Un pinguino nella Pubblica Amministrazione

Dato che l’imperativo categorico è oggi -e sarà anche domani- quello di rinnovare e migliorare l’Italia, butto i miei 2 cent per proporre un progetto a lungo termine.

Si tratta di fare una bella rivoluzione tecnologica nella Pubblica Amministrazione italiana: abbandonare il software proprietario (tranne alcune eccezioni), in genere identificabile coi sistemi operativi Microsoft Windows e buttarsi anima e corpo sul software libero (che non significa per forza totalmente gratuito), identificabile con le c.d. distribuzioni GNU/Linux, il cui simbolo è un pinguino.

È chiaro che il passaggio non possa essere sempre indolore -dato che molti uffici della PA utilizzano programmi specifici il cui equivalente è di difficile reperimento nel mondo così detto open (ovvero aperto, da open source, sorgente aperta), ma anche questo ci sarebbe rimedio, dato che la creazione di molti di essi viene commissionata direttamente dall’Amministrazione stessa in base alla piattaforma adottata come base (Windows)- ma si potrebbe partire da tutte le amministrazioni che non svolgono attività particolarmente tecniche limitandosi ad un utilizzo del computer che prevede solo la stesura di semplici file di testo, exel o database. Ebbene, per queste esigenze non c’è alcun bisogno di spendere milioni di euro in licenze per acquistare software proprietario (sistema operativo+pacchetto office=antivirus), esistendo un parco di sistemi operativi liberi (i cui costi di solito riguardano il servizio di assistenza e manutenzione e che, comunque, sono molto più bassi) e di programmi equivalenti liberi che, per altro, hanno un vantaggio: aderenza agli standard.

Quest’ultimo passaggio è molto importante. I  produttori di software proprietario si inventano per ogni ciclo produttivo un formato nuovo che costringe pian piano gli utilizzatori al passaggio verso il nuovo sistema, con corrispondente esborso di denaro per le relative licenze. I nuovi formati, generalmente, non sono leggibili dai software più vecchi, anche se prodotti dalla stessa azienda, il che richiede quanto meno una spesa di aggiornamento sia per la pubblica amministrazione sia per il cittadino (per un approfondimento leggete qui)

Il software open invece è molto più aderente agli standard e produce formati leggibili ovunque e da chiunque. Per spiegare questo passaggio mi avvalgo di un esempio: se voi create un documento con Microsoft Word 2010 utilizzando il nuovo formato adottato, la Pubblica Amministrazione, che magari è ferma alla versione di Word del 2003 (se va bene), non riuscirà a leggere quanto da voi scritto. A patto che siate in grado di individuare la causa della mancata utilizzabilità del vostro documento (e non è una cosa così scontata come può sembrare) questo vi costringerà a tornare a casa, salvare il documento in un formato compatibile con la versione della PA , e tornare all’ufficio (oppure vi costerà l’invio di un’altra email) sperando che vada bene. Si, perché anche salvando il documento in un formato compatibile (sempre proprietario) la tabulazione potrebbe risultare leggermente diversa a seconda del programma utilizzato (Word 2010, Word 2003, a me personalmente è capitato durante la stesura della tesi che passando da Word 2007 a Word 2010 la tabulazione risultasse sballata pur utilizzando un formato compatibile).

Il software libero invece (Open Office o Libre Office KOffice e ce ne sono tanti altri da scegliere), punta al massimo della capacità comunicativa, adottando e sviluppando formati standard che valgono ovunque e su qualsiasi piattaforma. L’esempio più eclatante è dato dal fatto che, creando un documento con il programma di videoscrittura libero su Windows (poniamo di utlizizare Open Office), questo sarà identico una volta aperto su qualsiasi altra piattaforma (Linux, Apple, Microsoft ecc) e su qualsiasi altro programma che adotta lo standard.  Il tutto a costo zero sia per i cittadini sia per la PA.

Altro problema che si risolverebbe sarebbe quello relativo alla sicurezza informatica. Il software open source è tendenzialmente sicuro e certamente molto meno soggetto alla piaga dei virus informatici per via della sua struttura (tant’è che, a oggi, non esistono e i pochi tentativi sono andati molto male), il che farebbe risparmiare i soldi delle licenze sugli antivirus (a cui, per una sicurezza vera andrebbero aggiunti altri strumenti, con relative licenze).

Inoltre, molte distribuzioni GNU/Linux (sono tantissime e tutte differenti, ma tutte liberamente personalizzabili) contengono tanto software educativo per i bambini, il che le renderebbe sistemi operativi ideali per le scuole, sempre a costo zero e con la possibilità di replicare i programmi utilizzati in maniera legale in modo tale che i bambini possano continuare il proprio lavoro anche a casa.

Non da ultimo, il software libero, al di là dei costi, è in grado di essere educativo. Chi lo utilizza, dopo un po’ di esperienza (e di abitudine al cambio) impara a conoscere la macchina che ha davanti e impara a un valore fondamentale della tecnologia: l’adattabilità alle proprie esigenze. Uno degli scopi fondamentali del mondo open  è infatti quello di permettere agli utilizzatori del software di poterlo modificare in base alle proprie esigenze o alle esigenze di chi ne ha bisogno. Questa  scalabilità di base permetterebbe di adottare o, addirittura, costruire un sistema unificato per tutta la PA, adattabile a tutti gli scopi.

L’open source sembra, dunque, una buona soluzione per guardare avanti e risparmiare sul lungo periodo, oltre che per offrire un servizio migliore al cittadino, cosa ben chiara sia a livello europeo che interno (Codice dell’Amministrazione Digitale) ma che non sembra trovare mai il terreno abbastanza fertile per germogliare, sia a livello politico che nell’opinione pubblica.

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