Una ristretta cerchia di specialisti

Una della conseguenze maggiori del progresso scientifico è che le conoscenze acquisite dagli scienziati si discostano sempre più sia dall’esperienza comune e si fanno sempre più specialistiche. La filosofia offre un buon esempio: agli albori del pensiero scientifico, i filosofi erano anche scienziati esperti un po’ di tutto, mentre oggi è difficilissimo trovare scienziati-filosofi che sappiano discorrere in egual misure delle nuove conseguenze della fisica delle particelle, di biologia e scienze cognitive.

Gli scienziati diventano sempre più degli specialisti. Questa situazione, che ha tante implicazioni anche in termini di pensiero scientifico e capacità di vedere il mondo nel suo complesso, si riflette anche in un piano più vicino alla nostra vita quotidiana, quello del rapporto fra lo Stato e la scienza. Ad esempio, per valutare le dosi minime che rendono una sostanza pericolosa e dunque vietata lo Stato si affida alle conoscenze scientifiche per poi emanare delle leggi conseguenti. Ogni volta che compriamo un farmaco, autorizzato alla vendita, lo Stato ha aperto le porte del suo potere a una conoscenza ‘esterna’ e specialistica per la valutazione sulla sicurezza. Ma anche quando viene predisposta una normativa sulla sicurezza edilizia, lo Stato si avvale di conoscenze esterne e specifiche. Un altro campo in cui ciò avviene, e mi accingo finalmente a toccare l’argomento principe di questo post, è nel caso della ormai famigerata Commissione Grandi Rischi. Lo Stato ha predisposto, più o meno dalla metà degli anni ’80, un organo tecnico-scientifico (anche profondamente mutato nel tempo), che valuti, avvalendosi di conoscenze molto specifiche e interdisciplinari, il rischio sottostante il probabile o possibile verificarsi di alcuni avvenimenti di tipo potenzialmente catastrofico.

Quest’organo, che dal 2001 è diventato la Commissione che oggi conosciamo, come sappiamo, è stato condannato lo scorso anno dal Tribunale de L’Aquila per omicidio colposo lo scorso 22 ottobre. Immediatamente buona parte della comunità scientifica di casa nostra, ma anche internazionale, prese le difese dei membri della commissione, accusando più o meno velatamente, il giudice Marco Billi, di aver condannato la scienza in un processo alla scienza. Il ministro Clini aveva addirittura paragonato uno dei componenti, Enzo Boshi, a Galileo. Insomma l’aria, all’interno della cerchia scientifica, era quella di doversi mettere a tutti i costi sulla difensiva accusando l’Italia arretrata che processa gli scienziati. Personalmente ho tenuto a fare i miei distinguo da questa posizione che ho trovato subito molto scorretta e piuttosto annebbiata (ne ho parlato qui) e, come me, qualche eccezione si è vista, ma non ha avuto troppo seguito.

Qualche giorno fa sono uscite le tanto attese motivazioni alla sentenza, quelle che tutti -soprattutto fra i ‘difensori della scienza’- si erano ripromessi di leggere e commentare appena uscite. Ho paura che finiranno nel dimenticatoio (sempre dal lato scientifico) così come colpevolmente è rimasto l’intero processo prima della sentenza. Spero di essere smentito, ma nel frattempo dico la mia.

La mia posizione, subito dopo la notizia della condanna era che il giudice aveva punito i membri della Commissione per aver comunicato male il rischio nonostante le informazioni date dal lato scientifico fossero state corrette. In linea generale confermo quanto già detto. Nella motivazione, di quasi mille pagine, si può leggere con estrema chiarezza che l’accusa non riguardava la mancata previsione del sisma del 6 aprile, in particolare mi pare chiarificatore questo passaggio:

il giudizio di prevedibilità/evitabilità, su cui si basa la responsabilità per colpa nel capo di imputazione, non andava calibrato sul terremoto quale evento naturale, bensì sul rischio quale giudizio di valore, al fine di tutelare l’integrità della vita, dei beni, degli insediamenti e dell’ambiente dai danni o dal pericolo di danni derivanti da calamità naturali, catastrofi o altri grandi eventi che determinano situazioni di grave rischio“.

