Giornalisti e torri d’avorio

Leggo oggi su Prometeus magazine un’interessante riflessione di Federico Baglioni a proposito della recente manifestazione tenutasi a Roma, davanti a Montecitorio, per chiedere al Governo di non recepire le modifiche pericolosamente restrittive votate dal Parlamento alla direttiva Ue 63/2010 sulla sperimentazione animale.

Federico lamenta la scarsa attenzione dei media (se non un video de La Stampa e un servizietto orribile del Tg1) per una manifestazione pacifica con cinquecento persone che si schieravano dalla parte della ricerca. Questa è la parte che ritengo più interessante della sua analisi:

E’ brutto da dirsi, ma la notizia non era sufficientemente interessante.

Intendiamoci: so benissimo quali sono i problemi di un giornalista. Ha poco tempo, deve seguire una linea editoriale e deve stendere un articolo che venga letto da molti e che non crei un controproducente (per lui) vespaio di polemiche. Capisco che sia molto meno compromettente glissare l’argomento e parlare di altro.

Non ci sono stati scontri, non c’è stato il “sangue”

Qualcuno l’ha proprio sentito dire in piazza e la cosa, purtroppo, non mi scandalizza affatto. A differenza delle altre occasioni, non c’è stata alcuna contestazione, nessun “momento di tensione” vero o presunto che fosse, nessuna guerra tra bianchi e rossi. E’ caduto quindi lo scoop,la possibilità di dipingere l’argomento sperimentazione animale come consueta “guerra tra faide”.

“La notizia non era sufficientemente interessante”. È proprio così. In parte concordo col resto dell’analisi, nel senso che uno scontro, una contestazione, ha sicuramente un grado di notiziabilità maggiore all’interno dei quotidiani generalisti. Non sono d’accordo invece sulla parte dei problemi del giornalista: sollevare vespai fa vendere copie o guadagnare accessi sul web e non è detto che esista una linea editoriale su temi complessi come la sperimentazione animale.

Però manifestare a favore della ricerca non è molto più interessante, dal lato giornalistico, della protesta coi caschetti degli operai dell’Alcoa in Sardegna o dell’omofobia di Guido Barilla.  Le ragioni sono tante, non da ultimo l’interesse del pubblico che probabilmente tende a scemare dopo una/due volte che si tratta l’argomento (a meno che, di nuovo, non si compiano azioni eclatanti, ma in questo caso sono tali azioni a fare notizia, non il messaggio che vi sta sotto).

Per Federico,

L’impressione è che quella di stare in una torre d’avorio non sia una scelta degli scienziati, ma una forma di confino cui sono costretti dai media.

E qui credo che sbagli. Uno dei grandi problemi degli scienziati è che scendono in campo a protestare quando vedono calpestata la propria libertà e, se vengono ascoltati bene, se non vengono ascoltati è perché l’Italia non ama la scienza. C’è del vero, senz’altro, ma non è così semplice e credo che il problema nasca un po’ più indietro con ampie responsabilità degli scienziati.

Per portare avanti “la causa” della scienza (qualsiasi cosa voglia dire) non basta protestare quando qualcuno sembra metterle dei paletti davanti o prende decisioni assurde (Stamina, Di Bella ma anche sperimentazione animale e Ogm) e poi continuare a fare quello che si faceva prima. È necessario fare un salto qualitativo: portare quei problemi dove c’è la possibilità di trattarli a livello politico prima e mediatico poi: le organizzazioni politiche, le associazioni e tutto il sottobosco culturale che sfocia in attività, proposte e gruppi di pensiero che influenzano chi deve prendere le decisioni e che ha più facile accesso ai media. Credo che sia ora che la cultura scientifica inizi a diffondersi su più piani. La comunità scientifica deve costituire una sua lobby, non nel senso dispregiativo che diamo in Italia a questo termine, ma nel senso di fare la stessa identica cosa che fanno gruppi super legittimati come Slow Food o Comunione e liberazione (oddio, forse ho fatto esempi non proprio positivi) o le varie fondazioni e associazioni il cui scopo è proprio quello di far emergere su più livelli possibili le proprie idee. Questo è quello che dovrebbe fare la scienza: “scendere in campo” (ho i brividi), portare le sue idee e argomentazioni sul piano politico, a tutti i livelli, non sperare che, semplicemente parlando o facendosi vedere in piazza, qualcuno ascolti ed “esegua” o pretendendo di essere chiamati in causa solo su determinati argomenti in qualità di esperti e pensare che il resto non la riguardi.

Gli scienziati, i ricercatori, intervengano allora più spesso nel dibattito politico, dicano che l’abolizione dell’Imu gli leverà X milioni di risorse per fare le importanti ricerche Y e Z, dicano che per una università in grado di crescere serve una classe politica che sappia prendere decisioni durature, dicano che il signor sindaco ha riconsegnato la città più inquinata di quanto era cinque anni prima, dicano che l’Italia spreca i fondi europei e propongano progetti, denuncino con estrema forza la burocratizzazione, i baronati e le risorse date in base al nome e non al curriculum, dicano qualcosa di politico sull’Ilva o sulla così detta green economy, dicano con forza, durezza e chiarezza che la televisione pubblica non può delegare le tematiche scientifica a Piero Angela (sempre sia lodato) per altri 30 anni e mantenere in vita (professionalmente) Roberto Giacobbo.

In mancanza di tette e culi da mettere in primo piano, l’unico modo per rendere la scienza -compresi i suoi problemi- più notiziabile è quello di rinforzarne la portata comunicativa facendola entrare nel tessuto connettivo sociale e politico. La violenza sulle donne è diventato un problema in Italia non perché siano cresciuti numericamente i reati, ma perché un forte movimento d’opinione ha focalizzato l’attenzione pubblica, di media e politica, su quel problema e si batte per trovare delle soluzioni. Le battaglie sui diritti civili hanno alle spalle associazioni di persone e gruppi di pensiero che elaborano idee e soluzioni e si trovano dei portavoce influenti che inseriscono le proprie idee nel flusso comunicativo, scatenano dibattiti e polemiche, fanno politica. Se è vero che la scienza è un grande movimento culturale, la più avanzata forma di pensiero che l’uomo abbia fin qui sviluppato, allora l’obiettivo è farla penetrare oltre le accademie, oltre gli specialisti o i semplici appassionati. È possibile che il fattore principale del nostro benessere e del nostro avanzamento debba essere relegato ad una specie di nicchia?

La smettano allora di dire e pensare “siamo solo scienziati”, di aver paura di calpestare qualche piede e di pretendere l’attenzione mediatica e politica solo quando le decisioni politiche gli passano accanto, perché così, giusto o sbagliato che sia, non funziona. Se la politica e l’informazione sono miopi quando si parla di scienza, la colpa sta anche (ma non solo, ovviamente) in chi non si è curato troppo della salute di quegli occhi e oggi non riesce a trovargli un buon oculista.

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3 pensieri su “Giornalisti e torri d’avorio

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