Lucio Magri e Marco Travaglio

Lucio Magri, uno dei fondatori del Manifesto,  si è fatto uccidere in una clinica privata in Svizzera, ha esercitato un diritto che da noi in Italia non esiste, porre fine alla propria esistenza, con l’aiuto di un medico. Si chiama suicidio assistito.

Non mi dilungherò sui risvolti etici, morali, bioetici, politici e altro. Farò un lavoro molto più comodo. Criticherò Marco Travaglio.

Già, perché lo scassa maroni più odiato dai politici ha deciso di dire la sua (e fin qui, tutto bene) però, come se la vita fosse questione di logica e diritto e nient’altro, ci ha anche indicato la via giusta, la sua via: quei medici sono assassini perché  il suicidio assistito è lo zucchero che camuffa una pillola che dovrebbe chiamarsi omicidio del consenziente, perché così lo chiama il codice penale italiano, con tutto ciò di negativo che ne risulta (giustamente secondo il puntiglioso giornalista).

Ora, a parte il fatto che esiste anche il reato di aiuto al suicidio (che è un altro modo per chiamare il suicidio assistito) che dunque fa vacillare da subito le presunte verità di Travaglio, chiamiamolo pure come vogliamo, cambia poco, la questione di base è: ognuno di noi ha il diritto di porre fine alla propria vita? Forse si (“Ammettiamo pure che sia così“), secondo Marco nostro, ma dobbiamo fare tutto da soli (buttandoci dal quinto piano come Monicelli), se no la nostra vita non ci apparterrebbe più e passerebbe, chissà in base a quale principio, nelle mani di chi ci uccide. “Dal punto di vista logico” ci spiega Travaglio,  “non si scappa: chi sostiene il diritto al “suicidio assistito” afferma che ciascuno di noi è il solo padrone della sua vita. Ammettiamo pure che sia così: ma proprio per questo chi vuole sopprimere la “sua” vita deve farlo da solo; se ne incarica un altro, la vita non è più sua, ma di quell’altro. Dunque, se vuole farla finita, deve pensarci da sé”.  Di quale logica parli non si capisce, e comunque dalla sua si scappa che è un piacere: se una cosa ci appartiene, corriamo il rischio di perderla solo chiedendo aiuto a qualcun altro per farne ciò che vogliamo? Esempio, se possediamo un pezzo di terreno (tutto nostro) e volessimo costruirci una piscina, modificando dunque radicalmente la sua natura, ecco che, chiamando un ingegnere e una squadra di muratori, ci staremo spogliando della nostra proprietà per darla a loro. Ha senso? Non sono argomenti paragonabili? Allora spiegatemi la “logica”, perché se è tale deve avere un valore oggettivo.  Le parole “suicidio” e “consenziente”, nel contesto in cui siamo, indicano tra l’altro fattori di soggettività perché connessi in maniera indissolubile con la volontà atuodeterminata che porta a un controllo sull’azione: questi sono casi in cui, chi si toglie la vita, che lo faccia da solo o aiutato, rimane proprietario di essa fino alla fine, proprio perché fa qualcosa di cui ha il totale controllo.

Anche dal punto di vista giuridico, Travaglio trasforma il suo modo di vedere le cose nel modo in cui dovrebbero essere per tutti. È vero, in Italia il suicidio assistito non è consentito. Ma perché affermare che chi aiuta ““È” un criminale. Ed è giusto che sia così. Se si comincia a prevedere qualche eccezione, si sa dove si inizia e non si sa dove si finisce. Se si autorizza un medico a sopprimere la vita di un innocente, come si fa a non autorizzare il boia a giustiziare un folle serial killer che magari è già riuscito ad ammazzare pure qualche compagno di cella?“? Che discorso è? Perché non considerare, ancora una volta, il dato fondamentale: la volontà. Essa è il fattore discriminante, che da noi ancora non è presa in considerazione (non totalmente, dato che l’omicidio del consenziente e l’aiuto al suicidio vengono puniti con pene nettamente meno severe dell’omicidio volontario),  ma perché chiudere la strada ad ogni discorso sul tema? Soprattutto se poi si concede che in casi estremi, come stati vegetativi permanenti o malattie terminali, sia concepibile l’eutanasia. Dal punto di vista “logico” che differenza c’è? E da quello giuridico? Ce lo spieghi, se riesce a non contraddirsi.