Il giudice in questo passaggio (pag 211) incentra la responsabilità in modo specifico sul dettato di legge: l’art. 5 della legge 401/2001 dove è scritto che il compito della Commissione Grandi Rischi è quello di “svolge[re] attività consultiva tecnico-scientifica e propositiva in materia di previsione e prevenzione delle varie situazioni di rischio“.

Quello che si contesta è che, in tale compito, i condannati hanno proceduto ad un’ analisi errata e inidonea degli indicatori di rischio e a una carente informazione“.

Tale rischio è stato sottovalutato e, soprattutto, si è lasciata trapassare una informazione rassicurante. La sottovalutazione del rischio (previsione e prevenzione) viene dalle affermazioni circa l’improbabilità di un evento sismico forte rafforzate da testimonianze dei presenti (in particolare quelle di Del Pinto (pag. 113) e dell’assessore regionale Stati (pag 656) alla quale era stata data specifica indicazione di “non creare allarmismi e […] di poter tranquillizzare“. Inoltre, senza smentita o alcuna presa di posizione contraria, Emma D’Aquino nel tg1 delle 20 del 31 marzo 2009 diceva: “Una situazione normale, dicono gli esperti, per una zona a rischio come L’Aquila, nessuna preoccupazione avverte la Protezione Civile“.

Il rischio non solo sembra essere stato sottovalutato, bensì sembra essere stato proprio ignorato, tanto che la famosa intervista di De Bernardinis in cui si parlava di un rilascio di energia continuo come situazione favorevole, non viene in alcun modo rettificata, nonostante fosse antecedente alla famosa riunione del 31 marzo (pag. 284), quella che poi si scoprirà essere un’operazione mediatica indetta da Bertolaso.

Da qui il giudizio del giudice: “l’attività di previsione, prevenzione ed analisi del rischio è stata svolta in maniera superficiale, approssimativo generico, con affermazioni apodittiche ed autoreferenziali, del tutto inefficaci rispetto ai doveri normativamente imposti“. In poche parole la Commissione ha svolto in quella riunione fondamentale una “carente analisi del rischio“. Lo ripeto di nuovo, il giudice non chiedeva ai membri della commissione, né lo fa la legge, di prevedere un qualsiasi evento sismico, bensì chiedeva di prevedere il rischio e infatti: levitabilità del danno non è da intendersi in relazione al mancato allarme ma all’inidonea valutazione del rischio e alla inidonea informazione. Testualmente: “In questa sede […] viene dato per scontato il fatto che non è possibile prevedere con certezza una scossa futura“, ovvero non si richiedeva alcun tipo di previsione deterministica. Poi c’è il contrasto fra alcune affermazioni di Boschi sulla ripetitività millenaria dei terremoti nella zona contrasta con almeno un documento distribuito da Selvaggi al Dipartimento della protezione civile intitolato “Rapporto d’evento del 31-3-2009”: qui si legge che i terremoti storici in L’Aquila sono stati accompagnati da intensa attività sismica [anni 1461 e 1704]: “quasi la totalità dei terremoti aquilani è consistita in periodi sismici connotati da scosse premonitrici, una scossa principale e numerose repliche”. Inoltre, rileva il giudice, proprio i segni premonitori sono strumenti da utilizzare nella valutazione e previsione del rischio (non nella previsione dell’evento). In questo caso non è stato -colpevolmente- così. Insomma un po’ di idee confuse…

Ma la colpa (di cui dopo parlerò) non finisce qui, perché i membri della Commissione, accettando di partecipare a una riunione aperta a tutti nel rispetto dell’operazione mediatica voluta da Bertolaso, hanno assunto su di sé anche un dovere ulteriore: quello della corretta informazione sul rischio. Da organo consultivo e propositivo, in quel momento avevano un ben preciso dovere informativo in quanto facenti parte di un organismo statale soggiacente agli obblighi di informazione che ha la Pubblica Amministrazione. In questo caso, l’informazione sul rischio è mancata o è stata eterodiretta (ma in modo consapevole) a fini rassicurativi. Ovvero c’è una colpa nell’adesione all’operazione mediatica, concretizzatasi nell‘eliminazione dei filtri normativamente imposti tra la Commissione e la popolazione: “tale comunicazione diretta, favorita dall’autorevolezza della fonte, ha amplificato l’efficacia rassicurante del messaggio trasmesso“.

