Dibattiti, conflitti, scienza e gastriti

[…] In short, producers do not want an inbox of complaints, and climate sceptics complain if they are not represented. And executives might feel they need to ‘be fair’ by bringing in sceptics. Of course, accuracy is in conflict with this notion of balance. So scientists should debate science with other scientists — there is enough disagreement about the details of climate change to give the BBC their desired conflict.
(Simon L. Lewis, Nature 506, 409 – 27 February 2014 -)

Il dibattito mediatico su temi scientifici dovrebbe essere relegato alla sola discussione fra scienziati esperti? Il confronto fra scienziati da una parte e qualsiasi altro rappresentate delle società dall’altra porta il pubblico – e dunque il dibattito politico e sociale – su strade sbagliate e pericolose?

Dopo l’indigestione di ‘falsa scienza’ vista ultimamente in Tv (e poi ovunque) in Italia con i casi Stamina e dieta alcalina per curare il cancro, verrebbe da dire sì: lasciamo gli argomenti seri al dibattito fra scienziati seri. Ma…ma a differenza di quanto suggerisce Lewis il dibattito pubblico e tanto meno quello televisivo-mediatico (che funziona secondo logiche particolari), non può essere diviso in compartimenti stagni: scienza da una parte, politica dall’altra. Nel caso dei cambiamenti climatici proporre che la questione venga discussa solo fra scienziati – perché tanto c’è abbastanza controversia da solleticare il palato rude della televisione – e poi, a un secondo livello, solo fra politici, è una scelta (seppure comprensibile quando si arriva a certi livelli di esasperazione) senza senso e, probabilmente, più pericolosa: se un dibattito fra scienziati con idee opposte rischia di diventare incomprensibile per pubblico relegare il contrasto su argomenti intrinsecamente scientifici a soli politici con visioni opposte rischia davvero di portare il pubblico sulla strada sbagliata. Un climatologo avrà sempre argomenti per controbattere alcune fandonie degli ‘scettici’ più estremi del cambiamento climatico, dalla sua parte, anche agli occhi del pubblico, ha un bagaglio di conoscenza specialistica che un altro politico al suo posto difficilmente avrà: tutto rischia di finire in una battaglia combattuta con armi puramente retoriche, come accade spesso nel dibattito fra politici, in cui la spunta chi sa parlare meglio, chi sa pizzicare meglio le corde del pubblico e non chi accompagna le proprie posizioni con solidi argomenti il più possibile verosimili.

Ovviamente non è detto che in un dibattito uno scienziato possa avere sempre la meglio su un politico, anzi, la posizione di Lewis prende le mosse proprio da un caso in cui probabilmente è accaduto il contrario, ma pensare che tutto possa risolversi separando i piani del dibattito sembra essere un’idea piuttosto ingenua:

A) non è detto che la controversia scientifica sul climate change sia altrettanto sexy quanto la controversia scientifica&politica;

B) gli effetti disastrosi sono ancora più probabili quando un problema (anche) scientifico è lasciato alla libera interpretazione di politici appartenenti ad opposte fazioni;

C) relegare alcuni temi al solo confronto tra scienziati non ha mai funzionato quando l’obiettivo è stato quello di ‘guidare’ l’opinione pubblica ma l’ombra della Torre d’Avorio sembra coprire ancora, inesorabilmente, i pensieri di molti scienziati che pure hanno finalmente abbandonato l’edificio;

D) pensare che determinati argomenti possano, anzi, debbano essere dibattuti su piani e con soggetti differenti – fra soli scienziati o fra soli politici – pensando che così almeno le questioni scientifiche non perdano troppo in accuratezza significa non aver capito che le questioni scientifiche non sono solo scientifiche: non esiste un problema climate change sganciato dalle decisioni politiche e sociali e dunque difficilmente potrà cambiare qualcosa semplicemente separando gli attori del dibattito. Se, cambiando argomento, la questione degli Ogm venisse trattata in televisione e nei giornali solo in una discussione fra scienziati  – relegandola a questioni di piccole controversie scientifiche, perché è il conflitto che fa notizia -, e alle sole discussioni fra agricoltori che li accettano e che non li accettano il problema politico-economico-culturale degli ogm in agricoltura – che è piuttosto polarizzato – non cambierebbe di una virgola nell’opinione pubblica: il fatto che sul climate change  e sulla sicurezza degli ogm non ci sia in realtà controversia nella comunità scientifica è solo un tassello, importante ma singolo, di una discussione e di un confronto che non è solo scientifico e che non può escludere posizioni politiche, economiche e culturali differenti quando queste contano nel processo di decision making, soprattutto in un mondo in cui si predica una sempre maggiore partecipazione di tutti i soggetti coinvolti;

E) affermare che la par condicio non ha senso nel dibattito scientifico quando dall’altra parte ci sono posizioni campate in aria (per farla breve) è vero: in questo senso la scienza non è democratica. Nella scelte tra pratiche magico/esoteriche come l’omeopatia e quelle della ‘scienza ufficiale’, a livello argomentativo non c’è scampo per le prime. Ma quando queste riescono, in un modo o nell’altro, ad inserirsi nei meccanismi decisionali (che a loro volta influenzano la scienza), nella cultura, nel dibattito politico la stessa scienza deve calarsi nelle dinamiche democratiche del confronto quando il discorso passa per le vie della politica e del dibattito mediatico e sociale: qui le altre posizioni hanno un valore che dipende dalle spinte economiche, sociali e culturali che gli stanno dietro e non possono essere semplicemente ignorate perché senza alcuna base scientifica (semmai questo è un argomento per contrastarle, per fargli perdere il peso che hanno). Queste posizioni – anche se non hanno solide basi argomentative – vanno ‘sconfitte’ con la forza del pensiero scientifico e dei suoi metodi inseriti nelle dinamiche di scontro democratiche (compresa l’educazione) quando sono abbastanza forti da inserirsi nei processi decisionali.

Il dibattito politico e mediatico su questioni in cui la scienza e gli scienziati hanno – o dovrebbero avere – un peso specifico importante è soggetto a logiche troppo più complesse del semplice “la scienza dice che xadeguatevi, discussione chiusa a tutti i livelli” anche perché la scienza stessa è influenzata da ciò che gli sta attorno: basti pensare a chi e come decide quanti soldi destinare alla ricerca, quali cure rimborsare tramite il SSN, come organizzare l’Università e la scuola e tanto altro. Quel tipo di dibattito richiede un lavoro costante e difficile per la scienza, per chi la comunica e per chi intende darle un ruolo primario nei processi decisionali, richiede di sporcarsi le mani, di mettersi in gioco, di mettere in campo diverse strategie – dal debunking delle bufale alle discussioni feroci con i critici, dalla divulgazione alla mediazione di posizioni fino a un opera di ‘contagio’ culturale nelle varie sfere di influenza sociali e politiche – che non può non passare anche per i dibattiti (in Tv, sui giornali, ecc) tra scienziati e altre soggetti necessariamente mento esperti e con argomenti a-scientifici ma comunque rilevanti. Non esiste un modo per risolvere tutto, ma sono tutti tasselli differenti di un mosaico composto da figure più o meno complicate da comporre.

La scienza è (necessariamente) anche politica – e dunque confronto – e far penetrare il pensiero scientifico in quello mediatico e, quindi, anche in quello decisionale richiede un processo comunicativo complesso e difficile  in cui, questo è certo, bisogna mettere in preventivo attacchi di bile, pillole per il cuore e gastriti.

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