Noi e il terremoto. Sempre le stesse cose

L’ennesimo terremoto distruttivo in Italia, l’ennesima sequenza sismica in un’area in cui la probabilità che si verifichi è altissima, i morti, i feriti, le accuse immancabili, la disperazione e sempre le stesse parole come corollario: manca la prevenzione, in Italia non si costruisce bene, ci si muove solo a danno fatto, il Giappone… È tutto […]

Abbaiare alla luna

damnyouCi risiamo. Due anni fa, più o meno di questi tempi, scrivevo un post intitolato “Due bufale ‘scientifiche’?” dopo aver preso in mano l’annuario Scienza Tecnologia e Società di Observa.

C’era scritto che gli italiani alla fine non sono così ignoranti nei test di ‘cultura scientifica’ come spesso li vediamo dipinti (e come spesso li abbiamo dipinti  e continuiamo a farlo noi che proviamo a comunicare la scienza), ma che i problemi risiedono nella “fragilità di una cultura della scienza e della tecnologia nella società: di una cultura che sappia discutere e valutare i diversi sviluppi e le diverse implicazioni della scienza e della tecnologia evitando le opposto scorciatoie della chiusura pregiudiziale e dell’aspettativa miracolistica”.

Ecco, quest’anno Observa ha pubblicato online un infografica ancora più esplicativa: in 10 anni il grado minimo di conoscenze è cresciuto parecchio, toccando vette mai raggiunte prima. Non siamo un popolo di ‘scienziati’, certo, ma neppure di idioti.

E così – mentre sbattiamo la testa e tra un “popolo di ignoranti” e un’invettiva contro l’analfabetismo scientifico – il problema va forse cercato da un’altra parte, dove le cose sono persino un po’ più difficili. In termini molto generali:

Da un lato la capacità di comprendere la scienza – al di là di alcune nozioni apprese da qualche parte – come ‘pensiero’, ovvero come struttura di ragionamenti, pratiche e regole per cercare di spiegare al meglio la realtà che ci circonda (banalizzando: scienza ‘pura’) e andare un po’ più in là quando si tratta di piegare quella realtà alle nostre esigenze (banalizzando di nuovo: tecnologia).

Dall’altro la capacità del mondo scientifico di capire che ogni pezzetto di conoscenza che costruisce ha implicazioni più o meno grandi nella vita ‘di tutti i giorni’ delle singole persone. E non basta dire ‘questa cosa vi migliorerà la vita’ per farla accettare, perché si inserisce in un contesto complesso, fatto da singoli individui con le loro convinzioni formate nel corso del tempo (e in base a fattori sempre diversi) e società più o meno strutturate che si portano dietro un altro bagaglio di conoscenze, esperienze, cultura e tradizioni con cui dialogare.

Insomma, se un da un lato si preme per far capire, accettare e condividere la complessità dei processi scientifici, dall’altro non si può ignorare che quella complessità va poi adagiata sopra le complessità sociali, dove fare appello alla “razionalità” per distinguere il grado di apertura o chiusura di soggetti, comunità o pubblici differenti non è un buon metro di misura, non se diventa il punto di discrimine tra ‘buoni’ e ‘cattivi’.

Ma la scienza è democratica

Visto il titolo impegnativo di questo post mi servono alcune premesse. La prima è che non voglio fare un trattato di filosofia della scienza, solo qualche riflessione. La seconda è che tale riflessione nasce dagli ultimi ‘eventi salienti’ nella comunicazione della scienza italiana ma è qualcosa che covavo da un po’ di tempo senza aver […]

Speriamo che sia in Sardegna

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Speriamo che sia in Sardegna.

Le vedevo da ragazzino appese alle finestre o ai balconi. Blu con scritta bianca se non ricordo male. “No nuke” recitavano. Erano le bandiere della protesta contro lo stoccaggio delle scorie nucleari nella mia terra, la Sardegna. Qualcuna l’ho vista anche più recentemente, appesa ai cavalcavia, durante i viaggi in macchina che mi portano ‘in paese’ o mi riportano all’aeroporto.

Sono il simbolo della battaglia territoriale di un popolo che ha, a buona ragione, sviluppato una certa insofferenza alle servitù, alla svendita di porzioni del proprio territorio e, dunque, della propria libertà con un rapporto costi/benefici che probabilmente pende molto più verso i primi che verso i secondi.

