Volontà divina

Dato che il nuovo Governo dovrebbe reintrodurre l’ICI e dato che questo Governo è parecchio sbilanciato verso il Vaticano, si può benissimo immaginare che quest’ultimo continuerà a non pagare un cent. di tasse (dovrebbe farlo per i locali adibiti ad uso “esclusivamente commerciale“, praticamente inesistenti, dato che basta adibire il locale per fare qualche attività religiosa che, voilà, la Chiesa non deve più sborsare un cent.) e bivaccare grazie ai nostri soldi, sempre meno per noi sempre più per loro, grazie al meccanismo diabolico dell’8×1000 (più altri simpatici sistemi).

Dal 2001 al 2010, la CEI è riuscita a ripartire per i suoi scopi cifre che nei periodi di crisi anziché diminuire sono addirittura aumentate. In dieci anni non ha mai distribuito meno di 767 (2001) milioni di euro, arrivando fino a poco più di un miliardo negli anni 2003, 2008 e 2010 e aggirandosi sempre sopra i 900 milioni negli anni restanti. Inoltre, essendo il gettito legato alla variazione delle aliquote IRPEF e alla variazione del PIL determinata dall’inflazione (oltre che dalla variazione del carico fiscale e dal recupero dei redditi evasi) le quote derivanti dall’8×1000 sono cresciute in maniera esponenziale dal ’90 (anno in cui la Chiesa Cattolica ricevette “solo” poco meno di 400 milioni) ai giorni nostri (1 miliardo e 67 milioni nel 2010).

Ora, se siete fra quelli che dicono “Io lascio vuoto, io scelgo lo Stato, o i Valdesi, o le altre comunità religiose ammesse al beneficio” e pensate di essere apposto, vi ricordo che non siete per nulla apposto, ma non è colpa vostra.

La colpa è del meccanismo di distribuzione dei soldi (contrattato da Giulio Tremonti ai tempi  che furono, che avrebbe dovuto fare le parti dello Stato) che fa si che quello che una volta era un contributo dello Stato per il sostentamento del povero clero (come ancora oggi viene spacciato) si è trasformato in realtà in un meccanismo di arricchimento vero e proprio per le casse vaticane. La percentuale di assegnazioni è infatti stabilita in base alla percentuale dei contribuenti che hanno effettuato una scelta esplicita, ma calcolata sull’intero delle donazioni. Questo vuol dire che chi non sceglie non viene calcolato  per stabilire la percentuale spettante a ciascun concorrente (Chiesa, Stato, Valdesi ecc) ma la sua quota rientra nel totale da spartire. Ovvero il principio volontaristico su cui dovrebbe fondarsi il sistema non esiste. Per intenderci, nel 2004 solo il 39,52% dei contribuenti ha espresso un’ opzione, delle quali il 35,24% è caduta sulla Chiesa Cattolica. Una netta minoranza che però ha prodotto la seguente ripartizione dei fondi:

89,81% alla Chiesa Cattolica

7,74% allo Stato

1,43,% ai Valdesi

0,37% alle Comunità Ebraiche

0,26% ai Luterani

0,20% agli Avventisti del Settimo Giorno

0,19% alle Assemblee di Dio in Italia

Ciò significa che, essendo le opzioni effettuate in favore della Chiesa Cattolica l’89,81% di tutte le opzioni effettuate (nemmeno il 40% del totale delle dichiarazioni), il meccanismo di distribuzione la vede avvantaggiarsi nettamente dato che sono solo le scelte espresse a costituire la base per la spartizione. In sostanza, chi non sceglie avvantaggia sempre la Chiesa Cattolica che è in cima alle scelte di chi effettua esplicitamente una preferenza, negando così maggiori entrate per lo Stato.

Senza contare che, in tutto questo, lo Stato sceglie di non effettuare alcuna pubblicità per incoraggiare la donazione “interna” (ovvero allo Stato stesso), mentre la Chiesa Cattolica è la più agguerrita di tutte, tramite campagne pubblicitarie che insistono tantissimo sul sostentamento del clero e, soprattutto, sulle opere di bene nei Paesi svantaggiati (nel 2009 ha speso 465 mila euro in spot).  Ma è davvero così?

