file is licensed under the Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic license
Windfarms not welcome here – geograph.org.uk
Author: Nick Smith
This file is licensed under the Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic license

Basta con la sindrome NIMBY (not in my back yard – non nel mio giardino), quella che quando lo Stato o un impresa propone un’opera fa dire alle popolazioni “bravi, utilissima, ma fatela a casa di qualcun altro”. Basta davvero. Sì, basta.

Basta però con questa solita solfa, che le cose in Italia non si fanno per colpa di pochi ottusi. Perché se è vero che la sindrome NIMBY esiste, è anche vero che in Italia si fa di tutto per non curarla, preferendo fare constatazioni tipo: “colpa dei no-global”, “colpa degli interessi piccoli”, “colpa degli ambientalisti”, “colpa della scarsa informazione”, “colpa della scarsa cultura scientifica”, “colpa dei comunisti”.

Sto sfogliando un libricino interessante. Si chiama “Contro la Modernità – Le radici della cultura antiscientifica in Italia” (Rubettino, 12 euro) scritto da Elio Cadelo e Luciano Pellicani. Nel paragrafo dedicato alle grandi opere si fa proprio questo ragionamento: le grandi opere di cui l’Italia ha immenso bisogno sono bloccate dai localismi – espressione della NIMBY – e il sottinteso è che questi localismi blocchino tutto perché mancano di capacità visive (non conoscono i progetti, colpa dello Stato) e di ragionamento (scarsa cultura scientifica, colpa loro e dello sciagurato duo Croce-Gentile). Se ribaltiamo questo ragionamento e lo vediamo dal lato propositivo, possiamo dire che basterebbero due cose: 1) uno Stato che sa spiegare le cose ai cittadini; 2) cittadini che sappiano ragionare grazie a una buona cultura scientifica.

Va bene, è vero. Ma è davvero tutto qui? In fondo sarebbe semplice. Basterebbe spiegare le cose a livello di comprensibilità ‘cretino’ che tutti i cittadini ‘cretini’ accetterebbero. D’altronde per la scienza è così: basta spiegarla bene, a livello di comprensibilità ‘cretino’ per far imparare ai cretini che è una cosa bellissima piena di meraviglie.

O no?

I grandi movimenti per la divulgazione scientifica non si sono forse scontrati con gli effetti non proprio positivi di questo modello di comunicazione top-down (ciao SISSA)? Non si sono forse accorti che non basta spiegare bene la meraviglia della scienza per farla penetrare nel pubblico ignorante? Non hanno forse cambiato (con varie sfumature) orientamento, passando dal modello PUS (eh, Public Understandig of Science) al PEST (eh 2, Public Engagement with Science and Technology) al PCST (Public Comunication of Science and Technology)? Non ci si è forse accorti che non è sufficiente, in una società complessa, la sola spiegazione della grande avventura scientifica ma che serve anche coinvolgere le persone (quelle che oggi compongono diversi pubblici consapevoli e non un solo pubblico di cretini)?

E perché dovrebbe essere diverso quando si parla di grandi opere, il cui impatti in termini di rischi/benefici è più immediato rispetto alla cultura scientifica in sé considerata? Perché bisogna continuare ad illudersi che popolazioni più acculturate – alle quali è stato insegnato come pensare bene – siano per forza soggetti più malleabili di fronte ad opere che, per loro natura, sono complesse e coinvolgono una moltitudine di interessi (non solo locali)?

Se è vero che la distorsione del fenomeno NIMBY non sarà mai del tutto eliminabile, ritengo che sia vero anche il fatto che spiegare tutto ciò che non va attraverso la NIMBY sia una posizione di comodo, tipica di una cultura che si ritiene superiore (e che per tanti aspetti lo è), piuttosto cieca di fronte ai tanti problemi generati dai molteplici interessi in gioco e alle peculiarità non solo territoriali ma anche sociali. Una cultura che non ha la minima intenzione di sentirsi coinvolta in un processo di responsabilità che non sia quella di impartire lezioni e decisioni dall’alto, che pretende l’approvazione delle sue proposte senza invece cercare il coinvolgimento degli altri interessati (di una loro parte maggiortaria, ovviamente) nelle decisioni da prendere e, ancora prima, nei percorsi da progettare.