Quelle bandiere contro i rifiuti nucleari, dicevo, le vedo ancora oggi, ogni tanto. La paura che è che, alla fine, sia proprio la Sardegna ad esser scelta come sede del grande deposito nazionale delle scorie italiane.

Sono un avviso: non decidete per noi, perché vi daremo battaglia. Non decidete di fare quel deposito qui, perché vi faremo la guerra.

Ma non è una peculiarità sarda. Movimenti simili sono sparsi un po’ per tutta l’Italia e affiorano ogni qualvolta le voci di corridoio indicano che un posto vicino a casa è stato scelto o potrebbe essere quantomeno idoneo.

I passi precedenti – la storia di Scanzano Jonico è lì a ricordarcelo – con le decisioni calate dall’alto, sono stati passi indietro in merito a un problema enorme: dare una sede sicura a rifiuti pericolosissimi, che non sono solo quelli delle vecchie centrali nucleari dismesse, ma anche quelli di strumenti che utilizziamo tutti e che servono spesso a salvarci o allungarci la vita, quelli della medicina nucleare. Parliamo di circa 90mila metri cubi di rifiuti radioattivi: 75mila derivanti dallo smantellamento delle vecchie centrali, oggi distribuiti in 24 siti sparsi per l’Italia, molti dei quali in condizioni fatiscenti (e dunque più che pericolosi) e i restanti 15mila di origine industriale, medica e per scopi di ricerca scientifica. Il nuovo processo decisionale ha cambiato strada, teoricamente in meglio. Ma i “no” sono sempre la voce di gran lunga più grossa, prima anche di iniziare un dialogo.

Eppure quel deposito va fatto. Il problema sta qui. Prima o poi – e prima è meglio – un territorio e il suo popolo dovranno accollarsi la responsabilità di ospitarlo, perché “non qui” significa altrove. Significa decidere per gli altri, spostando possibilmente i problemi dove non possiamo vederli.

So che attirerò ire e probabilmente insulti* da parte dei miei “connazionali” sardi ma provo comunque, con intento provocatorio, a proporre un processo inverso, conscio dei tanti limiti e dei tanti punti critici lasciati per strada.

Speriamo che sia in Sardegna.

Scegliamo di guardarli in faccia quei problemi, analizzarli, capirli e trasformarli in un’opportunità. Probabilmente la Sardegna è davvero il posto giusto, geograficamente e per via di una bassa densità della popolazione. Se così fosse davvero, perché anziché rispondere con un secco “no grazie, abbiamo già dato per altre cose”, non sedersi al tavolo della discussione?

Non per discutere solo dei vantaggi economici – il faraonico progetto della Sogin (la società di Stato che gestisce le scorie) prevede benefici di carattere economico e fiscale, lavoro per 1.500 persone durante la realizzazione e 750 a regime –  ma anche per cercare di costruire un nuovo percorso per la propria regione.

La Sardegna è uno dei territori più poveri d’Italia, l’industria fatica e il turismo, checché se ne dica, non la renderà il paese del Bengodi. È un territorio che ha bisogno di un pesante investimento sul proprio futuro e che non crescerà neppure di mezza spanna continuando a immaginarlo come un astratto bucolico un bellissimo mare. E, per quanto possa sembrare azzardato, ospitare il deposito delle scorie e il parco nazionale del nucleare potrebbe rappresentare uno di quegli investimenti, e anche importante.

Il parco tecnologico potrebbe essere un punto fondamentale per la ricerca, con un centro studi, un laboratorio ambientale e una scuola di formazione. Significa avere in casa un motore di innovazione, di idee, potenzialmente capace far crescere di attrarre cervelli anziché espellerli (pieni di nostalgia e frustrazione), far nascere nuove imprese avanzate o riqualificare verso l’alto quelle esistenti. Significa (ri)avere benessere e una parola che da quelle parti ci piace tanto: indipendenza.

Speriamo che sia in Sardegna.

C’è un mare di ‘ma’. Quelli ambientali, che sono quelli che più fanno paura. Sarà davvero sicuro il deposito? Quelli economico-sociali. Il turismo ne risentirà? L’economia? Venderemo ancora i nostri formaggi, il nostro latte e i nostri prodotti tipici?

Non sono domande dalla risposta semplice. I vantaggi sopra esposta sono auspici ottimistici e tali rimangono. Ma renderli concreti non significa lanciare una moneta e vedere che lato salta fuori. Perché in mezzo c’è la questione più grossa di tutte: la responsabilità di dire sì e gestire, pilotandole, le conseguenze.

