Una scuola a misura di ‘nativi digitali’

Sta circolando sul web, anche sui giornali ‘grossi’, un appello di un maestro elementare, Franco Lorenzoni. Vorrebbe che i bambini fra i 3 e gli 8 anni non avessero alcuno schermo a scuola perché, spiega, “i bambini sono sottomessi, fin dalla più tenera età, ad un bombardamento tecnologico senza precedenti e si moltiplicano le ore che, anche da molto piccoli, passano davanti a schermi di ogni misura.” Situazione che si potrebbe e dovrebbe combattere così: “La scuola, in questo contesto, deve affrontare con intelligenza e sensibilità la questione, rifiutando di appiattirsi sul presente e seguire l’onda. L’illusione che, di fronte a bambini sempre meno capaci di attenzione prolungata, li si possa conquistare lusingandoli “con gli strumenti che a loro piacciono” è assurda e controproducente.” 

Rispetto l’opinione di Lorenzoni, che da quanto ho letto ha una grande esperienza nel campo dell’insegnamento ed è uno che si da da fare. Ma mi pare un po’ l’impostazione di quei genitori che qualche decennio fa dicevano ai propri figli di leggere poco perché fa male agli occhi, di uscire di casa e giocare con gli amici e la notte spegnevano la luce in camera a quei ragazzini che ancora volevano divorare con gli occhi parole e lettere stampati sulla carta.

Lo schermo, soprattutto quello dei tablet o dei pc è oggi la nuova carta e ha, guarda caso, le stesse controindicazione di fare male agli occhi, di isolare e di essere “altro” dalla realtà che pure riesce a descrivere. La differenza principale è che la nuova tecnologia riesce a rappresentare la realtà esterna in maniera spesso più efficace di un libro classico e che permette anche un’interazione con essa, cosa che ovviamente il libro -tranne forse i libri pop-up e quelli da colorare- non ha.

Lorenzoni poi afferma: “I primi anni di scuola rischiano di trasformarsi in un tempo dove regna l’irrealtà“. E io non capisco il perché, una lavagna non è più reale di una Lim (lavagna interattiva multimediale), solo più limitata.  Arriva anche la tecnofobia mascherata dal diniego: “Non ho nulla contro la tecnologia (che tra l’altro può essere di grande aiuto per i bambini che hanno bisogni educativi speciali, come nel caso della dislessia), ma è necessario reagire alla troppa esposizione tecnologica dei più piccoli”. Ci si dimentica che anche il libro è tecnologia, così come i pastelli e i pennarelli. E si parla dei due mondi, quello classico e quello digitale come se debbano vivere in antitesi. Ma chi l’ha detto? Chi ha detto che accanto ai computer e agli schermi digitali non possano sopravvivere le matite colorate, i tricicli e i Lego? Chi ha detto che reagire alla troppa esposizione tecnologica (che non so neppure cosa voglia dire) dei bambini si risolva negando la tecnologia piuttosto che educando ad essa. Perché è qui il problema. Quando, in una società digitale, nel rapporto genitore-bambino “Chi prova ad opporsi sa quali battaglie quotidiane deve combattere in casa per limitare l’uso compulsivo di play station e videogiochi sempre più accattivanti” getta le colpe sulla tecnologia scegliendo la sua negazione come rimedio, non ha ben chiara una cosa: che la battaglia quotidiana è una questione di educazione. Se a un bambino piace infilare le dita nella presa di corrente, la soluzione non è eliminare l’elettricità in casa, ma educare il bambino e insegnargli che non si fa, facendo in modo che capisca il perché. La questione va spostata magari sulla padronanza e sulla conoscenza effettiva delle nuove tecnologie da parte degli adulti, genitori e insegnanti, che spesso si abbandonano goffamente ad esse proprio perché non ne sono padroni e non ne conoscono limiti e potenzialità. Sono cose nuove rispetto al mondo di prima e tirano fuori il solito istinto alla conservazione del mondo conosciuto, la paura del nuovo.

Paura che ben si esprime così: “Bambine e bambini hanno bisogno del mondo vero per nutrire i loro pensieri e la loro immaginazione. Hanno bisogno dei loro corpi tutti interi, capaci di toccare con mano le cose e non essere ridotti solo a veloci polpastrelli. Hanno bisogno di sporcarsi con la terra piantando, anche in un piccolo giardino, qualche seme che non sappiamo se nascerà. Hanno bisogno di essere attesi e di conoscere l’attesa, di sviluppare il senso del tatto e gli altri sensi e non limitarsi al touch screen. Se lasciamo che pensino che il mondo può essere contenuto in uno schermo, li priviamo del senso della vastità, che non è riproducibile in 3D. Gli altri e la realtà non si accendono e spengono a nostro piacimento.” 

