Tre cose sul web, i giornali e i moralizzatori

L’ormai noto caso del suicidio di T.C. ci ha mostrato chiaramente due tic preoccupanti. Il primo è quello di addossare le responsabilità a una massa indefinita, il web; il secondo è la comparsa dei ‘moralizzatori’, quelli che espongono al pubblico le oscenità pensate e scritte sul caso da un utente qualunque, purché abbastanza riprovevoli nei contenuti.

Da un lato il web cattivo, che espone, diffonde, prende in giro, insulta, diventa violento; dall’altro quello ‘buono’, che espone, diffonde, prende in giro, insulta, diventa violento ma ricoperto da una glassa di moralità superiore, perché ha come fine quello di mettere alla berlina il cretino di turno.

Provo ad andare per punti.

1. Il web ‘non esiste’. La prima cosa che dovremmo fare, se davvero ci interessa trarre almeno qualcosa di positivo da una vicenda terribilmente triste, è evitare di addossare le colpe a un’entità che non esiste: il web è un’infrastruttura usata da troppe persone differenti e questo non può non limitarci nella tendenza a semplificare, mischiando la parte con il tutto. Serve, in altri termini, un po’ di ecologia del linguaggio: l’uso della metonimia dovrebbe sparire, perché diventa una semplificazione troppo distorsiva.

Questa distorsione si traduce poi in un tic diviso in due rischi: il primo è che nel dibattito pubblico e politico si portino avanti richieste di limiti, blocchi e sanzioni che limitano genericamente e ingiustamente tutti i fruitori, snaturando l’essenza stessa del web; il secondo è che identificando “il web” come l’artefice del male, si costruisca uno schermo sociale alle responsabilità personali, mettendo nello stesso calderone una grande quantità di comportamenti differenti, attribuendo loro lo stesso grado di intollerabilità sociale.

Nel caso di T.C., quando leggiamo “siamo tutti colpevoli”, “gogna del web”, “divorate dal web”, leggiamo l’attribuzione di responsabilità a chiunque, in maniera indefinita e con un’estensione di responsabilità che parte dalla stessa ragazza e dalle sue “colpe” – quando va bene chiamate “leggerezze” -, passa per gli amici orribili che hanno diffuso i video, tocca chi quei video li ha semplicemente guardati (e lì si è fermato, ma avrebbe contribuito in qualche modo alla sua popolarità) e chi ha pensato di dare sfoggio della propria etica superiore, “moralizzando” la ragazza a suon di insulti ma arriva a riguardare tutti, perché il web siamo noi, come se stessimo parlando della bocciofila sotto casa frequentata da cinque amici pensionati.

Questo è inaccettabile e dobbiamo sforzarci per renderlo tale: la vita digitale non è in sé diversa, né è separata da quella ‘reale’. È solo un altra modalità, un’estensione – per quanto per molti versi con meno confini e più libertà – che abbiamo per fare le nostre cose: comunicare, informarci, conoscere, svagarci e anche comportarci male, insultare, commettere crimini. Ma valgono le stesse regole sia giuridiche che più ampiamente sociali. Per le prime abbiamo fin troppe autorità statali competenti (?) per farle rispettare, per le seconde l’autorità, come nella ‘vita reale’, siamo in primis noi stessi, e per questo, come scrive Massimo Mantellini, la strada non può che essere quella di una cultura ed educazione digitale (che è un sottoinsieme specifico della cultura e dell’educazione più ampiamente intesi), tarata su strumenti, tecnologie e possibilità relativamente nuovi.

Se accettiamo questo, siamo in grado di accettare che le colpe non sono del “web”, dei “social network”, dei telefonini che permettono di fare e condividere filmati privati o di qualche altra diavoleria: sono dei singoli (o di gruppi ristretti) che violano le regole, siano essere con forza giuridica o ‘solo’ sociale. È in questo senso che il web non esiste.