Responsabilità non solo nell’accollarsi a nome di tutti un male necessario (perché tale è e tale rimane), ma anche nel fare in modo che tutto si avvicini il più possibile alla perfezione sul versante sicurezza: il rischio non si elimina, ma si può controllare. Non sarebbe però il punto di arrivo, bensì quello di partenza per creare intorno un’infrastruttura economica e sociale per guidare il rilancio di una regione magnifica.

Se la paura è perdere la forza dei propri prodotti tipici si pensi allora all’Emilia Romagna, che accanto alle industrie e alle estrazioni/stoccaggi dal/nel sottosuolo ha creato e reso fortissimo un impero di prodotti tipici.

Se la paura è per il turismo, bé ci sono posti in Italia che alla Sardegna danno lezioni di imprenditoria con in mano un contesto paesaggistico e naturale – inquinamento compreso – svariate migliaia di volte più modesto. Non c’è scritto da nessuna parte che quel deposito intaccherà la bellezza naturale dell’Isola, forse ne intaccherà la percezione (è pur sempre un deposito di rifiuti) ma, essendo tale, una percezione può essere modificata.

Speriamo che sia in Sardegna.

Ma serve una cosa che forse in Sardegna manca da molto tempo o forse non c’è mai stata: una classe politica all’altezza, che sappia farsi carico dei problemi, dei dubbi, dei mal di pancia e che sappia al contempo valutare sui tempi lunghi. È vero che sul lungo periodo saremo tutti morti, ma quelli che rimarranno saranno i nostri figli, quelli di chi fra noi è rimasto a calpestare la bellissima e svantaggiata terra di un’antica isola in mezzo al Mediterraneo. E se i padri saranno in grado di trasformare un problema in un’opportunità, gli errori del passato in un vantaggio per il futuro, quei figli saranno tanti di più e magari saranno quelli di chi, a suo tempo, ha detto no, venuti in una terra che ha un futuro.

Magari è questo il tempo in cui emergerà quella politica, la buona politica, capace di vedere la luce dove gli altri si lamentano del buio. Una politica che sa dialogare e sa pretendere anziché piegarsi.

E noi, come società, come comunità, dovremmo dargli una mano ad emergere. Placando i nostri mal di pancia, sforzandoci di pensare, di proporre, analizzare la complessità, prendendoci il nostro rilevantissimo pezzo di responsabilità.

Se dovesse capitare, e si spera per tutti di saperlo a breve, anziché sventolare bandiere di protesta, sediamoci a quel tavolo.

*Andateci piano

CCSVI, Sclerosi Multipla e grandi novità che non lo erano

(post lungo, noioso e forse inutile, per nerd della comunicazione e del giornalismo scientifico: vi ho avvisati)

Da anni, quasi un decennio, Paolo Zamboni – medico, ricercatore e docente dell’Università di Ferrara – porta avanti una interessante battaglia scientifica sulla Sclerosi Multipla: quella sulla cosiddetta CCSVI, l’insufficienza venosa cronica cerebro-spinale. Secondo lui (e secondo molti altri ricercatori in giro per il mondo) tra le cause determinanti la Sclerosi Multipla c’è anche la CCSVI, ovvero una malformazione delle principali vene cerebrali che non sarebbero così in grado di drenare correttamente il sangue dal cervello e dal midollo spinale, contribuendo a causare i danni al sistema nervoso centrale caratteristici della malattia.

Il tutto è oggetto di una vera e propria controversia scientifica di cui ho scritto altrove (e a cui rimando) e non ho alcuna intenzione – vorrei che fosse chiaro – di schierarmi pro o contro questa teoria scientifica: non ne ho le capacità, posso solo limitarmi a seguire il dibattito, osservare e valutare le posizioni contrastanti.

Negli ultimi giorni è accaduta però una cosa che voglio raccontare. Esistono dei gruppi di malati e familiari che sostengono con molta passione e organizzazione la teoria di Zamboni: ci credono, hanno l’impressione che ci sia una chiusura ingiustificata e impropri da parte di una buona fetta della comunità scientifica – soprattutto quella della neurologia – e tentano quindi di dare risalto alle pubblicazioni scientifiche che confermano la correlazione tra CCSVI e Sclerosi Multipla. Lo fanno con molta solerzia e con un buon lavoro di traduzione delle ricerche, preparando spesso comunicati stampa pronti per i giornali i cui ‘operatori’ devono così faticare il minimo per pubblicarli e dargli una visibilità maggiore.