Travaglio poi  deraglia totalmente (sia dalla “logica” che dal senso da attribuire alle parole) quando dipinge un medico che assiste un aspirante suicida come un vero e proprio boia. Un boia, per sua natura, toglie la vita a chi in vita vorrebbe rimanere. Non assiste nessun suicida e non chiede il consenso di nessuno, se non quello di chi ha emesso la sentenza di morte che, però, non è mai colui che la subisce.

Ma anche dal punto di vista pratico la sua logica è quella del  se vedete uno che si sta per buttare da un ponte che fate? lo fermate o lo aiutate? È la (non) logica sterile di chi si ferma alla superficie. Il suicidio assistito avviene e deve avvenire in casi particolari, in cui la scelta e la volontà di chi decide di farla finita ha percorso una lunga strada di ponderazione e meditazione. Ovvio che l’istinto porti a salvare la vita ma è il nostro istinto di salvatori e spettatori della vita altrui. La stessa volontà che ci guida a salvare una vita che vediamo in pericolo, ci potrebbe guidare nell’aiuto verso la sua fine una volta appurato che per chi la vive, quella vita è satura di sofferenza e dispiaceri. Ovvio che non lo si possa fare ai bordi di un ponte, ma è proprio qui che entra in gioco il suicidio assistito. Si compie un percorso, si fa un cammino e si valuta con calma.

Infine la chicca di Travaglio, che nel suo articolo viene per prima, “Io non voglio parlare di Lucio Magri, che non ho conosciuto e non mi sognerei mai di giudicare: non so come mi comporterei se cadessi nella cupa depressione in cui l’avevano precipitato la vecchiaia, il fallimento politico e la morte della moglie. So soltanto che non organizzerei una festicciola fra i miei amici a casa mia, con tanto di domestica sudamericana che prepara il rinfresco per addolcire l’attesa della telefonata dalla clinica svizzera che annuncia la mia dipartita. Una scena che personalmente trovo più volgare e urtante di quella del pubblico che assiste alle esecuzioni nella camera della morte dei penitenziari. Ma qui mi fermo, perché vorrei spersonalizzare il gesto di Magri…” Non giudica, dice solo che provare ad addolcire la sofferenza degli amici per la propria (volontaria) dipartita è una cosa volgare, come gli spettatori nelle esecuzioni capitali. Quale relazione ci sia fra le due cose non è dato sapere e, comunque, dire che una cosa è volgare e urtante è dare un giudizio, caro Travaglio.

 

 

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3 pensieri su “Lucio Magri e Marco Travaglio

  1. Condivido il tuo punto di vista, mi rimane solo un dubbio. Siamo sicuri che chi è depresso abbia totalmente piena consapevolezza del gesto che vuole (far) compiere? Bada bene, non sto dicendo che Travaglio con la sua analisi a parer mio, un poco facilona e in qualche punto un po’ approssimativa, abbia ragione. Sto dicendo solo che ci sono persone depresse, sull’orlo della disperazione…che magari prima di tutto avrebbero bisogno di un aiuto medico, magari qualcuno che abbia oltre l’obbligo anche il desiderio di aiutarli ad uscire dal buco nero in cui vagano. Poi sarebbe da valutare, ovviamente caso per caso, se questa disperazione sia esistenziale o semplicemente una fase. Sono a favore del suicidio assistito, ma non riesco a farmi andare giù questa cosa: siamo sicuri che non ci sia altra via?
    E’ una cosa che dovrebbe essere approfondita, purtroppo Travaglio tira solo le somme, parlando senza soluzione di continuità di giuramenti di Ippocrate, criminali e eredi.
    Poniamoci davvero questa domanda: la depressione è da considerarsi malattia terminale?

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  2. Dipende dalle situazioni, per questo ci sarebbe bisogno di fare un percorso di valutazione. Il suicidio assistito non deve essere solo un aiuto al suicidio, ma la conclusione di un percorso. Poi se per uno il male di vivere è irreversibile, perché negargli il diritto a fare ciò che vuole della sua vita?

    Se ne deve parlare, la posizione sbagliata è quella di chiudere le porte con accostamenti volutamente sensazionalistici che non stanno né in cielo né in terra…

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