Non è un caso se qui le grandi opere si progettano, si finanziano, si presentano, si iniziano e poi si arenano tutte in innumerevoli bolle di conflittualità.

Forse, per le prossime volte, sarà il caso di ripartire daccapo. Di partire dall’analisi onesta delle situazioni complesse, con azioni diverse per casi diversi, arrivando al tanto agognato engagement, alle decisioni condivise tra molti e non prese dai pochi che stanno in alto. Non una cosa semplice, ma probabilmente migliore e con più possibilità di riuscita.

Forse è arrivato il momento di lasciare alla NIMBY lo spazio che le è proprio: il giardinetto di casa.

Annunci

12 pensieri su “Basta NIMBY

  1. “cercare il coinvolgimento degli altri interessati (di una loro parte maggiortaria, ovviamente)”

    Qui sorge il problema italiano. Quando questo avviene tutti i lavori vengono bloccati dalle minoranze.
    Non è una questione di coinvolgere la gente, non solo. Il concetto di democrazia è spesso travisato dal rispetto delle minoranze alla supremazia delle minoranze.

    Mi piace

  2. Non sono del tutto del d’accordo. Il problema maggiore sorge – a mio avviso – perché le comunità vengono a sapere dei progetti a cose fatte e decise, senza nessun processo di partecipazione a monte. Questo polarizza molti gruppi.

    Ovviamente non credo alle soluzioni perfette che accontentano tutti, però il sistema va indubbiamente cambiato e reso più partecipativo nelle fasi embrionali. Anche perché capita che gli argomenti degli antagonisti non siano tutti da buttare via e si sarebbero potuti analizzare, prevedere e risolvere prima che si formassero le barricate.

    Peraltro il problema non è solo italiano (già il fatto che NIMBY sia un acronimo inglese spiega molte cose).

    Di sicuro il metodo dell’imposizione non funziona e non è per nulla più rapido.

    Mi piace

    • Capisco cosa intendi e condivido in pieno. Diciamo che se si PARTISSE con la ricerca del consenso, almeno si ridurrebbero i casi di conflittualità.

      D’altronde, però, e lo vediamo anche nelle posizioni sindacali, parlare si rivela spesso inutile, perché tantissimi partirebbero dal presupposto NIMBY e (ribaltando il concetto di coinvolgimento) tenterebbero di convincere ad andare altrove (altrimenti, la guerriglia).

      Gli italiani hanno una cultura scientifica così bassa e una propensione alla litigiosità così alta che difficilmente si potrebbe trovare in loro abbastanza pragmatismo da accettare le implicazioni democratiche (rammento che considero unicamente i casi in cui la maggioranza è favorevole e la minoranza si ribella).
      Lo vediamo anche nella minoranza di animalisti che cercano di imporre un mondo di fantasia. Non gli si è imposto un cambiamento, ci sono nati in questo mondo, eppure, invece che lottare per migliorarlo, si danno all’ideologia basata sulla fuffa. E sono violenti!

      Mi piace

  3. Che ci siano problemi è evidente. Però spesso partono dall’alto. Qualche post più sotto parlo delle ricerche Observa che mostrano come comunque gli italiani abbiano fiducia negli scienziati.
    I problemi sono tanti però, ne indico un paio:

    1. La scienza ha difficoltà a comunicare per mille motivi, molto spesso interni e per lungo tempo ha delegato ad altri il suo ruolo politico e sociale.