Tutto perfettamente legittimo.

L’ultimo caso però mi ha dato personalmente delle noie. Quando questi comunicati arrivano in redazione di solito vengono girati a me per valutare se valga la pena o meno pubblicarli. Spesso ‘passano’, altre volte no perché gli studi citati non sono così dirimenti o non hanno il carattere di ‘novità’ e ‘interesse’ per una testata locale. L’ultimo segnalava finalmente un’apertura da parte dei neurologi verso la CCSVI e il riconoscimento tanto sperato di una correlazione con la Sclerosi Multipla.

Andiamo per gradi. Prima è arrivato un comunicato che semplicemente traduceva i risultati dell’ultima ricerca pubblicata da Zamboni e da un suo collega su una rivista internazionale (il testo è quello ripreso ‘paro-paro’ da Meteoweb). Poco dopo è arrivato il comunicato dell’associazione CCSVI nella SM che ‘festeggiava’ l’importante risultato, sottolineando finalmente l’apertura alla ‘nuova teoria’ da parte della comunità dei neurologi. Sabato sia La Nuova Ferrara che l’Ansa hanno ripreso il comunicato (lo ha fatto anche Telestense). Il mio giornale no (almeno finora).

Perché?

Il primo segnale. Come da routine sono andato a leggere l’articolo di Zamboni in questione e qui è scattata la mia fase riluttante. Non tanto per l’articolo in sé, sul quale non ho motivi per metterne in dubbio la qualità e i risultati, quanto per il ‘dove’ è stato pubblicato e, conseguentemente, per il peso che assume. Di suo la ricerca non dice nulla di nuovo rispetto a quanto il prof di Ferrara va dicendo da anni, e questo è stato il primo segnale per spegnere un po’ i toni eccitati. Ma poi tutto è crollato guardando quel ‘dove’.

Il secondo segnale. La ricerca è stata pubblicata sul Journal of Multiple Sclerosis, una rivista a tema specifico del gruppo editoriale Omics, con sede in India. Non avevo mai avuto a che fare con questo gruppo dunque mi sono informato. Per prima cosa sono andato a controllare il cosiddetto impact factor della rivista: e qui è suonato un primo campanello d’allarme. La rivista stessa se lo auto-attribuisce a un valore di 1.65, piuttosto alto per essere una rivista nata da pochissimo tempo. È un impact factor non ufficiale, basato sulla presenza di 21 citazione di articoli della rivista trovati online tra il 2013 e il 2016. Alcune di queste peraltro in riviste dello stesso gruppo (e spiegherò subito perché in questo caso è importante) o di un gruppo probabilmente affine (Oatext), e su Research Gate. I miei dubbi sono cresciuti.

Il terzo segnale. Sono così andato a cercare informazioni sul gruppo editoriale Omics (i riferimenti li metto in fondo al post) e ho scoperto che è noto per essere un gruppo dedito all’editoria predatoria e ad organizzare conferenze e meeting scientifici di dubbio valore (e anche in questo caso sono predatori).

In particolare battezza le proprie riviste con nomi che ricordano molto da vicino – con la possibilità di indurre i ricercatori in confusione – quelli di riviste più vecchie, prestigiose e con un buon pedigree. Nel 2012 su 200 riviste nel proprio indice, il 60% non aveva pubblicato alcunché. Il processo di revisione degli articoli è stato segnalato come poco trasparente.

Inoltre è stato accusato dal Governo statunitense di usare materiali, immagini e curriculum di impiegati del National Institutes of Health (NIH) nei propri materiali promozionali, senza alcuna autorizzazione. Fa (o ha fatto) anche altro: invitare i ricercatori a pubblicare qualcosa sulle proprie riviste, senza informarli prima dei costi che avrebbero dovuto sostenere per la pubblicazione per poi accettare con molta rapidità l’articolo e chiedere il pagamento di un contributo che a volte va oltre i 2mila dollari.

Pubblicizza conferenze includendo partecipanti prestigiosi… ma ignari. E anche qui, i nomi delle conferenze pare che siano molto, troppo simili a quelle più prestigiose sugli stessi temi, spesso organizzate quasi in concomitanza.

