Ritorno al passato

Si sente spesso dire che noi italiani, noi giovani in particolare, non siamo più disposti a fare i mestieri di una volta: troppo faticosi, troppo manuali, poco soddisfacenti, molto poco economicamente gratificanti. Li lasciamo volentieri agli immigrati, disposti a farli al posto nostro a fronte di una paga perfino minore di quella che potremmo ricevere noi. È vero, ma non credo sia un male, è semplicemente il frutto della società del benessere, di un progresso tecnologico senza pari e di un innalzamento del livello culturale medio mai visto prima. I due fattori si escludono a vicenda, perché benessere significa necessariamente abbandono dei lavori più degradanti, sia fisicamente che moralmente. Non è una questione di “dignità” del lavoro, da questo lato tutti i lavoro sono alla pari, è questione di decidere seriamente cosa vogliamo fare nel nostro futuro (inteso come Italia).  Rimpiangere l’assenza di ventenni che pascolano il bestiame vuol dire rimpiangere i tempi in cui quei ventenni non avevano visto un giorno di scuola nella maggior parte dei casi; vuol dire rimpiangere tempi in cui si mangiava quel che si produceva, quando e se lo si produceva. Significa rimpiangere i tempi in cui l’unico mestiere per le donne era stare a casa, curare i figli e fare da mangiare. Quando Piero Angela afferma che l’emancipazione della donna e di tutti ceti sociali una volta discriminati sia un sottoprodotto del petrolio ha perfettamente ragione: il progresso tecnologico (il petrolio e l’energia che da esso deriva è tecnologia, frutto dell’intelligenza umana) porta l’emancipazione dei ceti sociali più disagiati, porta l’alfabetizzazione e la voglia di cultura; porta il benessere, la prospettiva di una vita agiata e tutto ciò confligge con l’espletamento di lavori umili e poco gratificanti. Nessun ragazzino oggi sogna di diventare muratore o agricoltore (se non per romanticismo) perché con quei lavori non si sopravvive, non permettono di prospettare un futuro sereno per sè e per la propria famiglia (non che non abbiano futuro, anzi per alcuni lavori manuali la richiesta è abbastanza ampia,  ma, semplicemente, non sono il futuro).

Detto questo, la Regione Sardegna (la mia Regione) si sta distinguendo in questo periodo per aver attivato circa 3000 tirocini formativi presso le aziende private, tutti della durata di 6 mesi, finanziandoli con 10 milioni di euro (500 euro al mese per ogni tirocinante, totalmente a carico della  Regione). Fin qui tutto bene, ma i problemi nascono, come sottolineano l’Espresso, Il Fatto Quotidiano e il sito Repubblica degli Stagisti quando si scorgono gli annunci nella bacheca on-line di Sardegna Tirocini. La maggior parte sono offerte per lavori per i quali il tirocinio è una pratica decisamente inutile: tabaccai, camerieri (o inservienti di cucina), stiratrici, camionisti, pizzaioli, operai, edicolanti, “progetti formativi riguardanti pulizia delle aree verdi e piccoli interventi di muratura e idraulica” e altre bei lavori, dignitosissimi, ma (diamine!) per i quali un tirocinio di sei mesi è totalmente inutile. Gli annunci per percorsi di alta formazione, l’unica per la quale è necessario un periodo di apprendimento medio-lungo e  che potrebbe aprire strade nuove e remunerative, ovvero con un futuro, sono pochissimi. Alla fine dei conti, l’iniziativa della Regione sembra solo un modo per le piccole imprese di assicurarsi lavoratori per 6 mesi a costo zero, nulla più. È l’esempio più lampante di come l’Italia viva in un clima di arretratezza economico-culturale spaventosa. La nostra spina dorsale economica è costituita della piccole e medie imprese, che cercano di galleggiare del mare economico, mentre costi del lavoro alti, scarsa abilità imprenditoriale, burocrazia e crisi globale cercando di affogarle. Questo si traduce in una spinta misera verso l’innovazione, verso l’impresa di qualità e in una forte spinta verso l’assistenzialismo, il lavoro malpagato e nascosto sotto forme contrattuali ambigue (quando non dalla coperta del lavoro nero), l’evasione fiscale. La scuola è ancora peggio, ancorata saldamente a una cultura prettamente umanistica che mortifica quella scientifica, e con la quale le imprese non riescono a collaborare senza far sentire il puzzo di sfruttamento di manodopera. L’Università è una fucina di disoccupati con la laurea, in cui la ricerca scientifica è mortificata sempre più ad ogni legislatura, come se non costituisse il motore della conoscenza e quindi del progresso. Il pensiero scientifico è ancora confinato a pochi eretici, nessuno di essi presente in un Parlamento e in un Governo di avvocati, magistrati o economisti che evidentemente pensano che le risorse, la ricchezza, si autoproducano da sé.

I tirocini sardi sono l’emblema della nostra arretratezza, di una cultura che guarda al passato e non vede a un palmo dal proprio naso.

Il futuro è da un’altra parte e passa per altre strade.

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