    2. Le commistioni ricerca pubblica/impresa, se da un lato sono inevitabili dall’altro generano sospetto (a volte anche a ragione) e quindi va un po’ ripensato il metodo con cui si presentano i progetti in modo da renderli i più trasparenti possibili (dire che l’Università X conferma l’ipotesi Y sulla base di studi pagati da Z che a sua volta propone il progetto non è un granché, anche se tutto è fatto nella massima onestà).

    Sugli animalisti (o una loro parte): sono in pochi e fanno molto casino, innegabile. Ma, ancora una volta, la strategia adottata dall’altra parte (e che ho usato anche io) non funziona, a meno che non si accompagni magari a qualcosa che tocchi più la sensibilità pubblica piuttosto che fare i soliti elenchi di procedure, leggi, benefici, verità vs disinformazione (che vanno bene eh, ma accompagnamole con altro su altri livelli). Altra cosa: la tendenza a minimizzare i problemi della sperimentazione animale (anche se mi pare che la tendenza si sia spostata almeno un po’ verso un racconto onesto). Va fatto capire che la SA è parte della nostra storia, superabile un giorno senza polarizzarsi all’opposto con “non curatevei”, “fate voi le cavie” ecc ecc.

    Mi piace

  4. Sui primi punti non aggiungo altro perché condivido in pieno.
    Sulla questione degli animalisti anche, hai ragione, però vale la pena di aggiungere un paio di parole di spiegazione.
    Se tu analizzi le tante pagine di informazione in merito alla sperimentazione animale puoi notare che quelle che usano maggiore provocazione sono quelle con la maggiore diffusione. Purtroppo l’Italia è un paese di tifosi.
    Nella mia esperienza ho visto che vale la pena di utilizzare un po’ di provocazione per ottenere l’attenzione necessaria perché informazione corretta venga diffusa.
    Purtroppo servono entrambe le cose.

    Nella parte informativa, generalmente, non vengono minimizzati i problemi della sperimentazione animale. Può capitare in maniera occasionale, e se consideriamo che questi problemi hanno a che fare solo con una parte della farmacologia e che la farmacologia stessa conta l’8% dell’uso degli animali, si può onestamente affermare che i vantaggi della sperimentazione animale sono infinitamente superiori agli svantaggi (tengo a precisare che non esiste ancora un modo per superare questi svantaggi).

    Mi piace

  5. Vero, però non vorrei che confondessimo alcuni meccanismi di diffusione online con il fatto che poi quelle informazioni raggiungano davvero molte (troppe persone). Spesso ci auto-costruiamo una bolla nella quale vediamo poco di quel che sta fuori.

    Comunque sì, il ‘come’ vengono raccontate le cose ha un peso molto importante e, a volte, dipende sempre dai contesti e a chi ci rivolgiamo, un po’ di provocazione aiuta (anche se spesso rincuora più che altro chi già la pensa in maniera simile alla nostra).

    Bisogna studiare bene cosa e come comunicare a seconda dei contesti, non pensare che lo strumento e i metodi che scegliamo vadano bene per tutto e tutti.

    Mi piace

    • “Bisogna studiare bene cosa e come comunicare a seconda dei contesti, non pensare che lo strumento e i metodi che scegliamo vadano bene per tutto e tutti.”

      Concordo, e le realtà sulla scena già permettono di trovare relativo equilibrio, in quanto esistono molte interrelazioni tra le diverse pagine, così da riuscire a sfruttare il potenziale di tutte quante.

      Per quello che riguarda i meccanismi di diffusione, ho come l’impressione che Internet, e soprattutto Facebook, siano il mezzo preferito degli animalisti e i complottari in generale.
      È anche quello con filtri quasi inesistenti.

      Mi piace

  6. Probabilmente perché tende più alla creazione di comunità (e bolle di informazione). Per questo dico che bisogna stare attenti a non parametrare il consenso con la diffusione sui social, non da noi almeno dove internet è usato veramente da pochi in fin dei conti

    Mi piace

Dì la tua!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...