In tre passaggi la notizia è scomparsa: lo studio in sé non ha grossi elementi di novità (è una review); la comunità dei neurologi avversa alla teoria di Zamboni non ha fatto alcun passo indietro (o avanti a seconda di come si guarda la vicenda): l’articolo è dello stesso prof che sostiene la teoria controversa e la rivista non è affatto un punto di riferimento per quella comunità; e, soprattutto, la rivista – per le pratiche adottate dal gruppo editoriale – ha un valore molto, troppo, dubbio per poter presentare uno dei suoi articoli come un punto di svolta della controversia.

Cosa rimane? Non voglio accusare i colleghi che hanno dato spazio a quei comunicati – questa volta penso mi sia andata bene e ho avuto la fortuna di aver avuto fiducia da parte della redazione nella mia decisione – ma è indubbio che noi operatori dell’informazione siamo spesso molto pigri e non dovremmo esserlo, soprattutto in questi casi in cui sono coinvolti molteplici e importanti fattori: non solo la credibilità della ricerca scientifica, ma anche le legittime speranze di molti malati. Quando si parla della salute delle persone  – e ancora di più quando in mezzo ci sono malattie così dure come la Sclerosi Multipla – dobbiamo usare i guanti di velluto, anche quando le notizie provengono dai diretti interessati, dalla parte più debole, le cui legittime aspettative e posizioni non sono affatto garanzia di una corretta informazione.

http://www.sciencemag.org/news/2013/05/us-government-accuses-open-access-publisher-trademark-infringement

http://scholarlyoa.com/2013/01/25/omics-predatory-meetings/

http://chronicle.com/article/Publisher-Threatens-to-Sue/139243/

http://scholarlyoa.com/2015/10/08/publisher-acts-suspiciously-like-omics-group/

https://en.wikipedia.org/wiki/OMICS_Publishing_Group

Buoni propositi per l’anno nuovo: eutanasia legale

Saldato in un letto da 12 anni, non è una condizione felice. All’inizio maledicevo la tetraplegia, perché non avrei neanche potuto spararmi con le mani bloccate. Poi ho sperato che la scienza ce la faccia ad arrivare in tempo prima della mia morte e io possa riprendere a muovermi e a camminare…

Ho rivisto da poco, per due volte, una bellissima puntata di Sfide dedicata ad Ambrogio Fogar. Non ho vissuto le sue eroiche avventure in mare, negli Oceani, al Polo e nel deserto. Forse ho qualche ricordo sbiadito della trasmissione che gli avevano dato da condurre, Jonathan – dimensione avventura. Ho un ricordo più nitido di Fogar in una carrozzina o sul lettino, il viso gonfio, gli occhi che si muovono costantemente da una parte all’altra, la voce che aspetta che il respiratore faccia il suo dovere prima di uscire. Della sua lotta tra una vita di avventure ancora da vivere e quella che non finisce, imprigionata nella peggior gabbia possibile, quella del proprio corpo del quale non si ha più controllo.

Nel mio stato l’eutanasia può essere una tentazione.
Confesso che all’inizio della mia nuova realtà mi sono ritrovato a desiderarla.
Ho passato giorni e giorni a tormentare le mie sorelle, i miei familiari, gli amici più cari, i medici, quasi supplicandoli: portatemi in Olanda, dove tutto è più facile, ci sarà qualche dottore che si prende in carico il mio caso.
Ero disperato.
Per fortuna non mi hanno ascoltato.

Lo so, Ambrogio Fogar non era favorevole all’eutanasia. Non è stato Pier Giorgio Welby o Beppino Englaro, avrei potuto citare loro, sarebbe stato più semplice. Ma non ho intenzione di tirare nessuno dei tre per la giacchetta. Ognuno di loro aveva, e ha, il suo credo, i suoi pensieri, le sue idee. E sono tutte rispettabili, tutte devo entrare in gioco quando si parla di temi importanti che riguardano tutti.

Fogar, a modo suo, è stato fortunato. Davanti al suo desiderio, immagino molto forte, di morire e risparmiarsi una vita “saldato al letto”, ha trovato un muro, ma non si è schiantato: ha trovato una forza nuova, una fede probabilmente, la convinzione che ci fosse un senso superiore per quella sofferenza. Ed è una cosa sacrosanta. Ma non vale e non può valere per tutti.

La sua storia, quella di un avventuriero formidabile che continua a lottare anche contro una vita che lo costringe in un letto, come quella di altri costretti a una vita fisicamente immobile, viene usata come esempio contrario a una legge sull’eutanasia legale. “Se loro, che potrebbero averne tutte le ragioni, sono contrari, perché noi ‘normali’ dovremmo essere favorevoli al suicidio assistito?” è il ragionamento sottostante.