E di nuovo, chi ha detto che siano due mondi opposti? Chi ha detto che non possa e debba esistere un bilanciamento ma solo un rapporto esclusivo? Il senso del tatto può essere sviluppato sia con l’interazione con gli oggetti “classici” che, in maniera complementare, tramite i touchscreen che probabilmente costituiranno l’interfaccia del loro presente e del loro futuro e che dunque devono saper conoscere e capire. Si possono benissimo sporcare le mani con la terra piantando un semino (non Ogm eh!) ed andare a vedere come funziona la vita delle piante sullo schermo di un pc e poi verificarlo nella realtà.  Non è che quando vediamo la Primavera di Botticelli  in una fotografia, ci è preclusa la soddisfazione nel vederlo dal vivo. Peraltro è un dato di fatto che i bambini di oggi siano sempre più intelligenti (effetto Flynn) e un articolo uscito su Le Scienze di novembre racconta proprio questo progresso, evidenziando come i bambini abbiano sempre una maggiore capacità astrattiva, fenomeno che non si riesce a spiegare del tutto ma che alcuni studi associano all’evoluzione tecnologica. Un articolo di Wai e Putallaz della Duke University asserisce che una parte del merito addirittura vada computata ai vide games sempre più sofisticati e ad alcuni programmi televisivi (una parte, perché l’effetto Flynn sembra essere abbastanza complesso da non poter essere ridotto a qualche causa isolata). Ciò che sta succedendo è che la nostra intelligenza (in senso ampio) si sta evolvendo in risposta al mondo nel quale viviamo. Come ho già scritto qualche post più sotto, proprio dai videogames è nata un’abilità nuova che sarà utile nella medicina robotica di oggi e di domani.

La scuola deve insegnare a vivere il proprio tempo, non quello passato. Siamo nel mezzo di una rivoluzione e se è vero che i “nativi digitali” avranno modi diversi di apprendimento, non è detto che siano peggiori (o migliori). Magari sono solo conformi a un mondo che è profondamente cambiato in pochi decenni. Forse è un po’ azzardato dirlo, ma la tecnologia digitale odierna ci sta rimodellando un po’ come ha fatto l’agricoltura (che è tecnologia) qualche millennio fa. Ci offre nuovi orizzonti e nuove facilitazioni, ovviamente col suo prezzo da pagare, come ogni cosa. Ma identificare il male nella sola presenza della tecnologia -schermi e pc- è, a mio parere, il modo peggiore per crescere i bambini di oggi.

Quando Lorenzoni scrive: “Evitiamo che anche i nostri piccoli nativi siano colonizzati precocemente e pervasivamente da tecnologie che, nei primi anni, impoveriscono la vita e l’immaginario infantile” io vorrei dirgli che i nativi colonizzati sono stati tali anche (e ovviamente non solo) perché avevano accesso a un livello di conoscenze tecnologiche molto inferiore rispetto ai conquistatori. Lance contro fucili, pepite d’oro contro banali specchi. La scuola deve offrire strumenti per conoscere il mondo dei “conquistatori” e mettercisi in pari, controllandolo perché lo si conosce, non fuggendo via impauriti perché la vita reale (e chissà cosa vuol dire) è quella stabilita in modo fisso in una specie di ‘oasi analogica senza schermi’.

Invece di rimanere ammirati e impauriti davanti a uno specchio, i nativi digitali devono imparare a usarlo, sapendo quanto vale imparando che quando si rompe corrono il rischio di tagliarsi. E come in molti altri campi, dove non arrivano i genitori può arrivare la scuola.

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7 pensieri su “Una scuola a misura di ‘nativi digitali’

  1. Sono d’accordo coi contenuti dell’articolo: purtroppo la gente si oppone a ciò che non conosce. Ormai le macchine digitali fanno parete del nostro mondo e si deve essere educati fin da piccoli al loro uso consapevole, altrimenti si può incorrere anche in grossi pericoli.
    Se il problema è sforzare la vita ci sono i monitor a “effetto inchiostro” dei lettori eBook.
    P.S. chissà se quando la scuola è passata dalle tavolette di cera ai fogli di carta c’è stata la stessa opposizione che si incontra ora verso le tecnologie digitali!

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  2. E qui ci sta bene la classica analogia con la tribù del paleolitico: “Non bisogna usare il fuoco” avrà detto qualcuno all’epoca, “rischiamo di scottarci!”

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  3. […] La scuola deve insegnare a vivere il proprio tempo, non quello passato. Siamo nel mezzo di una rivoluzione e se è vero che i “nativi digitali” avranno modi diversi di apprendimento, non è detto che siano peggiori (o migliori). Magari sono solo conformi a un mondo che è profondamente cambiato in pochi decenni. Forse è un po’ azzardato dirlo, ma la tecnologia digitale odierna ci sta rimodellando un po’ come ha fatto l’agricoltura (che è tecnologia) qualche millennio fa. Ci offre nuovi orizzonti e nuove facilitazioni, ovviamente col suo prezzo da pagare, come ogni cosa. Ma identificare il male nella sola presenza della tecnologia -schermi e pc- è, a mio parere, il modo peggiore per crescere i bambini di oggi.  […]

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  4. […] La scuola deve insegnare a vivere il proprio tempo, non quello passato. Siamo nel mezzo di una rivoluzione e se è vero che i “nativi digitali” avranno modi diversi di apprendimento, non è detto che siano peggiori (o migliori). Magari sono solo conformi a un mondo che è profondamente cambiato in pochi decenni. Forse è un po’ azzardato dirlo, ma la tecnologia digitale odierna ci sta rimodellando un po’ come ha fatto l’agricoltura (che è tecnologia) qualche millennio fa. Ci offre nuovi orizzonti e nuove facilitazioni, ovviamente col suo prezzo da pagare, come ogni cosa. Ma identificare il male nella sola presenza della tecnologia -schermi e pc- è, a mio parere, il modo peggiore per crescere i bambini di oggi.  […]

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