2. Ecologia dell’informazione. Il caso di T.C. è l’esempio estremo di un sistema di informazione che non sta funzionando. Se da un lato fa volontariamente e scientemente da cassa di risonanza per la violazione della privacy dei singoli, pubblicando a ogni piè sospinto “scatti rubati”, in genere hot (o supposti tali) o comunque imbarazzanti ai vip, perché generano click; dall’altro è in prima fila quando si tratta di indicare la via della moralità pubblica quando l’eccesso si trasforma in tragedia.

Il caso di T.C. è emblematico: la sua vita è stata esposta non solo dalla diffusione ‘dal basso’, spontanea, di quei video, ma anche e soprattutto dall’interessamento dei media tradizionali. Il Fatto Quotidiano (ma non è l’unico) nel 2015 scrisse un articolo assurdo su T.C., con tanto di nome e cognome completo, foto, descrizione delle performance sessuali e, soprattutto, condendolo con congetture sulla nascita di una nuova stellina del porno. Questo ha dato una spinta sicuramente elevatissima alla diffusione di quei video e dei comportamenti distorti nei confronti della ragazza. Quando T.C. si è suicidata, gli stessi media tradizionali hanno poi fatto a gara nell’indicare le colpe del web guardone, intollerante e senza cuore, corredando al contempo gli articoli con foto sexy della ragazza (rubate dai suoi profili social) quando non da fotogrammi dei video incriminati.

Ancora una volta è inaccettabile. Rinuncio a disquisire del contrasto (mi verrebbe da dire etico) tra il ruolo dell’informazione e la ‘colonna destra di Repubblica’, ma considero solo un fatto: i video privati di una persona sconosciuta ai più che fa sesso – siano essi diffusi in maniera consenziente o meno – non sono in sé una notizia. Non c’era allora alcuna ragione per parlarne dalle colonne (o dalle pagine web) di un giornale. È, ancora una volta, l’incarnazione – questa volta con conseguenze tragiche – della rinuncia quasi totale dei media tradizionali a fare da filtro critico alle informazioni, assumendo invece il ruolo di raccoglitore di esse, con l’intento di inserirsi all’interno di una linea comunicativa già avviata, nella speranza di trarne benefici economici.

Serve allora un’ecologia dell’informazione: i media tradizionali, se davvero vogliono sopravvivere, devono sforzarsi di fare quantità con la qualità, concedendo alle informazioni irrilevanti e alle non-notizie lo spazio che si meritano, quello dentro al cestino [il discorso è ovviamente molto più complesso, ma non lo approfondirò qui].

3. La seconda faccia della medaglia. Una volta scoppiato il caso, dopo il suicidio, si è fatto vivo il secondo tic: la comparsa dei moralizzatori del web, quelli che si indignano per la cattiveria altrui, prendono l’idiota di turno come capro espiatorio tra altre centinaia di persone che hanno scritto cose magari anche peggiori, e lo espongono alla propria gogna pubblica. Questa volta il nome lo faccio, solo perché è un personaggio pubblico: Selvaggia Lucarelli.

Quel che ha fatto – prendere un orripilante post su Facebook scritto da uno sconosciuto in cui T.C. e ‘quelle come lei’, venivano insultate, gioendo per il suo suicidio  – si chiama legge del taglione: sei un coglione che scrive scemenze su una tragedia? Occhio per occhio, adesso ti metto nella stessa situazione di T.C., esposto al pubblico ludibrio, esposto agli insulti, alla cattiveria. Ma con l’autorità del tribunale morale, perché è ovvio che alla grande maggioranza degli utenti quel che hai scritto fa ribrezzo (altro esempio indiretto per capire che il web non esiste), solo che questa volta le cattiverie, gli insulti, gli inviti a togliersi la vita, sono meritati.

D’altronde quando pensiamo che il nostro senso morale sia così superiore a quello altrui da darci l’autorità di sbertucciarlo in pubblico, con tanto di nome e cognome di proposito in bella vista, è chiaro che il giochino non può che andare a puttane. È lo stesso schema, quel povero cretino e chi ha insultato T.C. quando era ancora in vita, avevano la stessa idea di Selvaggia Lucarelli e di chi poi gli ha riempito la bacheca Facebook di insulti: la mia moralità è superiore, condanno la tua ed eseguo la sentenza, con tanto di boia accorsi in massa.