Io vorrei che questo ragionamento venisse in qualche modo ribaltato. Perché Fogar non rappresenta tutti, non rappresenta il bene che si oppone al male. È una storia, la sua storia, la storia della sua personalissima vita. Per quanto bella sia stata, non può essere – la sua come quella di altri –  l’esempio cardine per la vita di tutti, la mia, la vostra, quella dei nostri amici e parenti. Così come non possono e non devono esserlo le vite di Welby ed Eluana Englaro.

Rappresentano modi diversi, opposti, di vivere una tragedia. Ma in mezzo c’è una varietà di vite e tragedie che non possiamo ignorare, né risolvere indicando quanto bravi siano gli uni e ‘malvagi’ gli altri.

In mezzo c’è, o dovrebbe esserci, la libertà. Ecco perché c’è bisogno di una legge sul fine vita. Non per costringere un “rottame senza speranza” – come diceva Montanelli – a morire, ma per evitare che continui a valere il suo opposto: costringerlo a vivere, contro tutto e, soprattutto, contro se stesso.

“Non siamo padroni del nostro destino”, sosteneva Fogar. Forse aveva ragione. Ma siamo padroni della nostra vita, dovremmo esserlo, è possibile esserlo. Andare avanti o fermarci dovrebbe essere una nostra decisione, ponderata, discussa, difficile quando, inevitabilmente, la nostra vita incrocia quella altrui, di chi ci ama e ci vuole bene e con il suo amore crea ostacoli e deviazioni ai nostri convincimenti. Ostacoli e deviazioni che sono e devono essere solo processi interiori, personali, formulati all’interno della propria ristrettissima cerchia sociale, ma in cui la parola finale spetta a una sola persona.

In quegli spazi vitali l’opinione pubblica, quella della politica, dei massimi sistemi teologici e filosofici, non deve trovare spazio se non nella misura in cui crea e tutela il perimetro di libertà personale che ci permette di essere padroni di noi stessi, liberi di scrivere o meno il punto finale della nostra storia.

Ed è dentro quel perimetro che, quando quegli ostacoli vengono superati, quando le deviazioni ci portano in una percorso in cui vediamo ancora un pezzo di strada, sia pure un sentiero, una pagina bianca ancora da scrivere, è legittimo andare avanti, vivere finché è concesso dalla natura e dalle conoscenze disponibili, chiedendo e ricevendo tutto l’aiuto possibile.

Ma quando quegli ostacoli sono troppo alti e quelle deviazioni portano nel buio della solitudine, della rabbia, dell’incomprensione e di una sofferenza ancora maggiore, allora è legittimo e giusto che la propria libertà riacquisti il proprio, grande, spazio di azione, fino ad annullarsi definitivamente con la decisione di morire e di chiedere e ricevere aiuto anche per questo.

Accrescere lo spettro d’azione dei diritti civili e delle libertà, quelli grandi come l’interruzione volontaria di gravidanza o le unioni e le adozioni per persone dello stesso sesso. Quelli un po’ più piccoli, ma rilevanti sotto molto aspetti (economici, di controllo alla criminalità, perfino di salute pubblica), come la legalizzazione della cannabis. Quelli enormi, come il testamento biologico e l’eutanasia legale. Ecco i buoni propositi per il 2016.

I dogmi della ricerca e quelli di Michele Serra

Golden Rice grain compared to white rice grain in screenhouse of Golden Rice plants.
Golden Rice e riso bianco (IRRI Photos/Flickr/CC BY NC-SA 2.0)

“Ma il cittadino comune non viene ulteriormente confuso?”

È la domanda che mio padre mi ha scritto in un e-mail che conteneva in allegato una lettera a Michele Serra sul Venerdì di Repubblica firmata da nove persone, ricercatori o professori universitari italiani.

ricerca

Si (ri)parla di Ogm, e i firmatari della lettera sono molto chiari: è una questione politica sì ma, a differenza di quanto sostiene Elena Cattaneo sulle colonne di Repubblica:

è falso che l’intero mondo della ricerca sia immune da ogni dubbio e schierato compatto pro-Ogm. Moltissimi scienziati e ricercatori, provvisti di credenziali di pari autorevolezza, di dubbi invece ne hanno molti.