La colpa. Pietro Greco, anche in una recente intervista rilasciata per Linkiesta a Daniela Patrucco pur inquadrando bene (a mio avviso) la sentenza, mostra perplessità riguardo la pena uguale per tutti i membri della Commissione, stante il principio della personalità della responsabilità penale. Tradotto se ognuno è responsabile solo di quello che fa o dice come è possibile che tante persone siano ugualmente responsabili in questo caso? Nella motivazione il giudice dà una risposta secondo me abbastanza chiara e condivisibile fondata sull’articolo 113 del Codice penale sulla cooperazione nel delitto colposo: “Nel delitto colposo, quando l’evento è stato cagionato dalla cooperazione di più persone, ciascuna di queste soggiace alle pene stabilite per il delitto stesso.”

Qui sorge qualche problema interpretativo. L’art. 113 secondo alcuni riguarda i delitti colposi di evento a forma vincolata (ovvero con determinate modalità) o i delitti colposi di mera condotta. Per i delitti colposi a forma libera, che possono essere compiuti in ogni modo e per i quali il legislatore non ha voluto limitare la sua tutela a determinate modalità, si applicherebbero le norme specifiche del caso e chiunque contribuisca all’evento è soggetto alla pena prevista dalla legge. Un esempio di delitto colposo di evento a forma libera è proprio l’omicidio colposo (art 589 del codice penale: “Chiunque cagiona per colpa la morte di una persona è punito […]”, ovvero ciò di cui sono stati accusati i membri della Commissione. La Corte di Cassazione (sent. 1786/2009) ha però abbracciato una via interpretativa leggermente diversa e sostiene che l’art. 113 svolge una “funzione estensiva dell’incriminazione rispetto all’ambito segnato dal concorso di cause colpose indipendenti, coinvolgendo anche condotte atipiche, agevolatrici, incomplete, di semplice partecipazione, che per assumere concludente significato hanno bisogno di coniugarsi con altre condotte“. Non cambia granché, anche perché nella prima interpretazione l’art. 113 serve ad attribuire rilevanza penale ai comportamenti atipici che contribuiscono a far verificare una fattispecie delittuale a forma tipica (se posso violare la norma X solo compiendo l’azione Y, l’art. 113 estende la rilevanza penale anche nei confronti di un altro soggetto che pur compiendo un’azione diversa da Y ha cooperato alla sua realizzazione), considerando però qualsiasi cooperazione rilevante nei delitti a forma libera.

Al di la di queste noie giuridiche, la cooperazione c’è quando gli agenti sono consapevoli di agire insieme anche se non sono consapevoli che uno di essi agisce con colpa. Quest’ultima affermazione va chiarita -perché nasconde il pericolo di estendere troppo la condotta incriminante- e il giudice lo fa, richiamando ancora la Cassazione che ha stabilito precisi limiti: “la consapevolezza del carattere colposo della condotta dell’altro cooperante non è necessaria solo quando “il coinvolgimento integrato di più soggetti sia imposto dalla legge, da esigenze organizzative connesse alla gestione del rischio, o almeno sia contingenza oggettivamente definita senza incertezze e pienamente condivisa sul piano della consapevolezza”.”  [qui se ne parla in modo più esaustivo]

Ricadiamo così proprio nel caso di specie che riguarda i membri della Commissione: il loro coinvolgimento integrato è previsto per legge: hanno agito in un “intreccio cooperativo” e sono tutti soggetti allo stesso grado di colpa avendo tutti il “dovere di agire tenendo conto delle condotte e del ruolo altrui”. “Ciascuno degli imputati, proprio in ragione della qualità contestata e della consapevole partecipazione alla riunione, rispondono a titolo personale di tutti i profili di colpa che qualifica la condotta cooperativa“. Una colpa grave perché è “ampia e netta la divaricazione fra condotta in concreto e condotta precauzionale applicabile“.