Non si può condannare il massacro innescandone un altro, anche se il bersaglio è stato palesemente una testa di cazzo. Non c’è nessuna moralizzazione dei comportamenti in tutto questo, è solo una barbarie nei rapporti digitali che si aggiunge alle altre.

Se non iniziamo a spostare i termini e i toni del dibattito, alla fine rimarranno solo le macerie, poi si riprenderà come prima, fino alla prossima volta.

Forse siamo stati un po’ stronzi

Quando è stata grande la nostra impronta sul pianeta Terra negli ultimi vent’anni? Troppo, quasi il 10% dei territori selvaggi. Dal 1993 al 2013 abbiamo “calpestato” un decimo delle “aree incontaminate” – quelle che, banalizzando, l’animale uomo ha lasciato in pace -, abbattendole o modificandole per adattarle alle nostre temporanee esigenze, dalla deforestazione per la trasformazione […]

Noi e il terremoto. Sempre le stesse cose

L’ennesimo terremoto distruttivo in Italia, l’ennesima sequenza sismica in un’area in cui la probabilità che si verifichi è altissima, i morti, i feriti, le accuse immancabili, la disperazione e sempre le stesse parole come corollario: manca la prevenzione, in Italia non si costruisce bene, ci si muove solo a danno fatto, il Giappone… È tutto […]

Abbaiare alla luna

damnyouCi risiamo. Due anni fa, più o meno di questi tempi, scrivevo un post intitolato “Due bufale ‘scientifiche’?” dopo aver preso in mano l’annuario Scienza Tecnologia e Società di Observa.

C’era scritto che gli italiani alla fine non sono così ignoranti nei test di ‘cultura scientifica’ come spesso li vediamo dipinti (e come spesso li abbiamo dipinti  e continuiamo a farlo noi che proviamo a comunicare la scienza), ma che i problemi risiedono nella “fragilità di una cultura della scienza e della tecnologia nella società: di una cultura che sappia discutere e valutare i diversi sviluppi e le diverse implicazioni della scienza e della tecnologia evitando le opposto scorciatoie della chiusura pregiudiziale e dell’aspettativa miracolistica”.

Ecco, quest’anno Observa ha pubblicato online un infografica ancora più esplicativa: in 10 anni il grado minimo di conoscenze è cresciuto parecchio, toccando vette mai raggiunte prima. Non siamo un popolo di ‘scienziati’, certo, ma neppure di idioti.

E così – mentre sbattiamo la testa e tra un “popolo di ignoranti” e un’invettiva contro l’analfabetismo scientifico – il problema va forse cercato da un’altra parte, dove le cose sono persino un po’ più difficili. In termini molto generali:

Da un lato la capacità di comprendere la scienza – al di là di alcune nozioni apprese da qualche parte – come ‘pensiero’, ovvero come struttura di ragionamenti, pratiche e regole per cercare di spiegare al meglio la realtà che ci circonda (banalizzando: scienza ‘pura’) e andare un po’ più in là quando si tratta di piegare quella realtà alle nostre esigenze (banalizzando di nuovo: tecnologia).

Dall’altro la capacità del mondo scientifico di capire che ogni pezzetto di conoscenza che costruisce ha implicazioni più o meno grandi nella vita ‘di tutti i giorni’ delle singole persone. E non basta dire ‘questa cosa vi migliorerà la vita’ per farla accettare, perché si inserisce in un contesto complesso, fatto da singoli individui con le loro convinzioni formate nel corso del tempo (e in base a fattori sempre diversi) e società più o meno strutturate che si portano dietro un altro bagaglio di conoscenze, esperienze, cultura e tradizioni con cui dialogare.

Insomma, se un da un lato si preme per far capire, accettare e condividere la complessità dei processi scientifici, dall’altro non si può ignorare che quella complessità va poi adagiata sopra le complessità sociali, dove fare appello alla “razionalità” per distinguere il grado di apertura o chiusura di soggetti, comunità o pubblici differenti non è un buon metro di misura, non se diventa il punto di discrimine tra ‘buoni’ e ‘cattivi’.