Chi sono questi moltissimi scienziati e ricercatori? Non si sa, i nomi non vengono fatti. Quali dubbi avanzano? Boh?

Chi lo sa… ma non è questo il punto.

“Ma il cittadino comune non viene ulteriormente confuso?”

La mia risposta è sì, il cittadino viene ulteriormente confuso. Questo per il fantastico meccanismo – tipico del mondo dell’informazione – del confronto tra opinioni (opinioni, non fatti) che porta i processi decisionali, sia personali che istituzionali, a formarsi pesando quante voci ci sono da una parte e quante dall’altra. Non quali, ma quante. E se ne frega, perché poi il discorso diventerebbe troppo lungo, di quanto solide siano le basi su cui poggiano gli uni e gli altri.

Trovare scienziati e ricercatori – anche ‘importanti’, ma non necessariamente competenti nella specifica materia – che pensano cose molto diverse rispetto a quelle della grande maggioranza degli altri ‘esperti’, è relativamente semplice e così diventa semplice anche far apparire dal nulla una controversia nel mondo scientifico. Capita molto spesso quando si parla di riscaldamento globale, capita anche per la questione Ogm.

Ma, come scrivono nel loro eccellente libro “Contro Natura” Beatrice Mautino e Dario Bressanini, in un passo riportato da Il Post che ne ha preso un estratto

Le istituzioni della UE hanno investito, dal 1982 al 2012, più di 300 milioni di euro in ricerche sulla sicurezza degli OGM, finanziando centinaia di gruppi di ricerca pubblici, in laboratori e università. Il rapporto finale che riassume queste ricerche è esplicito:
La conclusione principale che si può trarre dagli sforzi di più di 130 progetti di ricerca, su un periodo di 25 anni e che ha coinvolto più di 500 gruppi di ricercatori indipendenti, è che le biotecnologie e in particolare gli OGM non sono, di per sé, più rischiose delle tecnologie convenzionali di breeding delle piante.

Anche l’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, nel corso degli ultimi decenni non ha trovato alcun elemento per fare distinzioni sostanziali tra sementi Ogm autorizzate per la coltivazione in Europa e le altre ottenute con altre tecniche.

Non c’è, di fatto, una controversia scientifica. Molte posizioni e ricerche che argomentavano contro gli Ogm nel corso degli anni, sono tutte crollate. Quando Serra dice che la scienza che non sa mettere in discussione se stessa contraddice i suoi stessi presupposti e titola “L’errore della ricerca? Trasformarsi in un dogma” ha ragione. Solo che  “la scienza” ha già messo più volte in discussione i suoi presupposti e ha già dato, più volte, delle risposte chiare che, lungi dall’essere dei dogmi, dovrebbero costituire il punto dal quale muoversi e andare avanti.

Come accade oggi, ad esempio, per i vaccini obbligatori, sui quali mi pare Serra si sia dichiarato a favore. Eppure anche qui, se volesse, troverebbe decine di medici e ricercatori pronti a giurare che i vaccini sono un male  nella mani di pochi che hanno in pugno la nostra salute. Perché questa differenza? Non si tratterà forse di pregiudizi non riconosciuti?

Ma l’attacco alla ricerca dogmatica è solo un chiaro pretesto. La vera questione, come afferma lo stesso Michele Serra, non è scientifica ma è politica, potentemente politica. 

Scrive il giornalista

Gli Ogm sono il mattone di un sistema di produzione agro-industriale che ha un profondissimo impatto sulla vita dei campi e dei contadini, sulla distribuzione del potere che si concentra in pochissime mani (quelle dei proprietari delle sementi), sulla crisi della biodiversità, sulla libertà di scegliere cosa coltivare, e in che modo. Non esiste solo la libertà dei ricercatori scientifici. Esiste anche la libertà dei contadini, che il sistema di produzione agro-industriale, fondato sulle sterminate colture monocolture Ogm (esempio classico la soia in Argentina) spossessa progressivamente di autonomia, di cultura, di identità.

In definitiva, mi pare di capire che gli Ogm (le cui monocolture non sono il fondamento di un bel nulla) siano il mattone con cui si recinta la libertà dei contadini e che di conseguenza porterebbe – senza spiegare come – a disastri ambientali (biodiversità) e sociali (cultura, tradizioni ma quali?).