Una colpa che ha contribuito alla morte di alcune persone in un concorso di cause tra condotta degli imputati e fattori indipendenti dalla loro volontà, come la forte scossa e la vulnerabilità degli edifici. Ma questi fattori indipendenti erano dentro la sfera di prevedibilità che gli imputati avevano quando dovevano valutare il rischio. Ecco perché serve a poco -pur essendo una domanda più che legittima e meritevole di azioni giudiziarie pesanti- chiedersi in questo caso perché non vengano puniti gli amministratori o i costruttori negligenti. Considerarli come dei “capri espiatori” non è altro che l’ennesimo gioco ad individuare le colpe altrove. È fuor di dubbio che le colpe stiano anche altrove, ma questo non significa che gli scienziati-imputati-condannati siano da considerare senza responsabilità. Il giudice non ha colpa se davanti a lui vengono presentate accuse contro alcuni soggetto e non contro tutti quelli che potrebbero essere considerati responsabili. Giudica in base a quello che ha davanti.

Infine, il punto secondo me più importante per giudicare questa sentenza: i membri della Commissione non sono stati giudicati in quanto scienziati che hanno espresso una loro opinione o una loro tesi scientifica, sono stati giudicati perché scienziati inseriti in un apparato statale con precisi obblighi normativi che sono stati ritenuti violati (magari in appello si ribalta tutto, ma non è questo il punto adesso). Facevano parte di un organo di previsione e valutazione del rischio in quanto esperti con conoscenze superiori, rappresentando il meglio professionalmente auspicabile. Una volta entrati nella Commissione, soprattutto nelle circostanze particolari del caso, il loro essere scienziati non limitava più le loro affermazioni al campo del dibattito scientifico, e questo il giudice lo dice esplicitamente: “non si tratta di ‘processo alla scienza’ ma di processo a sette funzionari pubblici, dotati di particolari competenze e conoscenze scientifiche, chiamati per tali ragioni a
comporre una commissione statale. […] Il giudizio di penale responsabilità non deve essere condotto, dunque, assumendo come parametro metodologico le affermazioni scientifiche degli
imputati e ricercando argomentazioni scientifiche di segno contrario o seguendo una intime conviction, […]. Al contrario il giudizio di penale responsabilità assume un parametro metodologico di tipo esclusivamente normativo“.
Queste ultime parole racchiudono tutto il senso della decisione.

Quegli scienziati quando sono diventati funzionari dello Stato hanno assunto su di sé una grande responsabilità giuridica perché la loro scelta è dovuta alle loro particolarissime qualità di esperti, valutabile e quantificabile utilizzando uno standard molto alto, diverso da quello utilizzabile per l’uomo medio  e perfino per il professionista, ma adatto alle loro conoscenze e alle loro funzioni (insieme): ad essi viene perciò  richiesto, come dice la Suprema Corte  “di non limitare l’esame agli elementi che appaiono certi alla loro percezione, ma devono anche ipotizzare l’esistenza di situazioni non direttamente e immediatamente percepibili, ma la cui esistenza non possa essere esclusa nella situazione contingente con una condotta di previsione adeguata alle loro qualità’  ovvero con una condotta di previsione degli sviluppi causali parametrata in
base alle loro (non comuni) capacità, alle loro (non comuni) competenze e alle
loro (non comuni) conoscenze.

Lo standard per valutare la loro responsabilità penale è dunque molto elevato, il più elevato, quello appartenete all‘uomo più esperto o alla ristretta cerchia di specialisti.

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