Ma la scienza è democratica

Visto il titolo impegnativo di questo post mi servono alcune premesse. La prima è che non voglio fare un trattato di filosofia della scienza, solo qualche riflessione. La seconda è che tale riflessione nasce dagli ultimi ‘eventi salienti’ nella comunicazione della scienza italiana ma è qualcosa che covavo da un po’ di tempo senza aver […]

Speriamo che sia in Sardegna

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Speriamo che sia in Sardegna.

Le vedevo da ragazzino appese alle finestre o ai balconi. Blu con scritta bianca se non ricordo male. “No nuke” recitavano. Erano le bandiere della protesta contro lo stoccaggio delle scorie nucleari nella mia terra, la Sardegna. Qualcuna l’ho vista anche più recentemente, appesa ai cavalcavia, durante i viaggi in macchina che mi portano ‘in paese’ o mi riportano all’aeroporto.

Sono il simbolo della battaglia territoriale di un popolo che ha, a buona ragione, sviluppato una certa insofferenza alle servitù, alla svendita di porzioni del proprio territorio e, dunque, della propria libertà con un rapporto costi/benefici che probabilmente pende molto più verso i primi che verso i secondi.

Quelle bandiere contro i rifiuti nucleari, dicevo, le vedo ancora oggi, ogni tanto. La paura che è che, alla fine, sia proprio la Sardegna ad esser scelta come sede del grande deposito nazionale delle scorie italiane.

Sono un avviso: non decidete per noi, perché vi daremo battaglia. Non decidete di fare quel deposito qui, perché vi faremo la guerra.

Ma non è una peculiarità sarda. Movimenti simili sono sparsi un po’ per tutta l’Italia e affiorano ogni qualvolta le voci di corridoio indicano che un posto vicino a casa è stato scelto o potrebbe essere quantomeno idoneo.

I passi precedenti – la storia di Scanzano Jonico è lì a ricordarcelo – con le decisioni calate dall’alto, sono stati passi indietro in merito a un problema enorme: dare una sede sicura a rifiuti pericolosissimi, che non sono solo quelli delle vecchie centrali nucleari dismesse, ma anche quelli di strumenti che utilizziamo tutti e che servono spesso a salvarci o allungarci la vita, quelli della medicina nucleare. Parliamo di circa 90mila metri cubi di rifiuti radioattivi: 75mila derivanti dallo smantellamento delle vecchie centrali, oggi distribuiti in 24 siti sparsi per l’Italia, molti dei quali in condizioni fatiscenti (e dunque più che pericolosi) e i restanti 15mila di origine industriale, medica e per scopi di ricerca scientifica. Il nuovo processo decisionale ha cambiato strada, teoricamente in meglio. Ma i “no” sono sempre la voce di gran lunga più grossa, prima anche di iniziare un dialogo.

Eppure quel deposito va fatto. Il problema sta qui. Prima o poi – e prima è meglio – un territorio e il suo popolo dovranno accollarsi la responsabilità di ospitarlo, perché “non qui” significa altrove. Significa decidere per gli altri, spostando possibilmente i problemi dove non possiamo vederli.

So che attirerò ire e probabilmente insulti* da parte dei miei “connazionali” sardi ma provo comunque, con intento provocatorio, a proporre un processo inverso, conscio dei tanti limiti e dei tanti punti critici lasciati per strada.

Speriamo che sia in Sardegna.

Scegliamo di guardarli in faccia quei problemi, analizzarli, capirli e trasformarli in un’opportunità. Probabilmente la Sardegna è davvero il posto giusto, geograficamente e per via di una bassa densità della popolazione. Se così fosse davvero, perché anziché rispondere con un secco “no grazie, abbiamo già dato per altre cose”, non sedersi al tavolo della discussione?

Non per discutere solo dei vantaggi economici – il faraonico progetto della Sogin (la società di Stato che gestisce le scorie) prevede benefici di carattere economico e fiscale, lavoro per 1.500 persone durante la realizzazione e 750 a regime –  ma anche per cercare di costruire un nuovo percorso per la propria regione.

