Studia, studia…

Umberto Eco guarda con invidia agli studenti americani, non sono mammoni come noi italiani e quando vanno all’università lavorano e studiano.

Li invidio anche io, perché non sono mai riuscito a farlo.

In cinque anni (di più perché sono stato uno dei tanti fuori corso, of course) non ho mai fatto il barista o il cameriere e Umberto Eco mi odierà per questo, non sono stato uno studente modello.
Adesso che sono laureato risento di quell’errore, di quella mia incapacità. Aspetto concorsi pubblici che non arrivano o vengono rinviati, aspetto di iniziare un Master e nel mentre mando in giro fogli di carta con le mie generalità, sostanzialmente vuoti perché, oltre a studiare, non ho fatto mai nulla nella mia vita che possa essere scritto su un curriculum.
Accidenti, se fossi stato più bravo avrei potuto scrivere che per ben cinque anni sono stato in grado di destreggiarmi tra lo studio e i bar, coi piatti in una mano e un grosso libro nell’altra. Saprei fare un cappuccino della madonna o dei gloriosi cocktail, oppure portare sei-sette piatti con una mano. Potrei fieramente svolgere un lavoro per il quale la laurea non mi sarebbe servita a nulla ed essere al contempo un orgoglioso possessore di una «istruzione superiore». Potrei sollevare il mento e dire che ogni lavoro ha pari dignità, che tutti vanno bene, che Franza o Spagna purché se magna e poi contraddirmi ogni tanto, quando penso a quegli anni studio, dicendo che mi accontento di fare il barista o il cameriere anche se ho una laurea, pur di portare soldi nelle mie tasche in maniera autonoma.
Se solo fossi stato come ci vuole Umbertone Eco, dopo cinque anni di studi universitari, oggi avrei qualcosa da scrivere nel mio curriculum, avrei esperienza nel campo della mescita di bevande e alimenti. Qualche bar o qualche pizzeria mi avrebbe preso di sicuro, magari per qualche mese, a tre euro all’ora, con contratto part- time (per fare un full time).
Dopo cinque anni di studi universitari, se avessi lavorato allora, starei lavorando oggi.
Dopo cinque anni di studi universitari avrei saputo fare il barista o il cameriere e al diavolo tutti, chi non assumerebbe un barista laureato in giurisprudenza?
E invece no, sono stato un fesso, uno studente universitario medio (104/110) che non sa fare niente.
Posso vantarmi di aver studiato per l’utilità di nessuno, in primis la mia; posso assaporare l’amarissimo disincanto da quelle prospettive rosee che collegavano la laurea a un bel lavoro qualificante e gratificante, godermi il «benvenuto tra noi» di tanti laureati senza lavoro.
Posso finalmente guardare al mio futuro e non vedere niente.
Laurearsi oggi è un dramma sociale.

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