Secondo i dati riferiti all’anno 2009 (ultimo anno di cui è disponibile il rendiconto), per i sacerdoti la CEI ha previsto un contributo mensile (per 12 mesi) per un sostentamento dignitoso che va da un minimo di 988,80 euro a un massimo di ben 1866,36 euro (per quelli abili a prestare servizio a tempo pieno, gli altri si “accontentano” di cifre che vanno da 1334,88 a 1631,52 euro). Dunque, su un totale di versamenti fatti dallo Stato pari a 967milioni 538 mila e 542, 48 euro, la CEI ne ha distribuiti solo 381 milioni e 300 mila per il sostentamento del clero (quasi il 40% del totale che è servito per pagare interamente lo “stipendio” o per integrarlo).

Il resto è spartito così:

edilizia di culto -in cui rientrano anche i locali adibiti per un uso commerciale- (187 milioni, di cui 170 dai versamenti 2009 e i restanti provenienti da accantonamenti degli anni precedenti, segno che la Chiesa è in grado di conservare e gestire i soldi e dunque “fare cassa” con le nostre donazioni);

sostegno dell’attività di culto con 156 milioni (130 provenienti dalle assegnazioni 2009 + 26 dagli accantonamenti) da spartire fra le 226 diocesi italiane;

tribunali ecclesiastici (10 milioni e mezzo);

27 milioni e rotti per un fondo speciale destinato alla promozione della catechesi e dell’educazione cristiana;

quasi 37 milioni e mezzo per il sostegno delle attività di culto e pastorale a livello nazionale (Facoltà di teologia, studi specialistici per i coadiuvanti l’attività pastorale, attività di formazione del clero, associazioni di fedeli ecc);

90 milioni per interventi caritativi (da dividere per le 226 diocesi secondo criteri che non hanno a che fare col bisogno ma si limitano a stabilire una quota base  a cui poi si somma una quota stabilita in base al numero di abitanti);

30 milioni per interventi caritativi in Italia individuati singolarmente dalla CEI (fra quesi i 5 milioni per il terremoto in Abruzzo);

85 milioni per gli interventi nel Terzo Mondo (197 progetti approvati), ovvero solo l’8% del totale.

In totale, la Chiesa spende più soldi per le esigenze di culto (più di 381 milioni) che per interventi caritativi (205 milioni) e lo fa finanziandosi con un meccanismo decisamente poco chiaro. La base volontaria su cui dovrebbe basarsi l’8×1000 viene totalmente stravolta dal sistema di distribuzione dei soldi che di quella volontà sostanzialmente se ne infischia (ma probabilmente viene integrata dalla Volontà divina che, come tutti sappiamo, agisce anche al di là della nostra comprensione). L’inganno è palese: anche chi sceglie di non destinare parte delle sue tasse alla Chiesa (o alle altre confessioni, che però hanno un peso ridottissimo) partecipa comunque e lo fa a danno dello Stato, che da quella ripartizione ci guadagna poco meno dell’8% quando potrebbe prenderne il 60% e pagare servizi sociali o infrastrutture o quant’altro.

Senza contare che è lo Stato italiano a pagare gli insegnanti di religione, scelti e nominati dai Vescovi,  con una spesa che incide sul bilancio per circa 650 milioni di euro e le pensioni ai sacerdoti che, ovviamente, non producono veramente reddito o ricchezza e quindi gravano sul sistema pensionistico (nessuno ne parla però), a cui vanno aggiunti tutti gli altri contributi  e benefici (convenzioni su scuole e sanità, finanziamenti per i Grandi Eventi  che sommati valgono quasi un’altro miliardo di euro all’anno-  e, come già detto, le esenzioni fiscali sull’ICI e anche quelle sulle donazioni).

Insomma, senza volerlo realmente, noi italiani riempiamo di soldi le casse vaticane e svuotiamo le nostre e così per sempre sarà finché la maggior parte dei nostri politici sarà in stretta interdipendenza col Vaticano. Proprio come questo Governo tecnico che, sono sicuro, non muoverà un dito in tale direzione.

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