La Sardegna è uno dei territori più poveri d’Italia, l’industria fatica e il turismo, checché se ne dica, non la renderà il paese del Bengodi. È un territorio che ha bisogno di un pesante investimento sul proprio futuro e che non crescerà neppure di mezza spanna continuando a immaginarlo come un astratto bucolico un bellissimo mare. E, per quanto possa sembrare azzardato, ospitare il deposito delle scorie e il parco nazionale del nucleare potrebbe rappresentare uno di quegli investimenti, e anche importante.

Il parco tecnologico potrebbe essere un punto fondamentale per la ricerca, con un centro studi, un laboratorio ambientale e una scuola di formazione. Significa avere in casa un motore di innovazione, di idee, potenzialmente capace far crescere di attrarre cervelli anziché espellerli (pieni di nostalgia e frustrazione), far nascere nuove imprese avanzate o riqualificare verso l’alto quelle esistenti. Significa (ri)avere benessere e una parola che da quelle parti ci piace tanto: indipendenza.

Speriamo che sia in Sardegna.

C’è un mare di ‘ma’. Quelli ambientali, che sono quelli che più fanno paura. Sarà davvero sicuro il deposito? Quelli economico-sociali. Il turismo ne risentirà? L’economia? Venderemo ancora i nostri formaggi, il nostro latte e i nostri prodotti tipici?

Non sono domande dalla risposta semplice. I vantaggi sopra esposta sono auspici ottimistici e tali rimangono. Ma renderli concreti non significa lanciare una moneta e vedere che lato salta fuori. Perché in mezzo c’è la questione più grossa di tutte: la responsabilità di dire sì e gestire, pilotandole, le conseguenze.

Responsabilità non solo nell’accollarsi a nome di tutti un male necessario (perché tale è e tale rimane), ma anche nel fare in modo che tutto si avvicini il più possibile alla perfezione sul versante sicurezza: il rischio non si elimina, ma si può controllare. Non sarebbe però il punto di arrivo, bensì quello di partenza per creare intorno un’infrastruttura economica e sociale per guidare il rilancio di una regione magnifica.

Se la paura è perdere la forza dei propri prodotti tipici si pensi allora all’Emilia Romagna, che accanto alle industrie e alle estrazioni/stoccaggi dal/nel sottosuolo ha creato e reso fortissimo un impero di prodotti tipici.

Se la paura è per il turismo, bé ci sono posti in Italia che alla Sardegna danno lezioni di imprenditoria con in mano un contesto paesaggistico e naturale – inquinamento compreso – svariate migliaia di volte più modesto. Non c’è scritto da nessuna parte che quel deposito intaccherà la bellezza naturale dell’Isola, forse ne intaccherà la percezione (è pur sempre un deposito di rifiuti) ma, essendo tale, una percezione può essere modificata.

Speriamo che sia in Sardegna.

Ma serve una cosa che forse in Sardegna manca da molto tempo o forse non c’è mai stata: una classe politica all’altezza, che sappia farsi carico dei problemi, dei dubbi, dei mal di pancia e che sappia al contempo valutare sui tempi lunghi. È vero che sul lungo periodo saremo tutti morti, ma quelli che rimarranno saranno i nostri figli, quelli di chi fra noi è rimasto a calpestare la bellissima e svantaggiata terra di un’antica isola in mezzo al Mediterraneo. E se i padri saranno in grado di trasformare un problema in un’opportunità, gli errori del passato in un vantaggio per il futuro, quei figli saranno tanti di più e magari saranno quelli di chi, a suo tempo, ha detto no, venuti in una terra che ha un futuro.

Magari è questo il tempo in cui emergerà quella politica, la buona politica, capace di vedere la luce dove gli altri si lamentano del buio. Una politica che sa dialogare e sa pretendere anziché piegarsi.

E noi, come società, come comunità, dovremmo dargli una mano ad emergere. Placando i nostri mal di pancia, sforzandoci di pensare, di proporre, analizzare la complessità, prendendoci il nostro rilevantissimo pezzo di responsabilità.