Ed eccoli qui, allora, i veri dogmi, le vere sentenze che non ammettono discussione. Concetti espressi in bella forma e che si auto-affermano, che toccano argomenti importanti, ma che non sono riempiti di contenuti.  Se davvero ci fosse una controversia, come sarebbe possibile affermare con tale sicurezza, come fa Serra, la presenza di effetti così distruttivi per l’ambiente, per la società e le culture dei popoli?

La questione è davvero politica, ma non si può risolvere correttamente se non si prevedono vie di mezzo, ragionamenti profondi, e si portano avanti postulati indiscutibili, dove i preconcetti diventano principi di libertà.

Nella sua visione politica della questione, Serra – ad esempio – parla appunto di costrizioni delle libertà di chi lavora nei campi dovute agli Ogm, come se fossero un dato di fatto, ma non spiega cosa e quale sia quella libertà. Coltivare ciò che vuole, come vuole? Se la risposta è sì, anche coltivare Ogm è libertà, una libertà oggi negata agli agricoltori italiani.

Non so se per lui la libertà sia anche una maggiore ricchezza, per me, che non sopporto la favola della ‘decrescita felice’, essere più ricchi di prima (che non significa essere ricchi) è un mattone con cui si costruisce la libertà individuale e si accresce il benessere sociale. Serra guardi il grafico sotto (tratto da una meta-analisi del 2014) che mostra come, in media, l’adozione di colture Ogm nel mondo ha portato a una crescita di quasi il 70% dei profitti per gli agricoltori (oltre che a una riduzione dell’uso dei pesticidi del 37%).

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Non sono i numeri di una tecnologia che salverà il mondo o che non comporta problemi, sono i numeri di una tecnologia che ha migliorato le condizioni di vita di molti agricoltori. Fanno davvero così schifo? Sono davvero il simbolo di una minaccia per la libertà?

Le “poche mani” che hanno in pugno i semi, in Italia, sono anche quelle di coop e consorzi, non solo multinazionali, ma immagino che non se ne possa parlare. E la collegata questione del ‘tradizionale’ riutilizzo dei semi trova una spiegazione relativamente semplice: gli agricoltori che hanno qualcosa in più di un un campetto di pochi ettari e qualche gallina, in genere, non riutilizzano i vecchi semi perché costa tempo e fatica e non garantisce risultati. Ricomprare i semi ogni anno offre maggiori garanzie e gli agricoltori di professione lo fanno da prima che gli Ogm arrivassero sul mercato. E anche questa è libertà. È vero che ci sono aziende che vietano il riuso se non a determinate condizioni, ma anche riprodurre e riutilizzare un articolo di Serra è vietato dal suo editore (ops) e per poter leggere quello che scrive bisogna ricomprare ogni giorno il giornale. L’ accesso all’informazione non è importante?

A differenza di quel che dice Serra e di quel che dicono i ricercatori firmatari della lettera con cui sono partito, le tecnologie sono neutre, è il loro utilizzo a non esserlo. È il loro utilizzo che può essere, anche, un problema politico e di visioni del mondo. Ma per affrontare al meglio un problema simile bisogna partire da basi solide, da un contenuto minimo di verità il più possibile oggettivo e discutere spogliandosi dei pregiudizi che tutti, indistintamente, abbiamo.

La strada politica da intraprendere è allora quella di valutare pro e contro, condizioni di utilizzo, situazioni in cui le tecnologie portano o meno beneficio. E se non ci sono pericoli concreti o potenziali (ma ragionevolmente prevedibili) deve essere lasciata la libertà di scelta, quella cosa che oggi per chi vuole coltivare Ogm non esiste senza alcuna valida ragione.

Certamente rimarrebbero altri problemi sollevati da Serra che però, a meno che non si vogliano raccontare balle pur di avere ragione, non sono generati dall’uso di Ogm: la perdita di biodiversità, la necessaria modifica dei sistemi produttivi, i diritti di chi lavora la terra, i diritti di noi consumatori, i diritti delle società che sulla crescita dell’agricoltura locale fanno e faranno a lungo affidamento per migliorare le proprie condizioni.

Tutti problemi la cui enorme complessità, così come non si risolverà grazie a una singola tecnologia, non si risolverà neppure con il bando tout court della stessa e affidandosi all’agricoltura biologica (al costo di quanta terra?) o agli orticelli di Carlo Petrini. Sarebbe semplice e bello, ma è la risposta di un pensiero politico decisamente involuto, pronto a sacrificare il benessere e la libertà altrui sull’altare dei propri pregiudizi.