Se dovesse capitare, e si spera per tutti di saperlo a breve, anziché sventolare bandiere di protesta, sediamoci a quel tavolo.

*Andateci piano

CCSVI, Sclerosi Multipla e grandi novità che non lo erano

(post lungo, noioso e forse inutile, per nerd della comunicazione e del giornalismo scientifico: vi ho avvisati)

Da anni, quasi un decennio, Paolo Zamboni – medico, ricercatore e docente dell’Università di Ferrara – porta avanti una interessante battaglia scientifica sulla Sclerosi Multipla: quella sulla cosiddetta CCSVI, l’insufficienza venosa cronica cerebro-spinale. Secondo lui (e secondo molti altri ricercatori in giro per il mondo) tra le cause determinanti la Sclerosi Multipla c’è anche la CCSVI, ovvero una malformazione delle principali vene cerebrali che non sarebbero così in grado di drenare correttamente il sangue dal cervello e dal midollo spinale, contribuendo a causare i danni al sistema nervoso centrale caratteristici della malattia.

Il tutto è oggetto di una vera e propria controversia scientifica di cui ho scritto altrove (e a cui rimando) e non ho alcuna intenzione – vorrei che fosse chiaro – di schierarmi pro o contro questa teoria scientifica: non ne ho le capacità, posso solo limitarmi a seguire il dibattito, osservare e valutare le posizioni contrastanti.

Negli ultimi giorni è accaduta però una cosa che voglio raccontare. Esistono dei gruppi di malati e familiari che sostengono con molta passione e organizzazione la teoria di Zamboni: ci credono, hanno l’impressione che ci sia una chiusura ingiustificata e impropri da parte di una buona fetta della comunità scientifica – soprattutto quella della neurologia – e tentano quindi di dare risalto alle pubblicazioni scientifiche che confermano la correlazione tra CCSVI e Sclerosi Multipla. Lo fanno con molta solerzia e con un buon lavoro di traduzione delle ricerche, preparando spesso comunicati stampa pronti per i giornali i cui ‘operatori’ devono così faticare il minimo per pubblicarli e dargli una visibilità maggiore.

Tutto perfettamente legittimo.

L’ultimo caso però mi ha dato personalmente delle noie. Quando questi comunicati arrivano in redazione di solito vengono girati a me per valutare se valga la pena o meno pubblicarli. Spesso ‘passano’, altre volte no perché gli studi citati non sono così dirimenti o non hanno il carattere di ‘novità’ e ‘interesse’ per una testata locale. L’ultimo segnalava finalmente un’apertura da parte dei neurologi verso la CCSVI e il riconoscimento tanto sperato di una correlazione con la Sclerosi Multipla.

Andiamo per gradi. Prima è arrivato un comunicato che semplicemente traduceva i risultati dell’ultima ricerca pubblicata da Zamboni e da un suo collega su una rivista internazionale (il testo è quello ripreso ‘paro-paro’ da Meteoweb). Poco dopo è arrivato il comunicato dell’associazione CCSVI nella SM che ‘festeggiava’ l’importante risultato, sottolineando finalmente l’apertura alla ‘nuova teoria’ da parte della comunità dei neurologi. Sabato sia La Nuova Ferrara che l’Ansa hanno ripreso il comunicato (lo ha fatto anche Telestense). Il mio giornale no (almeno finora).

Perché?

Il primo segnale. Come da routine sono andato a leggere l’articolo di Zamboni in questione e qui è scattata la mia fase riluttante. Non tanto per l’articolo in sé, sul quale non ho motivi per metterne in dubbio la qualità e i risultati, quanto per il ‘dove’ è stato pubblicato e, conseguentemente, per il peso che assume. Di suo la ricerca non dice nulla di nuovo rispetto a quanto il prof di Ferrara va dicendo da anni, e questo è stato il primo segnale per spegnere un po’ i toni eccitati. Ma poi tutto è crollato guardando quel ‘dove’.

Il secondo segnale. La ricerca è stata pubblicata sul Journal of Multiple Sclerosis, una rivista a tema specifico del gruppo editoriale Omics, con sede in India. Non avevo mai avuto a che fare con questo gruppo dunque mi sono informato. Per prima cosa sono andato a controllare il cosiddetto impact factor della rivista: e qui è suonato un primo campanello d’allarme. La rivista stessa se lo auto-attribuisce a un valore di 1.65, piuttosto alto per essere una rivista nata da pochissimo tempo. È un impact factor non ufficiale, basato sulla presenza di 21 citazione di articoli della rivista trovati online tra il 2013 e il 2016. Alcune di queste peraltro in riviste dello stesso gruppo (e spiegherò subito perché in questo caso è importante) o di un gruppo probabilmente affine (Oatext), e su Research Gate. I miei dubbi sono cresciuti.

Il terzo segnale. Sono così andato a cercare informazioni sul gruppo editoriale Omics (i riferimenti li metto in fondo al post) e ho scoperto che è noto per essere un gruppo dedito all’editoria predatoria e ad organizzare conferenze e meeting scientifici di dubbio valore (e anche in questo caso sono predatori).

In particolare battezza le proprie riviste con nomi che ricordano molto da vicino – con la possibilità di indurre i ricercatori in confusione – quelli di riviste più vecchie, prestigiose e con un buon pedigree. Nel 2012 su 200 riviste nel proprio indice, il 60% non aveva pubblicato alcunché. Il processo di revisione degli articoli è stato segnalato come poco trasparente.

Inoltre è stato accusato dal Governo statunitense di usare materiali, immagini e curriculum di impiegati del National Institutes of Health (NIH) nei propri materiali promozionali, senza alcuna autorizzazione. Fa (o ha fatto) anche altro: invitare i ricercatori a pubblicare qualcosa sulle proprie riviste, senza informarli prima dei costi che avrebbero dovuto sostenere per la pubblicazione per poi accettare con molta rapidità l’articolo e chiedere il pagamento di un contributo che a volte va oltre i 2mila dollari.

Pubblicizza conferenze includendo partecipanti prestigiosi… ma ignari. E anche qui, i nomi delle conferenze pare che siano molto, troppo simili a quelle più prestigiose sugli stessi temi, spesso organizzate quasi in concomitanza.

In tre passaggi la notizia è scomparsa: lo studio in sé non ha grossi elementi di novità (è una review); la comunità dei neurologi avversa alla teoria di Zamboni non ha fatto alcun passo indietro (o avanti a seconda di come si guarda la vicenda): l’articolo è dello stesso prof che sostiene la teoria controversa e la rivista non è affatto un punto di riferimento per quella comunità; e, soprattutto, la rivista – per le pratiche adottate dal gruppo editoriale – ha un valore molto, troppo, dubbio per poter presentare uno dei suoi articoli come un punto di svolta della controversia.

Cosa rimane? Non voglio accusare i colleghi che hanno dato spazio a quei comunicati – questa volta penso mi sia andata bene e ho avuto la fortuna di aver avuto fiducia da parte della redazione nella mia decisione – ma è indubbio che noi operatori dell’informazione siamo spesso molto pigri e non dovremmo esserlo, soprattutto in questi casi in cui sono coinvolti molteplici e importanti fattori: non solo la credibilità della ricerca scientifica, ma anche le legittime speranze di molti malati. Quando si parla della salute delle persone  – e ancora di più quando in mezzo ci sono malattie così dure come la Sclerosi Multipla – dobbiamo usare i guanti di velluto, anche quando le notizie provengono dai diretti interessati, dalla parte più debole, le cui legittime aspettative e posizioni non sono affatto garanzia di una corretta informazione.

http://www.sciencemag.org/news/2013/05/us-government-accuses-open-access-publisher-trademark-infringement

http://scholarlyoa.com/2013/01/25/omics-predatory-meetings/

http://chronicle.com/article/Publisher-Threatens-to-Sue/139243/

http://scholarlyoa.com/2015/10/08/publisher-acts-suspiciously-like-omics-group/

https://en.wikipedia.org/wiki/OMICS_Publishing_Group